Condanno e?

“Condanno qualsiasi violenza, da qualsiasi parte provenga e qualsiasi obiettivo persegua chi la esercita”. Qualsiasi anima bella potrebbe dirlo, qualsiasi sciocco potrebbe condividerlo, qualsiasi ipocrita potrebbe strumentalizzarlo. Ma è un principio sbandierato da chi? Dal membro di quale classe? In che fase nel rapporto economico della sua classe con le altre classi? Perché a disposizione vi sono quante alternative? Verso questo o quell’altro scopo finale? Diretta contro chi? Per evitare la pace perpetua o una violenza più subdola? “I miei migliori amici sono Arafat, Castro e Gheddafi”. L’ha detto Nelson Mandela, premio Nobel per la pace, Lenin per la pace e Sacharov per la libertà. “Tra l’incudine dell’azione di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid”. Fondò il partito ANC e, nel 1961, la sua forza armata MK, dedita ad attentati dinamitardi. Nei soli anni dal ’83 al ’87 vi furono 31 vittime e 404 feriti. Nel 1995 la Commissione per la riconciliazione sudafricana stabilì che MK violò i protocolli di Ginevra e si macchiò di vari crimini contro i diritti umani. Torture e processi sommari erano ordinaria amministrazione. MK per il governo segregazionista era un’organizzazione terrorista. “Io e alcuni colleghi giungemmo alla conclusione che sarebbe stato irrealistico e sbagliato continuare a predicare la non violenza in un momento in cui il governo rispondeva con la forza alle nostre richieste pacifiche… non perché desiderassimo arrivare a questo, ma soltanto perché il governo non ci aveva lasciato altra scelta… c’è un momento in cui rimangono soltanto due alternative: sottomettersi o lottare”. E Gandhi? E la non violenza? E quindi Gheddafi era un santo, un modello di civiltà? E se ti piace Arafat vai a vivere in Palestina! Gandhi preferiva non fare del male a chi ne causava a lui, vero. Avrebbe scelto di farsi uccidere piuttosto che uccidere. Tuttavia, ad un imbelle, che accetta le verità più semplici e le versioni di comodo del potere costituito, allo schiavo consapevole, preferiva l’uomo violento. “È meglio essere violenti, se c'è violenza nei nostri cuori, piuttosto che indossare l'aureola della nonviolenza per coprire la debolezza. La violenza è sicuramente preferibile alla debolezza. C'è speranza per un uomo violento di diventare non violento. Non c'è questa speranza per i deboli”. Soprattutto, occorre chiedersi che cosa viene percepito come violenza da parte di chi condanna qualsiasi violenza. L’azione di lasciarsi fucilare? L’azione di lasciarsi morire di fame? A me sembra decisamente violento. Se dovessi sparare ad un innocente, continuerei a sognarne il volto. Se dovessi smettere di nutrirmi in una cella, getterei il mio corpo morto addosso alla coscienza del secondini costretti a non liberarmi. E cosa suggeriva Gandhi come forma di resistenza? Non pagare le tasse, rifiutare il servizio militare, violare le leggi che vietano di riunirsi, scioperi della fame, marce fino alla morte e lo sciopero generale: interruzione di attività nelle fabbriche, dei servizi pubblici. A livello generale, appunto. Dai tramvieri ai salumieri, dai netturbini agli scaricatori di porto. Traffico di merci e capitali, trasporti pubblici e poste: tutto paralizzato. Un’azione del genere, un blocco dell’economia, verrebbe descritta come non violenta dal governo Meloni? Il blocco di un porto fu definito pacifico dal governo Draghi? La renitenza alle armi sarebbe tollerata dal governo ucraino? Franz Jagerstatter farebbe una fine diversa in mano a Zelensky rispetto a quella che fece in mano a Hitler? Condanno e ripudio ogni violenza disorganizzata, contro il singolo e finalizzata a sé. Condanno e rispetto ogni violenza consapevole, perseguita con metodo e scontata nelle conseguenze. Condanno e rifletto su ogni violenza con l’obiettivo di vedere riconosciuta la propria dignità di uomo e libertà di autodeterminazione.