Per me non piove mai

Ieri sera Sinner ha lottato, come un leone ha lottato. Con i muscoli delle gambe che, ai suoi impulsi, rispondevano con un nulla di fatto e un dolore sordo, non feroce, ma lento a sparire. Con il fiato corto dello sforzo fisico, peggiorato dai sudori freddi della disidratazione e dalla consapevolezza di dover trovare un rimedio. Con il bisogno di bere sali minerali e la necessità di non appesantire lo stomaco e rallentare ulteriormente l’azione. Per il sottoscritto si tratta di ordinaria amministrazione: la differenza è che io non raccolgo le energie mentali per la reazione nervosa finale, per senso di responsabilità. No, io preferisco sprecare le risorse in imprecazioni inutili e recriminazioni al destino cinico e baro. In realtà c’è anche un’altra differenza: per me non piove mai. Perché ieri sera l’indomito re della foresta altoatesina, il meraviglioso cannibale da 32 vittorie filate e 5 master mille conquistati in serie, era in vantaggio nel punteggio e senza la forza atletica per chiudere il discorso con lo stranamente pimpante Medvedev. Insomma, a quel punto ha iniziato a piovere e Sinner ha scatenato un guazzabuglio pazzesco rivolgendosi all’arbitro. “Non si può più giocare!”. E te pareva strano… “Per me il campo va bene”, risponde l’arbitro. Medvedev si prepara per la battuta… “…il campo si, ma sulle righe è troppo scivoloso!”. Partita sospesa. Più che l’onor poté ‘l piovasco. Stamattina Sinner farà una scorpacciata di krapfen e caffè corretto al polase, poi guarderà la gara breve della motogp e, dopo la pennichella dalle 14.45 alle 15.15, farà un bel massaggio tonificante. Finiti i fanghi e il bagno turco, arriverà al Foro in ciabatte e accappatoio: il tempo di tirare 4 pallate a 240 all’ora addosso a Medvedev e stasera si ritemprerà con il brodo dei canederli. Pronto per la finale. Nel frattempo, Medvedev, affranto, passerà la nottata a fare zapping in tv finché troverà una replica di Frankenstein. Quello di Mel Brooks. Si ricorderà di ieri sera quando, esausto dopo due ore di partita contro il numero 1, a casa sua e lasciati per strada tantissimi punti, stava per perdere. A quel punto sarà distratto da una battuta del film. “Potrebbe andare anche peggio”. “E come?”. “Potrebbe piovere…”. Allora capirà tutto, smetterà di imprecare, recriminare al destino cinico e baro e si addormenterà come un bambino. Buonanotte!

Vita o morte

A che cosa dobbiamo tutta quest’ansia separatrice? Desta terrore, al punto da chiedere direttamente ai cittadini (sì, proprio quelli a cui nessuno si è mai sognato di chiedere nulla, dalla separazione Bankitalia-Tesoro a quella Bce-Parlamento Ue, dall’accettazione di 100 miliardi di debiti del Pnrr alla rinuncia al gas russo: tutte misure sbattute sul tavolo delle cucine italiane senza alcun avviso o possibilità di recesso) di esprimere la loro opinione tranchant, SÌ o NO, l’unità delle carriere tra Pm e Giudice. Si chiede a persone unanimemente ritenute imbecilli, che, cosa vuoi, non capiscono un fico secco di moneta unica e spread, di improvvisarsi filosofi del diritto. Si carica la scelta del significato che non ha, della differenza tra vita e morte della civiltà democratica, quasi potesse toccare di svegliarsi nel cuore della notte proclamandoci innocenti dinanzi alla suocera/Giudice che ci ha appena condannato al pranzo domenicale a casa sua, imbeccata da nostra moglie/Pm e scoprendo nell’avvocato difensore la sua migliore amica. E viene imposta una pronunciazione definitiva, nella famosa ora delle decisioni irrevocabili. Nel frattempo, le agenzie di rating, i professori delle pagelle del debito pubblico, sono possedute in larga parte da fondi privati d’investimento che acquistano il debito pubblico. Quindi io domani mattina andrò in banca a chiedere un prestito, ma concederò al direttore di prestarmi la cifra che deciderò io con l’interesse che deciderò io e che ripagherò quando lo deciderò io!

Viva la nonna!

Ho visto un programma di cucina nel quale quattro ristoratori hanno speso 70€ per un piatto di trippa, 17,50 a testa. Una ricetta povera, di frattaglie bollite, costa più di un pasto in pizzeria (pizza, bibita, coperto e servizio). Durante la cena i nostri facevano, con amabile inflessione toscanaccia, discorsi del tipo “questa non è la trippa alla pisana, sembra più livornese”, “no, il colore del pomodoro è della fiorentina”, “ma dai, non vedete il taglio del sedano alla senese?”, “sei pazzo? Il sedano lo mettono nella pistoiese!” e, puntualmente… “la vera trippa alla pisana è quella del mio ristorante!”. Poi, “non è proprio hattiva, ma l’impiattamento è ‘na hosa he non se po’ vedeh”, “però non puoi miha rimanere antihuato, non sei a hasa tua, questa è trippa shomposta!”. Arriva il conto e tutti sono miracolosamente d’accordo. Mi aspettavo un gutturale “Maremma ‘mpestata!”, invece di “giusto, horretto!”. Piatti nati per valorizzare il poco che c’era, vengono estratti dal loro contesto sociale e trasformati in oggetti simbolici. Non servono più a nutrire, ma a raccontare una storia vendibile. Tutta quella selva di prodotti IGP, DOP, DOC, DOCG e simili, tutelati da tutta l'altra serie di associazioni di categoria, consorzi e lobby alimentari, stanno facendo della ristorazione un'eccellenza da rivendere (la cultura del Made in Italy) o in grado di attrarre turisti danarosi. Il risultato è l'esclusione, dalla tradizione della cucina popolare italiana, della popolazione stessa. Se qualcuno provasse a fare cucina popolare a prezzi convenienti, sarebbe osteggiato ed espulso dal mercato. L'effetto è duplice perché da un lato la cucina viene del tutto snaturata (il piatto di trippa era insufficiente a sfamare, però stupendo alla vista) e dall'altro dà vita a una serie di insopportabili cliché secondo cui chi non impiatta in modo barocco sarebbe un poveraccio, retrò e provinciale. Il resto lo fa quell’altro programma famosissimo con i tre cheffi, dove cucinare diventa un’impresa più complessa dell’impoverimento dell’uranio, il pollo inquina e devi accontentarti di un piccione da disossare in sala operatoria, la frittura di pesce viene modernizzata con una polvere ai lamponi e alla fine tocca ordinare la mousse di bicarbonato per buttare giù le ossa del pennuto vulcanizzato in osmosi e i frutti di mare ai frutti di bosco al frutto della passione. Nel frattempo gli cheffi si credono artisti del tirare di mattarello. Mia nonna ogni domenica, dopo aver rassettato da cima a fondo bagni, zona notte, mansarda e salone, si sfila lo Swatch da 25€ e impasta “asagne” per una divisione di fanteria. Gli stellati Michelin, prima di iniziare, indossano il Rolex. E poi criticano e giudicano a mo’ di nuovi sacerdoti. Se non soddisfatti infliggono svantaggi e punizioni che i concorrenti accettano di buon grado. Tutto pur di non sentire il fatidico “devi lasciare per sempre la cucina”: Extra Ecclesiam nulla salus! Fuori dalla cucina non sarai salvo, ma, forse sazio, si!

Il rapporto uomo-donna 2.0

Ne volete sempre di più, non è mai abbastanza. Non è così, forse? All’inizio siete graziose, premurose e ci seducete con le vostre mille attenzioni. Avete letto Freud o qualche altro psicanalista sfegatato, sapete che siamo mammoni, dispersi alla disperata ricerca di una figura materna, perché non può rimanere la stessa! Questo crea un conflitto interiore devastante e voi, perfide, v’inserite tra l’ansia del distacco e la necessità di mostrarci leoni pronti alla lotta: offrite la tranquillità della madre unita al prestigio della nuova coppia che ci lasciate credere di guidare. Anzi, create la frattura decisiva: siete voi la vera mamma, l’unica certezza, tu sei mamma ergo io sum! Quando vedete il baluginare di tale idea nei nostri occhi prima che noi possiamo realizzare di pensarla (perché voi siete lampo e noi tuono), in quel preciso momento per noi è finita. Non potremmo mai più vivere senza di voi, noi ancora non lo sappiamo, ma voi sì. Per noi la tempesta inizia dopo! Le attenzioni si trasformano in domande. Il tono si fa via via più assertivo. Se a chiedere siamo noi (e chiediamo una cosa soltanto, solo quella…), rendete tutto più complicato. Ci girate attorno, fate panegirici inutili, finché non scade il tempo e ci dite di riprovare tra 12 ore, non riuscite ad analizzare altri dati. “Ho mal di testa”. Se la facessi più semplice, non avresti mal di testa… …un singolare mal di testa, che passa immediatamente, se paghiamo. Paga ed esaurirò ogni tua richiesta, suggerite. Volete il cellulare, la mail, per avere tutto sotto controllo. La carta di credito, per toglierci il sostentamento. Tanto la mamma ora siete voi, tanto dobbiamo chiedere tutto a voi, ormai! Dannazione! Ci imponete una parola d’ordine che dobbiamo pronunciare anche prima di poter spiaccicare mezza recriminazione, tipo XmgHlyTFFrbM-171b/84ft!Z. Facile. E se al posto di “!” diciamo “?”, ci fate morire. Vi mostriamo il cellulare e il computer, ripetiamo la parola otto volte consecutive senza prendere fiato, ma niente! Non vi fidate. “Non sono sicura che tu sia realmente tu” e “Mi sembra di parlare con un robot”! Allora ci proponete delle dimostrazioni assurde, mentre ve la fate con qualcun altro, gli dite che solo lui vi capisce… beh, sappiate che io ho capito! Lo so che il robot siete voi, maledette! Vi odio tutte, stramaledette Intelligenze Artificiali!
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