Principio di non contraddizione
Non sono in contraddizione il rigetto di Trump ed il caloroso abbraccio riservato a Zelensky da parte di Giorgia Meloni. Ce lo confermano le dichiarazioni di Mattarella a Praga e di ieri (durante l’incontro proprio con Zelensky) e quelle rilasciate da Tajani al Corriere stamattina.
In questo tempo che ci tocca di vivere, si verificherà una rivoluzione dei rapporti di potere globale di portata enorme, tale a quella vista durante la Belle Époque, quando il primato geopolitico di Washington iniziò a rilevare quello di Londra. Un mutamento della forma politica rivelatore del cambiamento del sistema economico: il nuovo epicentro del capitalismo era già spostato in America.
Sta succedendo qualcosa di simile perché, anche se gli Usa rimangono solidamente il centro finanziario del mondo e possono giovarsi di privilegio del dollaro ed abbondanza di risorse, a livello produttivo le cose non vanno altrettanto bene: la Cina produce il triplo dei veicoli. La tecnologia americana ha bisogno delle materie prime cinesi e sempre la Cina possiede quelle necessarie al futuro, alla transizione ecologica. Il ruolo del dollaro è in via di ridimensionamento e mantenere il caravanserraglio delle basi militari estere diviene man mano più esoso.
Il processo non è ne sarà lineare e privo di tensioni, già evitare 30 anni di guerra mondiale sarebbe un ottimo risultato. E durante un processo di simili proporzioni è lecito attendersi collisioni tra il potere degli Stati Uniti e tutti gli altri poteri del mondo, temporali (Nato, Cina, Russia, Ue…) e spirituali. Anche con il Papa, ovviamente.
Ogni singolo conflitto può essere indagato nella sua dimensione particolare (quello tra Trump e Leone XIV è analizzato dettagliatamente dal vaticanista Piero Schiavazzi), ma non può essere compreso se non inquadrato nella cornice della storia generale. Pure, ogni conflitto particolare innesta le proprie conseguenze sulla storia generale, spostandone le dinamiche Dio solo (è davvero il caso di dirlo) sa dove.
Altra ovvietà: la riduzione dell’influenza americana comporta un riassetto relazionale tra gli Usa ed i loro alleati, della stessa portata di quello con i nemici. Israele è molto attivo in tal senso, nella definizione di un nuovo rapporto con il padrone e cerca di orientare il processo a proprio vantaggio. Dice Schiavazzi che il sionismo esasperato degli israeliani Smotrich e Gvir è sempre più saldato con le posizioni del cristianesimo evangelico statunitense, a sua volta parte rilevante dell’elettorato di Trump e allineato alla politica estera di Netanyahu. Questo fronte unico del “sionismo cristiano” è strumentalizzato da Netanyahu perché favorevole alla sua politica di potenza e, in quanto legato a Trump, “costringe” il presidente a dirottare risorse verso Israele ed i suoi disegni egemonici.
Questi collidono con gli interessi della Chiesa cattolica in Medioriente. E collidono con gli interessi europei ed italiani di “costringere” gli Usa a non abbandonare la Nato. I paesi europei non sono ancora in grado di difendersi autonomamente, non nei tempi che vorrebbe Trump. Lo devono convincere a spendere per difendere l’Europa. Come? Sabotando la trattativa russo-ucraina e prendendo le parti di Leone XIV contro lo stesso Trump e Netanyahu.
Ecco spiegati i baci e abbracci per Zelensky ed i rimproveri a Trump della Meloni.
Ecco spiegate le parole al miele di Mattarella per la Nato (a Praga) e per Zelensky (ieri al Quirinale).
Ecco spiegato l’intervento di Tajani sul Corriere di oggi: “Agli Stati Uniti lo spiegheremo: essere alleati serve anche a voi”.
“Anche” perché serve soprattutto a noi.