Il non pio desiderio
Viviamo in una società del desiderio e questo è pacifico. Basta guardare la tv, la pubblicità spinge continuamente sui nostri desideri di possedere un’auto più potente o più green, un cellulare più grande o più veloce, un detersivo più profumato o più efficace, una pelle più abbronzata o più idratata. Tutto per apparire. Vengono reclamati piani per ottenere a rate ciò che non ci si può permettere, agevolazioni di credito a portata di clic. Programmi di giochi a premi durano più di un film e gli intermezzi sono popolati di stimolo al desiderio di possesso di corpi perfetti. I miti sono i Musk e i Bezos, possessori di ricchezze sterminate e inventori di sistemi espansivi della possibilità di consumare. Le località da raggiungere sono Montecarlo e Dubai, Times Square e City Life, città che ospitano classi agiate senza il problema di dover lavorare o città nelle città, dove rifugiarsi da caldo e rapinatori, drogati, prostitute, borseggiatori.
La distanza tra chi ha e chi non ha continua a crescere e, nonostante il tenore di vita delle masse sia salito, tutte le statistiche più aggiornate riguardo la società occidentale denunciano l’erosione della classe media e l’aumento, anche relativo, delle fasce di popolazione in povertà assoluta. Mentre la politica si limita a studiare il metodo per garantire l’accesso alle classi superiori ai membri delle inferiori, le generazioni “ribelli” ascoltano i trappisti addobbati di collane, gioielli, orologi e pistole, o tiktoker che insegnano l’autostima e il giusto equilibrio tra pochette e mascara.
L’autosufficienza è definita dalla possibilità di non dover lavorare e poter pagare per ottenere ciò che si vuole. È una questione di apparenza e visibilità che hanno del tutto sostituito competenza e credibilità. Possono essere ottenute con tutti i mezzi, dalla scommessa azzardata alla rapina violenta. Siamo nell’era dei casi Adinolfi e Roggero.
Sperare di poter restaurare le epoche di Cicerone e Machiavelli, quando il desiderio, la ricerca della ricchezza e dello sfarzo che permettevano alla classe elevata di evitare il lavoro manuale erano molto criticati, non è molto sensato. Rievocare il senso cristiano di diffidenza verso l’adattamento al mondo (quando la chiesa deragliava, nascevano le tensioni, i San Francesco, Savonarola, Lutero e Calvino), mi pare anche più proibitivo.
Credo sia necessario invocare le prerogative minime di uno Stato: garantire la sicurezza dei confini e la distribuzione delle possibilità di vivere dignitosamente per tutti. Le condizioni che permettono ad alcune nazioni di concentrare ricchezza sul proprio territorio, causando la circolazione sfrenata di risorse finanziarie, umane e ambientali devono essere smantellate. Lo Stato deve usare le proprie capacità per garantire servizi degni e posti di lavoro qualitativamente adeguati e distribuiti equamente tra zone diverse. Si tratta di progetti di multipolarismo delle valute, compensazione import/export internazionale e di lavoro pubblico garantito già proposti da economisti ovunque stimati e riconosciuti.
Di certo uno Stato forte presuppone dei cittadini disposti ad accettare di poter essere giudicati a posteriori, con calma, da persone estranee, per le loro azioni e reazioni anche in casi eccezionali di pericolo o turbamento. Accettare che ogni azione compiuta vale in un sistema di relazioni e che anche la reazione più giustificata potrebbe avere conseguenze per quel sistema di relazioni.
Di certo, in una società del desiderio, di ricchezze invidiate e bramate, di umanità troppo varie che mescolano usanze disparate con l’aumento di disoccupazione, discriminazione e povertà, ogni apertura alla possibilità di “rimedio fai da te” risulterebbe nefasta.