Il Maestro
Mentre del resto so poco e niente, di cinema non m’intendo affatto e forse proprio per questo non conosco freni inibitori delle sciocchezze che potrei scrivere a riguardo. Come le seguenti, in merito al film tennistico “Il Maestro”, tra i cui interpreti Pierfrancesco Favino nei panni dell’allenatore/ex-giocatore Raoul Gatti. Pietro lo assume perché segua il figlio adolescente Felice durante una serie di tornei nazionali.
Pietro insegna al ragazzino un tipo di gioco attendista, solido, semplice, poco appariscente, costante e teso a contrastare la qualità tecnica dell'avversario attraverso il piano tattico. Felice non va mai "sotto rete" perché significherebbe esporsi. Anche se al pubblico odierno piace l'azione immediatamente appagante, ritmata e veloce, il papà impone al figlio di "prendersi campo", estenuare l'avversario con colpi di logoramento mentale e se il pubblico non gradisse, amen! Importante è la vittoria della partita, non lo show, perdere dando spettacolo non è moralmente superiore alla vittoria sporca, tattica. Gli trasmette inoltre una disciplina fisica e abitudinaria che si trasforma in autocontrollo morale. Questo è in tutto e per tutto SPORTIVO.
Tuttavia Pietro spiega il suo stile di gioco come una specie di lotta di classe. Cioè: i ricchi giocano per divertirsi e dunque attaccano, noi siamo proletari e li sconfiggiamo con il lavoro. Ne fa una questione politica, ma allora conferisce allo sport una connotazione utilitaristica. Per di più rinfaccia a Felice i suoi sacrifici economici, scarica sulla famiglia le sue scelte di seguire Felice con lo scopo di godere di un futuro ritorno monetario. Questo rovina tutto ciò che di positivo caratterizza l’attività sportiva.
Raoul è diverso. Non sembra rigido su uno stile di gioco codificato e questo è un fattore positivo nell'ottica della vittoria. Anche vincere attaccando ha la stessa dignità della vittoria sporca. Però insiste molto sul divertimento, sul giocare per divertirsi. Ciò rischia di fargli apprezzare una sconfitta divertente più di una vittoria noiosa. A Raoul piace impressionare il pubblico perché ciò gli arreca gratificazione. Ama il tennis, forse quanto se stesso; per e contro se stesso gioca in campo, non per il pubblico e contro l'avversario. Tra l'altro non bada minimamente alla disciplina e infatti non ha il minimo autocontrollo morale: piange, poi fa sesso, poi prova il suicidio, poi balla e il tutto nella stessa giornata.
È il punto fondamentale: darsi delle regole formali inutili, ma non irrilevanti e rispettarle plasma anche la nostra sostanza, il carattere. Predispone alla responsabilità. Raoul, si scoprirà, ha drammaticamente fuggito la sua responsabilità di uomo.
Perché aveva già fuggito la sua responsabilità di sportivo.
La scena finale del film, in cui non si capisce come giocherà e se Felice vincerà l’ultima partita, mi è sembrato il giusto coronamento del dissidio. Tra due visioni dello sport. E della vita.