Anime belle e cattive coscienze

Buona parte della teoria del liberalismo si basa sull’idea che agli uomini spetti il riconoscimento di alcuni diritti. Agli uomini in quanto uomini. Chiamiamolo “naturalismo”. Il liberalismo è comunque passato per un’evoluzione storica. Quando guadagna consensi fra i ceti medi europei del primo Ottocento, deve adattarsi ad un moderatismo col quale condivide poco oltre la paura della democrazia. Alla base di questo timore sta una concezione secondo cui l’uomo, prima che individuo, è membro di una comunità con degli specifici tratti che vanno oltre i diritti del singolo. Chiamiamolo “tradizionalismo”. Se il liberalismo è teoricamente legato al naturalismo, lo è praticamente anche al tradizionalismo e questa contraddizione è ancora viva al suo interno. Nel senso che alcune anime belle liberali dicono "cari tradizionalisti, i vostri legami culturali, storici non hanno alcun valore", mentre alcune cattive coscienze tradizionaliste controbattono "cari liberali, i vostri diritti naturali non hanno alcun valore". Così vengono delegittimati sia gli aspetti di utilità al vivere comune delle tradizioni, sia del ritenere gli uomini portatori di diritti inalienabili e inviolabili. Soprattutto, viene dato spazio alla retorica con cui le élite liberali di governo, specialmente in Europa, danno dei sovranisti ai movimenti che si richiamano alla tradizione per manifestare preoccupazioni relative all'immigrazione, oppure del rossobruno a chi non vede nei diritti naturali inscritto anche quello di libera circolazione dei capitali. Che fare, dunque, per uscire dalla retorica? Rivedere la teoria e la pratica. Intanto, quello di Bruxelles è un tipo di liberalismo fondato sulla concorrenza (correttivo a monopoli, scarsa innovazione, prezzi alti) e sul mercato (garanzia per l’equilibrio sociale). Questo liberalismo è adatto a determinati periodi storici e proprio la sua crisi, visto che concorrenza e mercato non riescono ad evitare concentrazioni di potere e diseguaglianze estreme, permise alle società del Novecento di integrare principi di riformismo sociale e pubblico intervento senza diventare dittature. Poi, va benissimo proporre il recupero di istanze relative al sovranismo e alla tradizione per superare l’attuale assetto dell’Ue. Con quali applicazioni pratiche, però? L’Ue nasce come strumento per garantire la concorrenza tra Stati membri, tutti si sfidano a chi esporta di più e gli squilibri vengono incentivati: chi importa troppo è costretto a “riforme strutturali” che abbattano la domanda interna e chi ha la bilancia commerciale attiva è indicato come modello di efficienza. Una possibile soluzione almeno in parte lenitiva consiste in un meccanismo compensativo keynesiano. Nella pratica si tratta di istituire una soglia massima di import/export per ogni paese europeo. Se esporti troppo, devi contribuire a investimenti nei paesi che importano. Se importi troppo, devi investire per ridurre la dipendenza. L’obiettivo di chi si richiama al sovranismo ed alla “vera sinistra” è questo? Perché insistere a rispettare il patto di stabilità credendolo utile alla crescita è da anima bella, ma proporre per l’Italia di nazionalizzare qualche gruppo industriale, tornare al gas russo e incentivare l’immigrazione “regolare” per tornare più competitivi di Germania, Francia e Spagna è da cattiva coscienza. Sovranismo e tradizione devono essere recuperati per superare un modello politico concorrenziale, non per rinforzarlo.