Maldini go
Maldini e Leonardo li aveva nominati Malagò, la loro autonomia allargata l’aveva decisa Malagò. Malagò non è un esperto di calcio giocato, è un dirigente e giustamente ha proposto che a scegliere l’allenatore fossero due dirigenti e grandi ex giocatori. Tuttavia Malagò è stato scelto da AdL e Marotta: uno vorrebbe partite di 50 minuti (per impazienti), senza fuorigioco (per ignoranti) e superleghe (per impotenti), l’altro si è messo d’accordo con un americano per radere al suolo San Siro. A Malagò interessano la politica, il curriculum, i diritti tv, gli stadi col ristorante, gli abbonamenti, i tifosi paganti. Ne fa una questione d’immagine. E l’immagine di chi ha tratto, dal recente caos, più giovamento?
Se i due milanisti fossero arrivati a Guardiola, sarebbero rimasti al loro posto e Malagò sarebbe stato il capo saggio in grado di delegare bene. Pirlo, invece, per l’immagine è la doccia gelata e Malagò (che sullo sfruttamento delle scommesse ha costruito il programma) è balzato sulla “scelta infelice” di Maldini e Leonardo per rinfacciargliela e “ora decido io!”. Si sono dimessi? Tanto meglio, passano per arroganti (lo stesso Malagò ha confermato che non hanno preteso bonus). Malagò è parso quello che si assume la responsabilità e ha nominato soci del circolo Aniene, amici plaudenti (Ranieri) e adulanti (Mancini).
Mancini a proposito considera la sua fuga in Arabia con il portafoglio ricolmo “un tragico errore”. Accadessero a me simili tragedie non riuscirei a sopravvivere. Cosa deve aver tribolato, il povero Mancio, Dio solo può sapere! A Malagò, quando ti parla, sembra sia capitata in bocca la fetta di lesso proprio quando è finita la salsa verde: pensi non la manderà mai giù. Inizi a preoccuparti per lui. In quel momento esatto capisci che, a far la parte dell’arrosto, sarai tu.