Un calcio al caldo
In questo periodo fa caldo e non si vede un gran bel calcio. Ieri sera la Francia ha mostrato delle terrificanti limitazioni difensive contro una Norvegia che, da quel punto di vista, non è stata molto migliore.
Nelle squadre africane riponevo grandi speranze. Congo, Ghana e Capo Verde hanno compiuto tre imprese bloccando Portogallo, Inghilterra e Spagna, ma le più attrezzate di talento mostrano la solita tendenza di imitare il gioco all’europea. Senegal e Costa d’Avorio hanno raccolto, contro Francia e Germania, cinque gol e gli applausi di Lele Adani. “Giocano AL calcio!”. Perché c’è UN calcio e lui ne è sacro custode. Se pensate esistano il calcio che vince e il calcio che perde e il primo sia l’unico fatto bene, ricredetevi! Sopravvissute ai gironi insieme all’Egitto, più che altro grazie alla modestia di Iraq, Curacao e Nuova Zelanda. Bene il Marocco. Qatar e Arabia Saudita pensavano fosse il mondiale di Padel.
Sempre secondo Adani, Marcelo Bielsa è un genio della panchina e infatti l’Uruguay è riuscito a farsi buttare fuori da arabi e capoverdiani. Spero comunque il titolo possa andare ad una sudamericana, magari il Brasile: ho provato a tradurre in portoghese/brasiliano alcune mie poesie e prendono tutto un altro suono, sembrano addirittura vere poesie! Non male le asiatiche, la Corea del Sud sembra avere margine di miglioramento.
Riguardo le europee nutro una repulsione verso il nord. Germania, Austria, Svizzera, Austria, Olanda, Belgio, Svezia e soprattutto per la Norvegia: europeisti con la Corona, progressisti con la monarchia, ambientalisti col petrolio, anti-putiniani con gli ucraini, socialisti col fondo sovrano. La Spagna mi fa purtroppo pensare all’arroganza di Fabregas. Tra gli ex imperi francese e portoghese preferirei il secondo, anche se temo il damerino 41enne possa mandare tutto allo scatafascio.
Detto ciò, “caldo” e “calcio” sono termini che si somigliano molto e mi sembra patiscano problemi comuni. Il caldo è innescato da un sistema commerciale fondato sulla produzione ai fini del consumo. Le diverse aree del pianeta sono caratterizzate da diverse disponibilità di risorse, popolazioni, capacità fiscali, valute, tutele sociali. Senza una volontà regolatrice comune, si è instaurato un sistema per cui chi “produce più di quanto consuma” e chi “consuma più di quanto produce” non ha reali incentivi a cambiare le cose. Chi esporta cerca quote di mercato per prodotti in eccesso, chi importa scatena la gara a chi produce ancora di più o estrae risorse ambientali.
Paesi pieni di debiti e con valute forti sono in grado di concentrare risorse (umane e materiali) che aumentano ulteriormente le differenze di cui sopra. Altri paesi si sono adattati al meccanismo e si arricchiscono sulle dipendenze del resto del mondo. Da questo processo scaturiscono inquinamento e costi sociali della circolazione frenetica delle persone.
Concentrazione e circolazione affliggono anche il mondo del pallone (tondo proprio come il mondo). Ci sono squadre piene di debiti e con proprietà ricchissime in grado di concentrare il talento tramite campagne acquisti stellari e squadre che si sono adattate ad un modello nel quale si finanziano vendendo giocatori ipervalutati al miglior offerente. Troppo import da una parte ed export dall’altra. Nella palude di mezzo sguazza una pletora di procuratori, intermediari, manager, capi federazione e commentatori.
Sempre nella palude prosperano le zuffe tra giochisti/difensivisti e ambientalisti/consumisti o frugali/cicale e cosmopoliti/zoticoni. In definitiva, la disputa tra virtuosismo e debolezza offusca il dibattito sulle possibili soluzioni per limitare la concentrazione del talento e la circolazione delle risorse. Occorre un insieme di regole condivise che renda sconveniente perseguire il massimo livello tanto del consumo quanto della produzione.