Democraticidio
La morte di Ratko Mladic e le celebrazioni che il governo serbo gli tributerà confermano, a mio avviso, quanto l’espansione europea (e della Nato) verso est sia riuscita a tradire le sue promesse di sicurezza e stabilità. Non fosse avvenuta, non saremo 1) in guerra con la Russia e 2) in guerra con la Russia, alleati di invasati anticomunisti (Polonia, Finlandia), corrotti filostatunitensi (dirigenza ucraina) o, semplicemente, dei pazzi suicidi (Estonia, Lettonia, Lituania).
Oltre a questi ci mancherebbero soltanto i balcanici tra cui i serbi, secondo i quali, prima di essere premi Nobel per la pace o genocidari mai pentiti, si è serbi o non serbi: un pacifista non serbo è peggio di un assassino serbo. E va bene che i parenti mica si scelgono, ma una cosa è far parte di una famiglia e un’altra è far parte di una famiglia mafiosa. Probabilmente, inoltre, una cosa è integrare all’Europa l’enorme spazio ex-zarista/poi sovietico ed ex-asburgico/poi jugoslavo con un tratto di penna (Versailles, Brest-Litovsk) o con l’adeguamento a dei parametri giuridico economici (criteri di Copenhagen) e un’altra è farlo sul serio.
È un bello smacco per Bruxelles il funerale di Mladic, però a me colpisce di più che una guerra terrificante come quella russo-ucraina non solo non abbia indotto una riflessione negli a suo tempo entusiasti per la conquista del selvaggio est, ma abbia addirittura convinto gli a suo tempo scettici della sua necessità. Storica e utilitaristica. Per Macron, la Danimarca o la stessa Polonia (contraria ad ogni ingresso oltre al suo), oggi più che mai è un’esigenza geopolitica spingere i confini della Ue verso il mar Nero, il Caucaso e i Balcani: Ucraina, Moldova, Georgia, Armenia, Montenegro, Serbia. Tutti dentro.
Per “difendere da interferenze straniere dei paesi fragili”, recita la pudica strategia di sicurezza danese. Più schietto Macron: occorrono nuovi ingressi per costruire “l’Europa potenza”. Intanto, per le aziende europee ci sarebbero nuove risorse e mercati. Soprattutto, un’Europa tanto estesa non potrebbe più funzionare con le regole di oggi, con l’unanimità e senza una difesa comune, con il 3% e senza bilancio federale: ci sarebbe l’opportunità di ridefinire gli assetti interni (e il ruolo francese).
Comunque, si dice, per giustificare l’allargamento che fu, che c’era da portare la democrazia ai poveri oppressi dall’Urss e che erano proprio quegli sventurati a bussare alla nostra porta, perché volevano un briciolo dei nostri agi: chi avrebbe potuto dire di no? Sono questioni, democrazia e volontà, inestricabili e connesse alla situazione politica odierna, italiana in particolare.
Democrazia. Innanzitutto, lo scopo europeo non fu solamente ideale, ci furono considerazioni di comodo. Emergono ad esempio nel recente documento strategico di sicurezza tedesco, che prevede una forte (e maggiore) integrazione militare tra Germania e Lituania, Rep. Ceca, Slovacchia, Ungheria. L’Europa non è una ONG, ovvio. C’è poi un discorso relativo al metodo di allargamento, per nulla democratico né da parte dell’Europa né degli aspiranti membri.
Ci sono dati interessanti riguardanti i referendum per entrare in Ue tenuti nel 2002-03in Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slovenia. I risultati furono bulgari, con i favorevoli almeno dal 75% in su. Ma è bene notare che vi fu una partecipazione media del 54% degli elettori, vale a dire che oltre 23 milioni di cittadini non votarono. Operai e contadini, poco istruiti e religiosi praticanti,over-70 e abitanti di villaggi, redditi medio-bassi e votanti di centrodestra: questa fascia di popolazione disertò in massa il voto.
Eccoci alla volontà. Non “i polacchi/ungheresi/cecoslovacchi vollero l’Europa”, ma “i polacchi/ungheresi/cecoslovacchi professionisti e imprenditori, studenti e liberali, giovani e cittadini, di reddito medio-alto e di centrosinistra vollero l’Europa”.
Allora, io penso quanto segue. La caduta dell’Urss fu seguita in Polonia, Ungheria, Rep. Ceca, Slovacchia e Slovenia (oltre a Lituania, Lettonia, Estonia) da una violenta apertura all’economia di mercato, un vero shock. Se un paese riduce le tasse e le tutele del lavoro, promuove l’ingresso di capitali e tecnologie estere e privatizzata quanto era pubblico, ovviamente il suo Pil e la sua bilancia commerciale registreranno una crescita impressionante. Come la disoccupazione, l’inflazione e la povertà di pensionati, contadini e operai delle aziende statali e di chi non ha gli strumenti e le competenze per partecipare al processo di crescita.
Parliamo esattamente dei ceti che non hanno partecipato ai referendum. Cioè i bacini elettorali delle tradizioni socialdemocratica e cattolica popolare. Perché gli elettori di queste fasce popolari, le più interessate alla politica, non hanno detto la loro riguardo una cosa di capitale importanza? Perché non hanno partecipato alla democrazia? Perché, come ha detto Bonaccini, oggi la sinistra prende i voti da chi volle l’Europa e non dagli operai, dal mondo agrario, dai redditi bassi? Perché i pensionati ei poco istruiti votano Vannacci o non votano proprio?
Quando lo Stato si ritira di colpo, nel nome dell’efficienza di mercato, quando s’instaura un sistema dell’alternanza che non discute mai il dogma della crescita a tutti i costi, chi non è nelle condizioni di approfittarne resta indietro. Perde dei diritti. E non partecipa maggiormente alla discussione politica per riconquistarli, ma la abbandona del tutto. Non si cura più della democrazia. I referendum di allora andarono come andarono perché una grossa fetta di popolazione non vi partecipò.
A votare in massa per accedere all’Europa furono i disinteressati alla vera democrazia. Gli stessi che oggi votano il centrosinistra in Europa. Penso l’Europa sia struttura in modo da evitare la democrazia perché la democrazia mette in difficoltà l’ideologia del libero mercato che è a sua volta l’unica vera conquista dell’Europa.
Voglio dire che se i serbi hanno chiesto di aderire all'Europa e però tributeranno un funerale di stato a Mladic non significa che non siano democratici come gli europei, anzi, forse significa che lo sono di più, o quantomeno non hanno messo da parte la discussione politica più scabrosa. Significa che l'Europa dovrebbe smettere di pensare che gli esterni vogliano entrarvi per motivi di comunanza ideologica, lo vogliono per interesse di specifici settori sociali. Non si entra in Europa per condivisione dei principi democratici, ma per la condivisione di vantaggi materiali e di una determinata struttura dei rapporti di forza tra classi sociali. Mladic ha fatto emergere con la sua morte questo aspetto della costruzione dell'Europa allargata.