Per colpa di chi
Gli squilibri energetici europei non nascono con la guerra in Ucraina, né con quella in Iran. Per esempio, i Paesi Bassi sono la porta d’ingresso nord al continente del gas via nave, mentre Spagna e Italia si contendono il ruolo a sud; la Francia esporta all’interno dell’Ue elettricità prodotta col nucleare, la Spagna con le rinnovabili e la Polonia col carbone; la Germania importa da Parigi e Varsavia, ma ha la capacità fiscale per pagare la transizione, a differenza dell’Italia che importa gas e petrolio da Algeria, Caucaso e Medioriente; l’est (Ungheria, Slovacchia) mantiene legami con la Russia e altri paesi europei senza l'impaccio della moneta unica (Norvegia) ne inondano il mercato di petrolio.
L’Ue nasce come strumento per garantire la concorrenza tra Stati membri, tutti si sfidano a chi esporta di più e gli squilibri non soltanto non vengono corretti, ma risultano incentivati: chi importa troppo è costretto a “riforme strutturali” che abbattano la domanda interna e chi ha la bilancia commerciale attiva è indicato come modello di efficienza. Le regole di Bce e Trattati sul controllo di inflazione e deficit fanno il resto, impedendo di fatto il superamento delle differenze. Se lo scopo è la competizione, l’energia è un asset: il prezzo finale è preminente su ogni altra considerazione. Se il petrolio algerino fosse più conveniente dell’installazione di turbine e pannelli, l’Italia dovrebbe puntare sul primo. Produrre beni ad un prezzo più basso della Francia è più importante della dipendenza estera o dell’inquinamento. L’energia stessa diventa un bene: se la Germania avesse bisogno di elettricità, cosa sarebbe più conveniente per la Spagna? Venderle quella che produce in eccesso o aiutare Berlino a diventare indipendente?
Questo si traduce in sprechi, inefficienze, prezzi differenti e più alti e frammentazione politica. Una possibile soluzione almeno in parte lenitiva, consiste in un meccanismo compensativo di tipo keynesiano. Nella pratica si tratta di istituire una soglia massima di import/export energetico per ogni paese europeo. Se esporti troppo, devi contribuire a investimenti nei paesi che importano. Se importi troppo, devi investire per ridurre la dipendenza. Chiaramente ci vorrebbe un’autorità comunitaria che definisse chi deve investire quanto e dove, che avesse capacità di controllo e di obbligare trasferimenti di miliardi di euro da una parte all’altra del continente. Possiamo stare tranquilli: ciò non accadrà mai.
Per colpa dei partiti di destra, degli indipendentisti e nazionalisti estremi? Non sono abbastanza svegli e non capiscono la convenienza della solidarietà, al contrario dei partiti di sinistra?
Bisogna guardare alle vicende della sinistra europea degli ultimi trent’anni. Diciamo che anche la sinistra ha ceduto alla visione individuale della storia e sostituito la solidarietà “statalista” con la concorrenza “mercatista”: alla classe operaia è subentrato il gruppo lgbt, all'obiettivo della piena occupazione è subentrato quello di accesso ai corsi di formazione. Dinamiche di cui hanno sofferto gran parte dei partiti europei di area socialista. Per quanto riguarda la Spagna, che oggi tutti indicano come ultimo paese europeo di sinistra, lì si è vissuta in anticipo la stagione che avrebbe poi attraversato l’Italia.
Il Psoe di Sanchez è nei fatti simile al Pd della Schlein. Questo è stato protagonista di un grosso cambiamento a livello dirigenziale a partire dai primi anni duemila, passando per stagioni nelle quali, da sinistra, sono state applicate misure di destra: risanamenti, privatizzazioni, riforme delle tutele del lavoro. Tanto il Psoe quanto il Pd sono infiltrati, di figure sinistre più che di sinistra. “Capibastone” e “Barones” che hanno pesantemente contributo alla costruzione dell’Ue sopra descritta. Se anche Sanchez e Schlein volessero attuare il meccanismo di compensazione energetica, non potrebbero farlo perché perderebbero il consenso politico.
Per Sanchez la situazione è peggiore. Il suo governo ha bisogno dei voti di partiti indipendentisti baschi (Pnv) e catalani. Questi sono paragonabili alla Lega delle origini: rappresentano le istanze di gruppi industriali e ceti produttivi di regioni benestanti nei rispettivi paesi, insofferenti al legame con il governo centrale e le sue prerogative di redistribuzione (Madrid, Roma) ed ostili ad un’Ue davvero solidale. Infatti, se Bruxelles imponesse agli Stati nazionali di usare delle ipotetiche risorse comunitarie o permettesse di indebitarsi a patto di usare le risorse aggiuntive in chiave di riequilibrio interno, Pnv e Lega perderebbero consenso politico.
Gruppi del genere sono molto più uniti e compatti nel preservare un'Europa poco solidale (come lo è ora in fin dei conti, perché austerità economica, limiti al debito e deficit nazionali e controllo dell'inflazione sono politiche favorevoli alla popolazione ricca che rappresentano) di quanto lo siano i partiti della sinistra europea nel cercare di dare all'Europa una vera solidarietà tra diverse nazioni. A Bilbao, nel gennaio scorso, partiti di 14 delle regioni più prospere del continente (Baschi, Catalogna, Lombardia, Sassonia, Fiandre, Hauts de France…) hanno firmato una dichiarazione che li vede preferire allearsi tra loro per difendere la leadership piuttosto che accettare una regia politica che redistribuisca i loro vantaggi competitivi a territori meno sviluppati.
Sanchez e Schlein sono molto più cauti nel richiedere un piano di controllo di livello europeo. la sinistra estrema è anche peggio. Melenchon, Wagenknecht, Diaz: i loro piani prevedono per Francia, Germania e Spagna di spingere sull’export energetico, tornare al gas russo e tassare i colossi del settore. Vogliono recuperare competitività per poter garantire stipendi minimi, pensioni, redditi universali e spese pubbliche da sogno ai loro cittadini.
Questa Europa non è di sinistra.
È solo sinistra.