Guerra ai mercati
L’aumento del prezzo del petrolio va benissimo, ci arricchisce sempre di più. Però intanto è meglio ridurre le sanzioni alla Russia. La guerra potrebbe durare in eterno, ma, visti gli incespichi borsistici di Blackrock, ci siamo accorti di aver già distrutto tutto! Questa è la solfa americana la cui traduzione sarebbe: “Ehi, scommettitori, il petrolio è salito, ma non lo farà più!”. Come a dire che il governo tutelerà i cittadini o comunque soltanto alcuni operatori del mercato.
Non possono passarla liscia, noi non trattiamo e lo stretto di Hormuz resterà chiuso finché lo decideremo noi, perché la guerra durerà finché lo vorremo noi. Questa è invece la solfa iraniana la cui traduzione sarebbe: “Ehi, scommettitori, il prezzo del petrolio è salito, ma salirà ancora di molto!”. Come a dire che la guerra causerà una recessione per tutti, cittadini ed operatori del mercato che fanno la cuccagna.
Dunque, la guerra è una questione di mercato: è la voglia di scommettere a determinarne la durata. Uno potrebbe dire “bene, il mercato è una cosa oggettiva, il rapporto costo/beneficio è molto più razionale dell’imperialismo americano e del fondamentalismo iraniano”. Avrei qualche dubbio. Dal 1945 in poi gli Usa sono il centro del capitalismo mondiale, grazie all’imposizione del dollaro come moneta più importante. Inizialmente la ricchezza proveniva dalle fabbriche e ciò richiedeva determinate condizioni: tassi d’interesse moderati; salari dignitosi e buona assistenza sociale; piena occupazione primaria rispetto all’inflazione. Politiche monetarie, fiscali e sociali erano orientate alla crescita della produzione, come governanti, parlamentari, banchieri centrali, accademici e cittadini comuni.
Negli anni ’70 la redditività del capitale passa dalla produzione alla finanza. Agli operatori di borsa occorrono rendimenti corposi, stabilità dei prezzi e rassicurazioni: la banca centrale conterrà l’inflazione prima di garantire la piena occupazione; i governi non si preoccuperanno di redistribuire e trattenere i capitali. Negli anni ’80 la prospettiva di indipendenza della banca centrale divenne accettabile. Perché la realtà lo aveva già imposto: il governatore della Fed Volcker risolse l’inflazione con un violento innalzamento del tasso d’interesse. Causò recessione e disoccupazione, rese insostenibile il costo del debito in dollari dei paesi più poveri. Ma il ruolo di dominio del dollaro fu salvo. Tali misure furono descritte come necessarie e dolorose, obiettive e razionali ad una società già pronta a recepirle in questi termini.
Da allora succede sempre la stessa identica cosa. Banche centrali, governi, parlamentari, economisti: tutti si impegnano a garantire la stabilità dei mercati finanziari e convincere tutti che questa valga disoccupazione e smantellamento dello stato sociale. Keynes descriveva il mercato azionario come una sorta di concorso di bellezza. Sappiamo che il mercato tende per sua natura ad un oligopolio funzionante per logiche via via meno razionali. Diventa quindi razionale l'obiettivo di garantire investitori nella loro irrazionale attività di scommesse, in modo da non fare collassare i mercati. Sappiamo che il mercato tende a concentrare le ricchezze maggiori in sempre meno mani e che la grande massa dei cittadini non partecipa al gioco. Eppure sono i loro sacrifici a tenere in piedi il sistema. A me sembra il culmine dell'irrazionalità.
Oggi siamo di nuovo agli stessi passi. Per difendere il ruolo di dominio del dollaro gli Usa hanno inventato una guerra che pagheranno i cittadini comuni. Le banche centrali si sono affrettate a paventare aumenti dei tassi d’interesse necessari anche se dolorosi, anzi, necessari in quanto dolorosi perché sarebbero le nostre pretese di non svenarci dal benzinaio o per fare la tac a mettere a rischio, con la loro irrazionalità, la razionalità dei mercati. Le nostre pretese sarebbero più irrazionali del voler mantenere a tutti i costi il vantaggio del dollaro. Difendere i mercati finanziari sarebbe quindi la scelta più razionale. E fate pure, cari Volcker, Powell, Draghi e Lagarde, scaricate su di noi il peso di scelte che non abbiamo preso, tutelate il mercato con disoccupazione e tagli alla spesa pubblica. Però, almeno, non raccontateci che sia l’unica opzione per il benessere generale. È proprio l’opzione più particolare possibile.
Affidare tutto, anche la guerra, al mercato non è razionale. Il mercato non è ciò che fermerà la guerra, ma è ciò che l’ha innescata e, in nome della sua razionalità, è ciò che rovina la vita delle masse popolari. La struttura finanziaria del sistema internazionale rende alcune guerre economicamente sostenibili o persino funzionali. Più che una guerra dei mercati occorre una guerra ai mercati.