La disabilità è sportiva
Ho fatto un post riguardante la formula uno nel quale scrivevo che, al pari di tutti gli sport, dovrebbe rispondere al criterio della drammaticità. Come un dramma teatrale, dovrebbe rappresentare delle persone che impiegano doti eccezionali per raggiungere traguardi inaccessibili. Vincitori e perdenti sono eroi e sconfitti, trattati con rispetto e pietà. Il loro misurarsi con prove difficili dovrebbe ispirare nel pubblico la voglia di riempirsi la vita dei migliori obiettivi, delle sfide più complesse, dei confronti più stimolanti. Senza sete di guadagno e timore del fallimento, sicuri poi di meritare la considerazione altrui solo per aver intrapreso una strada impervia e rischiosa. Secondo me la formula uno del 2026 ha perso drammaticità.
Molti mi hanno risposto dicendo: “prima guida un’auto di formula uno e poi potrai parlare”. Qui però non si tratta di capacità fisiche, si tratta di capacità di intuire il drammatico della nostra vita e, forse, sopravvivere 30 anni ad una malattia rara che ne prevedeva 15 mi ha aiutato a sviluppare una minima capacità intuitiva del dramma.
Mi ha fatto vedere e conoscere persone che hanno spinto il proprio corpo verso limiti pericolosi pur di raggiungere traguardi alla loro portata intellettuale, senza accettare il primo “per te va bene così” o la prima proposta di accesso alle semplificazioni. Persone che lottano contro rimpalli burocratici condotti da persone sane che condannano, a colpi di firme ritardate, altri più sfortunati a temere la fine della loro vita. Famiglie che sacrificano tutto pur di permettere ai membri più deboli di vivere minimi aspetti di normalità. Senza aspettarsi nulla in cambio, perché i figli sanno perfettamente che oltre i sacrifici non ci saranno cure, come i genitori sanno che per loro non ci saranno pubblici elogi.
Il senso di questo post è che, quando si parla di fini ultimi, di come il mondo dovrebbe essere costruito e di cosa debba essere considerato virtuoso o meritevole di rispetto, non ha senso espellere dal dibattito chi non avrebbe le giuste competenze. Le competenze per discutere di fini ultimi si ottengono solo discutendo di fini ultimi. Non significa tutti possano dire tutto di tutto, ma se solo gli esperti possono parlare di fini ciò vuol dire farne dei mezzi.
Non è una difesa della disabilità in genere o, peggio, di quella che riguarda me. È una difesa della democrazia, perché chiunque nel proprio piccolo può intuire il dramma ed i suoi protagonisti.