Abbozzo per un Progetto Filosofico

Durante la vita sperimentiamo la sensazione di essere un soggetto pensante che abita un corpo, in grado di percepire oggetti/sensazioni, ricompreso nel mondo fisico: soggetto, oggetto, corpo e mondo separati in modo abbastanza rigido.

La realtà suggerisce questo in effetti: la penna che tengo in mano è "altro da me", i pensieri che scrivo sono altro dalla mano che li scrive e tutto è altro dal mondo che lo contiene. Il mondo, se io non esistessi, non sparirebbe e pure il mio compagno di banco è, ovvio, separato dal mio corpo.

Ma è realtà o apparenza? Nella vita quotidiana, le cose sono più integrate.

Quando guardo fuori dalla finestra, cioè percepisco il paesaggio, non lo sto scandagliando in modo neutro fintantoché il mio cervello rielabora le inquadrature montandole in successione, ma ciò che vedo è già una ricostruzione orientata. Il mio cervello offre lo scenario più utile alla sopravvivenza del mio corpo. La stessa sensazione di "essere io", mentre "guardo fuori" è una ricostruzione orientata, utile prima che vera. La percezione del paesaggio è la stessa percezione di me stesso e non è neutrale; soprattutto l'oggetto percepito, il soggetto che percepisce ed il corpo sono molto più legati tra loro di quanto non sembrasse a prima vista.

L'uomo, per sua natura, è tale solo quando percepisce e, per quanto detto finora, la percezione è dialettica "a tre" tra soggetto, oggetto e corpo che si incastrano inscindibilmente tra di loro. Ne consegue che l'uomo non può rinunciare al mondo (contiene la realtà da percepire) e la realtà percepita ha bisogno, per farsi mondo, dell'uomo: nella realtà fisica un euro è un cerchio di qualche metallo, ma nel mondo è proprio "un euro".

Ora, se l'uomo necessita di percepire la realtà in quanto uomo e dato che nella realtà sono presenti altri uomini, significa che l'uomo non può rinunciare al rapporto con altri uomini. Gli conviene. L'uomo con le sue singole percezioni crea un mondo. Limitato a quelle percezioni. Se però si scontrasse con altri individui potrebbe innestare le proprie percezioni su quelle altrui. Sarebbe un processo dialettico di scontro, trauma e lotta per il compromesso, ma ne deriverebbe un mondo più ricco, per farla breve.

Allora, vero che l'uomo potrebbe cavarsela anche da solo, ma se veramente volesse godere del mondo, viverlo e non sopravviverci, dovrebbe necessariamente passare per la a volte dolorosa e problematica convivenza sociale. Non potrebbe pensare di sottrarvisi non solo perché non conveniente per sé, ma anche perché priverebbe ingiustificatamente gli altri delle sue percezioni del mondo. Gravissimo. Dovrebbe provare a migliorare la società per sé, ma anche per responsabilità collettiva di creare un mondo che faccia sentire tutti accolti.

L'idea qui è di non mitizzare la socialità umana, conservare l'elemento della dialettica come fondamentale della realtà, riconoscere l'evidenza scientifica dell'utilità della solidarietà e darle uno sbocco più "alto", farne un obiettivo cristiano cui tendere. La cristianità va intesa, per rimanerle fedele, per ciò che rappresenta: un invito alla concretezza della vita terrena, alle cui possibilità la divinità si è lasciata ridurre. Se non si pensa ad una via simile, che permetta alla teoria di farsi pratica, allora è meglio abbandonare ogni tentativo di riflessione.

Quindi serve continuare a battere la strada dell'integrazione dei dualismi nella ricerca di una teoria pratica economica (che riguarda il modo di soddisfare gli interessi comuni) e politica (che riguarda il modo in cui la comunità compone e ricompone i propri interessi). E sono piani ovviamente integrati perché come vengono soddisfatti gli interessi comuni determina ed è a sua volta influenzato dal metodo di composizione degli interessi. Politicamente sono da evitare gli assetti definitivi, le posizioni di mera conservazione e le assunzioni di ordine e stabilità come valori preminenti rispetto a progresso, innovazione e partecipazione. Significa favorire la maggior distribuzione di beni tra classi sociali che comunichino tra loro e restino il più possibile scalabili e mobili gerarchicamente. Cioè indirizzare la naturale competizione umana verso l'innovazione tecnologica e deviarla dalla difesa anche armata di determinati gruppi di potere spaventati dalla partecipazione della popolazione allo stesso esercizio del potere.

Senza troppi sofismi:

  1. Forte preferenza per sistemi parlamentari rispetto a presidenzialismi centripeti e federalismi centrifughi.
  2. Anteposizione di crescita e piena occupazione alla stabilità dell'inflazione, prevista per costituzione per Stati nazionali e Banche centrali e mondiale.
  3. Tassazione il più possibile progressiva con almeno cinque aliquote per garantire distribuzione di ricchezza e opportunità.
  4. Forte intervento statale per mantenere servizi pubblici di livello e anteposizione di determinati standard al rimborso del debito pubblico, prevista per costituzione.
  5. Creazione di una camera di compensazione per evitare squilibri import/export, perché ciò crea esattamente quelle concentrazioni di potere e la voglia di abbatterle ad ogni costo che impongono la stabilità forzata agli esportatori e sacrifici anche bellici per riemergere agli importatori: la sofferenza degli ultimi riguardi e imponga sacrifici ai primi.
  6. Ciò originerà processi produttivi più razionali, adeguati ai fabbisogni, attenti all'ambiente e rispettosi del lavoro, meno ricattabile dal capitale.
  7. La riduzione degli squilibri ridurrà il peso della finanza nella gestione dei flussi di ritorno di capitale da esportatori a importatori, l'esigenza di competere al ribasso e la proliferazione di paradisi fiscali che sottraggono risorse alla tassazione garantendo però capitali contesi da classi politiche sempre più deboli.
  8. Promozione in tutte le sedi possibili di unioni multilaterali economiche avanzate, poiché solo entità popolose e dotate di risorse produttive possono garantire alta occupazione e inflazione moderata.
  9. Proporre progetti di partecipazione operaia agli utili aziendali.
  10. Tornare a vedere la scuola come agenzia istruttiva e non farne un surrogato di agenzia educativa quale dovrebbe essere la famiglia, sfilacciata dalla odierna società.

Conclusioni

Questo modo di pensare permette di tenere legati in un'unica trama diversi punti.

Innanzitutto cerca di dare egual conto e legittimità all'aspetto ontologico della realtà fisica e a quello fenomenologico del mondo vissuto. Ciò è importante perché integrare i dualismi non deve annullarne i termini.

Poi, cerca di dare alle acquisizioni scientifiche più verosimili (dialettica tra forze come fondamento del reale, cervello come macchina da ipotesi, mondo esterno come ricostruzione interna utile al soggetto, solidarietà di specie, società come meccanismo integrato di organi…) rilevanza ideale. In altri termini, rinuncia al racconto mitico dei principi cristiani, senza farli svilire dalla ricerca scientifica.

Forse, riesce a integrare pensatori diversi in modo coerente (Hegel, Marx, Nietzsche, Heidegger e Merlau-Ponty in particolare) e movimenti abbastanza distanti (nel metodo, tra sistemici e antisistemici, e nel merito, dall'idealismo al realismo e dal fisicalismo all'esistenzialismo).

Inoltre e soprattutto sembra fecondo di nuovi sviluppi per attenuare lo scontro fine a se stesso tra opposizioni funzionali, ma non anche verosimili nei campi più svariati, da sanità/malattia mentale a libero arbitrio/determinismo.

Infine, si sforza di proporre soluzioni impattanti la struttura economica della società, quella di gran lunga preponderante nel creare un mondo accogliente, si pensi solo a competizione commerciale-consumismo-crisi debitoria e climatica.