La struttura delle cose
Lo strutturalismo filosofico giunge a conclusioni che lasciano perplessi. Secondo questo atteggiamento “gli uomini, al pari dei pezzi nel gioco degli scacchi, non esistono al di fuori delle relazioni che ne specificano il comportamento. Gli uomini sono forme e non sostanze”. Se nulla esiste al di fuori di una struttura, significa che ad esistere sono solo le strutture. Se è così, le conseguenze per il singolo elemento sono chiare: non ha alcun senso. Per un’analisi scientifica il singolo di per sé non ha rilevanza.
Insomma, dal concetto della morte di Dio si passa alla morte dell’uomo. Al di là del fatto che una posizione del genere schiaccia col rullo compressore il pensiero di secoli riguardo questioni come libertà o responsabilità, credo si possa tranquillamente concludere che né la riflessione su Dio né quella sull’uomo sono state risolte. Nel senso che non rimanga altro da dire in merito.
Io non credo la realtà sia fatta di sole strutture e credo non soltanto alle strutture tocchi tale dignità. Detto ciò, credo anche le strutture possano risultare un utilissimo mezzo di rappresentazione della realtà. Rappresentazione utile a sua volta a permetterci di passare serenamente i giorni che ci rimangono a disposizione. La questione filosofica è tutta qui.
Oggi credo sia proprio il caso di analizzare il “problema” dell’immigrazione dal punto di vista della struttura economica. Di chiedersi perché moltitudini di persone debbano spostarsi tra continenti. Prendiamo il caso europeo.
Da dove origina l’immigrazione irregolare verso l’Europa? Africa occidentale (Mali, Nigeria, Senegal…) e Nord Africa (Marocco, Algeria, Libia…). Osservando la bilancia commerciale di queste zone si può notare che tanti paesi registrano deficit cronici (spendono più di quanto incassano per il 10-20% del Pil). Altri segnano dei surplus altalenanti e legati alle materie prime.
Cosa vendono e cosa comprano questi paesi? A chi vendono e da chi comprano? Esportano principalmente materie prime (petrolio, gas, terre rare, metalli e derrate alimentari) e importano prodotti lavorati (beni industriali, elettronici, farmaceutici, raffinati). Esportano in gran parte in Cina ed Europa, senza dimenticare Stati Uniti e India. Importano dagli stessi luoghi.
Con quali risorse? Vendono materie prime nei mercati internazionali per procurarsi dollari, euro o yuan oppure se li fanno prestare da istituzioni internazionali, ma soprattutto da enti e fondi d’investimento privati. In cambio acquistano beni cinesi, europei, americani e promettono tassi di interesse per attirare i capitali. I quali affluiscono in quantità per strappare condizioni di lavoro vantaggiose e obblighi fiscali e legali minime. Poi, quando non ci sono più soldi, gli interessi vengono rimborsati con altre materie prime o concessioni secolari di bacini estrattivi.
Ci guadagnano tutti, paesi benestanti, multinazionali, industriali, intermediari finanziari, paradisi fiscali e classi dirigenti locali , pronte a spartire tra i migliori offerenti risorse pubbliche come fossero proprietà private. E che, l’immigrazione, la incoraggiano. È un’utile valvola di sfogo per la popolazione più ribelle. Perché non c’è interesse politico alla nascita di una classe media diffusa che reclama diritti politici e sviluppo economico.
Sopra la struttura si può discutere di molte cose, la religione, gli usi e costumi, i codici linguistici, morali e comportamentali. Cose validissime, ma afferenti all’ideologia e che discorsi solamente ideologici possano incidere a livello strutturale mi risulta poco credibile. Come l’idea che l’immigrazione dovuta al rapporto dell’economia mondiale verso l’Africa potrà mai essere “controllabile”. Più facile ogni tanto ci si schianti sul palazzo dell’ipocrisia.