La disperazione di votare

La situazione appare francamente disperata. A destra non c’è alcuna novità, nessuna resistenza, nessuna intraprendenza. C’è la solita doppiezza, almeno. Volkswagen e Stellantis, dividendi record e stabilimenti vuoti, lamentano la concorrenza cinese innescata dalle “follie green” dell’Europa. Come fosse stata la Von der Leyen a vietare di utilizzare i lauti guadagni (sospinti dalle pubbliche agevolazioni) per innovazione degli impianti, anziché per garantire ricchi buy-back agli azionisti e stipendi ai Tavares di turno. La destra ha aggredito Stellantis e la voce sicura del ministro Urs(s)o ha tuonato verso Elkann: “caro John, hai ragione! Da adesso il governo provvederà a picconare il Green Deal e credere alle tue promesse, tu nel frattempo dedicati alla Juve!”. È riuscito a convincerlo, pensate. Poi, Trump ha detto che l’Europa è una sanguisuga e gli Usa sono costretti a pagarle la difesa. Come fosse stato il dottore a ordinare agli americani di portare basi e bombe in giro per il mondo. Meloni, Tajani e Crosetto hanno ruggito compatti: “è vero!”. Permane invece la sana abitudine di tenere il piede in due scarpe. Perché l’occidente deve rimanere unito (tradotto, gli Stati Uniti non possono lasciare la Nato), ma intanto partecipiamo alle velleità autonomiste dei volenterosi. Israele non si condivide né condanna, alla guerra non si contribuisce né contesta. Poi, appena c’è un voto segreto, i franchi tiratori spuntano come funghi. Strano. L’unica novità è Vannacci, un continuo esercizio di autocompiacenza e commiserazione, una celebrazione laica del risentimento degli ex ceti medi ansiosi per una proletarizzazione incalzante, gente in cerca di consolazione e colpevoli. Gente che, al posto della resistenza alle contraddizioni della società odierna, reclama soltanto una scusa per potervisi abbandonare. E dove sarebbe la novità? A sinistra, a volte, sarebbe meglio non guardare. Possibile non si riesca ad allearsi? La sinistra “sinistra” si divide tra battibecchi con la sinistra che prende i voti e gli ammiccamenti furtivi con le destre più impresentabili. Potere al popolo scatena una lite in piazza con il Pd, mentre Sara Wegenknecht propone intese con AfD. In Francia, Melenchon e Le Pen si ritrovano spesso su questioni di rilievo (acciaierie). La sinistra “riformista” non si accompagna molto meglio: finché la Schlein non perde occasione di civettare più con CaRenzi che Conte (Ucraina-Ue-Usa-Israele), Sanchez affida le sorti del traballante governo spagnolo all’appoggio, addirittura, dei separatisti baschi e catalani. Se la sinistra estrema preferisce quasi l’estrema destra alla sinistra moderata e quest’ultima rincorre la fantomatica “vittoria al centro”, dev’esserci una causa comune. La sinistra moderata, dagli anni ’90, ha finito per abbracciare una visione individualistica della società. La solidarietà keynesiana è stata sostituita dalla libertà di mercato. Alla centralità della classe operaia è subentrata quella delle minoranze identitarie. Si è pensato che la competizione regolata tra individui avrebbe potuto fare molto di più per il benessere della cooperazione tra nazioni e classi sociali. Per alcuni settori economici ciò è stato positivo, il Pil è certamente cresciuto, ma la ricchezza non è stata ripartita. Ne sono conseguiti disaffezione popolare per la politica (Sanchez non si appoggerebbe ai separatisti, altrimenti) e impossibilità strutturale di immaginare alternative (le dirigenze dei partiti socialisti europei, dai laburisti a Psoe e Pd, sono infestate di “moderati”, che hanno costruito quell’europeismo competitivo di cui si lamentano e non può bastare sacrificare una Picierno ogni lustro a cambiare le cose). E, se la sinistra di sinistra prende già pochi voti, potrebbe prenderne di più proponendo un piano di compensazione import/export su base comunitaria? Di condividere condizioni di vantaggio e contribuire a risolvere gli svantaggi di altri paesi? Anche perché è difficile risvegliare l’idea della solidarietà dopo anni di scientifica distruzione delle condizioni materiali che la rendono possibile.

Non li fanno più come una volta

Il populismo è stato del tutto delegittimato, credo, da quando si è iniziato a parlarne, ad analizzarlo e criticarne le manifestazioni, a dargli dei confini precisi e stabilire cosa vi rientri e cosa ne vada escluso. Oggi un populista è indicato come retrogrado, razzista, omofobo, nazionalista, negazionista climatico, anti-scienza, refrattario alle regole (specialmente quelle per il suo bene), maschilista, illiberale, anti-democratico e, in definitiva, nostalgico. Il populismo potrebbe rappresentare quel sentimento innato di cautela verso tutto ciò che è cambiamento troppo veloce. Quell'atteggiamento, dettato anche da motivi biologici, che porta le persone ad accompagnarsi con i propri simili, a diffidare di qualcosa di regalato, di ciò che genererà valore futuro o che ha valore astratto, di ciò che è attività contemplativa, di ciò che promette soddisfazioni aggirando il sacrificio del lavoro e di ciò che appare “realtà costruita” piuttosto che “esperienza effettiva”. Tutte queste cose si rispecchiano nel linguaggio (normativo più che descrittivo) dei luoghi comuni: "mogli e buoi dei paesi tuoi"; "con la cultura non si mangia"; "un soldo risparmiato è un soldo guadagnato"; "chi va piano va sano e va lontano"; "non fare il passo più lungo della gamba" eccetera. Ora, tale istinto può dare origine ad un effetto sgradevole come il razzismo, ma rende anche un certo senso del limite per le capacità dell'essere umano. Spinge chi lo segue a pretendere da se stesso, a contenere desideri e ragionevoli aspettative e farsi bastare ciò che si è e si ha. Questa autosufficienza è problematica per una società basata sul consumo e sullo stimolo dell'economia con strumenti di agevolazione del credito, sussidi e agenzie sostitutive dell'autorità familiare e delle comunità. Fornisce anche, questo “spirito”, una buona resistenza ai tentativi di sperimentazione sociale calata dall’alto, senza fare i conti con la realtà. Quando il populismo era più che altro un modo di sentire, una serie di convinzioni diffidente verso finanza, globalismo e multinazionali trovava tutela da parte dei partiti di massa. Da quando il populismo è stato “scientificamente indagato”, le sue istanze sono diventate slogan da ripetere e vendere ad un pubblico disposto a comprarli. L’analisi scientifica modifica l’oggetto indagato e il soggetto indagatore, nasce da una situazione concreta, cerca ciò che potrebbe risultare utile e rende utilizzabile ciò che scopre. Soprattutto la scienza svela "ciò che sta dietro ai fenomeni", ma rischia di dare la sensazione che "dietro ai fenomeni non vi sia nulla". Da quando ne è stato fatto oggetto scientifico, è stato molto più semplice da parte di chi predilige l'ordine vigente identificare il populismo con le sue manifestazioni (razzismo). Se dietro il razzismo non c’è niente, non è necessario porsi domande su cause, effetti o rimedi. Tale modo di fare è stato interiorizzato dagli stessi alfieri del populismo. Provate a dare del razzista ad un populista: risponderà “certo!”. L’oggetto scientifico diventa utile e, nella situazione concreta della politica spettacolare, è più facile prendere voti vendendo slogan razzisti piuttosto che analisi di economia e flussi migratori globali. Un simile modo di fare ha cambiato il populista, appiattendolo sulla truculenza di messaggi vuoti, rendendolo incapace di elaborare proposte alternative che vadano oltre modelli scadenti (tornare a chiamare gli omossessuali "invertiti" o al saluto fascista dicendo che in realtà è romano). Il populismo odierno è molto autocompiacente. La frase tipo riguardo il razzismo è "gli immigrati rubano il lavoro, distruggono i nostri valori, approfittano di noi". L'autoindulgenza, l'autocommiserazione, l'ansia di non potersi permettere di vivere come la popolazione ricca, di poter scivolare in quella povera e la dipendenza dalle grandi organizzazioni rendono la massa dei cittadini più semplice da controllare e propensa a curare le proprie ansie con il consumo. Il populista di oggi non reclama indipendenza, ma cerca chi ne ascolta il risentimento e giustifica gli sfoghi contro chiunque tranne se stesso. Di veri populisti io in giro non ne vedo e proprio coloro i quali ci si richiamano, da Vannacci a Vox e da AfD a Farage, contribuiscono a trasformare il populismo da resistenza attiva alle contraddizioni della modernità in risentimento passivo in cerca di consolazione.

La battaglia del generale

Il generale dovrebbe avere il coraggio di spingersi alle conseguenze estreme del suo ragionamento. È arrivato a stabilire che l’Italia non può sopportare la presenza sul proprio territorio di una popolazione straniera superiore al 4% di quella autoctona. A torto o a ragione, non è questo il punto, avrà le sue motivazioni e la mistura di statistica e xenofobia da cui emergono è stata già sufficientemente esaminata. Ora, le aziende italiane hanno discrete difficoltà a reperire manodopera di qualsiasi tipo e le prospettive demografiche sono da mal di testa, un disastro. Il sistema pensionistico sarà sempre meno in grado di autosostenersi, a meno di indebitamenti pubblici, allontanamento dell’uscita dal lavoro (al limite della resistenza umana) o ingenti flussi immigratori. Occorre inserire nuove “risorse” umane che possano aumentare la produttività delle imprese, acquistarne i beni e contribuire alla sostenibilità dei servizi pubblici: in altre parole si tratta di generare sempre più ricchezza. Se il generale propone di bloccare l’entrata di lavoratori esterni e addirittura di riemigrarne diverse centinaia di migliaia, saprà, mi auguro, di creare un guaio rilevante. Il record italiano di esportazioni e la connessa ricchezza saranno un ricordo; le aziende perderanno competitività e quote di mercato; mantenere la bilancia commerciale in attivo sarà più difficile e le regole di disciplina fiscale europea renderanno impossibile aggiustare le cose. Le aziende potranno innovare e digitalizzare, sostituire con un robot ogni operaio. A quel punto aumenterà la ricchezza, ma solo per loro: crescerà il Pil, ma anche l’esercito dei disoccupati. Questa è una crisi economica e sociale bella e buona. L’alternativa a tutto ciò è accettare, a fronte di minori ingressi stranieri e nascite assenti, una riduzione della dimensione economica nazionale e provare a gestire responsabilmente la transizione da un Pil di, numeri esemplificativi, 100 ad uno di 90, 80. Senza compromettere le condizioni di vita delle fasce deboli. È possibile e non è nemmeno detto che una minore ricchezza totale significhi minore ricchezza per tutti: dipende da come si taglia la torta. Oggi la torta si taglia non proprio equamente: il 10% delle famiglie più abbienti detiene il 60% della ricchezza totale, mentre il 50% delle più povere ne detiene il 7%. Il 20% della popolazione più ricca ha guadagnato 5,7 volte quanto guadagnato dal 20% più povero nel 2024-2025. Tasse e trasferimenti riducono le distanze, ma tra 2014 e 2024, nonostante l’aumento di produttività, esportazioni e Pil, la popolazione in stato di povertà assoluta è passata dal 6,9% al 9,7%. Occorre innanzitutto cambiare l’obiettivo principale della produttività aziendale: non più aumentare la presenza di prodotti italiani in giro per il mondo, ma mantenere la ricchezza disponibile per poterla redistribuire in modo più accorto. Se la produttività cresce e il beneficio va prevalentemente verso profitti, rendite o accumulazione finanziaria, la società può patire tensioni anche in presenza di buoni risultati commerciali. Sarebbe poi necessario, da parte dello Stato, garantire un lavoro socialmente utile e retribuito adeguatamente per tutti. Non si tratta di comunismo né di reddito di cittadinanza o superbonus. Non significherebbe neanche, al contrario della prima impressione, gettare dalla finestra quella stessa ricchezza necessaria per il benessere generale. Il problema italiano è quello di impiegare grossomodo il 60% della popolazione in età lavorativa, rispetto al 75% della media europea. Se venisse colmata la differenza tramite un programma pubblico di impiego in assistenza agli anziani, personale scolastico, manutenzione del territorio o transizione energetica, qualcosa come 5 milioni di persone percepirebbero un reddito per servizi utili a tutti, smetterebbero di ricevere sussidi e bonus, consumerebbero beni e servizi su cui pagherebbero le tasse e verserebbero contributi previdenziali. Ecco cosa significa gestire in maniera più efficiente un’economia più piccola senza gravare sulla popolazione debole, affidarsi del tutto ai mercati esteri e sottrarre lavoratori ad altre zone del pianeta: aggredire le diseguaglianze, dismettere un sistema economico basato sugli avanzi commerciali e recuperare il ruolo dello Stato nella creazione di lavoro utile al benessere collettivo. Significa trovare accordi di compensazione import/export tra Europa e Nordafrica, Russia Cina, Usa e Brics. Significa rafforzare il coordinamento intraeuropeo per gestire a livello comunitario piani di pubblico impiego. Lo farà, il generale? Riuscirà ad andare fino in fondo alle istanze piccolo-borghesi e populiste cui dice di ispirarsi? Quella serie di convinzioni secondo cui è bene diffidare della finanza, della circolazione e concentrazione di persone, dei monopoli bancari, assicurativi e pensionistici e delle grandi multinazionali, degli acquisti in leasing pur di vivere oltre le proprie possibilità. I populisti, sempre meno in realtà, dietro il cui maschilismo razzista a tratti omofobo, contro la famiglia allargata, il divorzio o l’aborto, si nasconde la visione della famiglia, delle relazioni e delle comunità come luoghi che insegnano disciplina, limiti e sottomissione a dei doveri, prima che rivendicazione di diritti privati. Luoghi di trasmissione di usanze e patrimoni da proteggere dal consumismo. Il generale ha affrontato molte battaglie: avrà il coraggio di intraprendere, alla testa del populismo, quella contro i principali tratti della società attuale, dalla concentrazione della ricchezza finanziaria all’individualismo più irresponsabile verso gli altri e l’ambiente?

Essere Leone

Il Papa ha compiuto un gesto fortemente politico recandosi a Lampedusa, ma non in quanto Leone XIV: proprio perché Papa. Il ruolo del Papa e il potere della Chiesa si sono sempre definiti nella ricerca di una sfera autonoma rispetto al potere politico. Riprendendo una distinzione di Christopher Lasch, il potere politico è quello dell’autostima e quello religioso (cristiano) è il potere della sicurezza di sé. L’autostima è una forma di autocompiacenza, la sicurezza di sé è “ricerca morale, interrogarsi sulle proprie intenzioni, attenzione alle contraddizioni tra professioni verbali e condotte pratiche”. La religione “è un fardello, non la pretesa farisaica a un qualche status morale privilegiato. Il fariseismo, la sicurezza compiaciuta di sé, in effetti, può essere più diffuso tra gli scettici che tra i fedeli. La disciplina spirituale contro il fariseismo è l'essenza stessa della religione”. Il Papa ha rinnovato la sfida all’autocompiacimento, non solo a quello di cui è campione Trump, ma anche all’atteggiamento di chi vede in Lampedusa soltanto motivo di sentirsi superiore, perché “noi li accogliamo”. No, il viaggio del Papa non sia strumento per l’autocompiacimento di un potere politico rispetto ad un altro. La porta di Lampedusa sia un’apertura su di un “sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione”, uno stimolo ad adoperarsi per cambiarlo, “così che nessuno sia costretto a emigrare”. I paesi africani da cui la gente scappa sono tutti o importatori cronici di beni di consumo o esportatori di risorse umane e materiali i cui provenienti non riguardano la popolazione locale. L’Europa che schermisce Trump è parte fondamentale di tale sistema economico mondiale. Il Papa non parla per compiacere qualcuno, ma per mettere in crisi le sicurezze di tutti, della mentalità laica (che vede nella religione un cumulo di dogmi dietro cui riparano coscienze deboli) e della mentalità conservatrice/teocratica (che fa degli stessi dogmi un baluardo contro ogni ridefinizione di potere). A Washington, Bruxelles e Teheran vigono diverse forme di autocompiacimento.
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