Per provare a camminare da soli

Alcuni appoggi che mi servirebbero per imparare a camminare da solo. Sono convinto li saprei trovare, sapessi dove si trovano, li saprei sicuramente trovare. Realismo. La realtà è la situazione nella quale siamo chiamati a sperimentare la vita, il vivere. Questa situazione è concreta e, definendo le nostre possibilità, diventa il nostro mondo. Nel mondo siamo per agire; agire significa scegliere; scegliere comporta responsabilità e la responsabilità svaluta intenzioni e individui in favore di effetti e gruppi. Responsabilità. Se nel mondo in cui agiamo esistono anche gli altri e se le scelte hanno degli effetti sul mondo, ciò che scegliamo ha effetti sugli altri. Ciò ricorda che, prima che giuste o sbagliate, le scelte sono concrete (non estetiche) e tragiche (non indifferenti). Il fallimento può causare la morte e la fine del mondo: la responsabilità toglie scorciatoie. Individuo e individualismo. La situazione, le scelte, gli effetti e le responsabilità sono diverse per tutti e dunque tutti sono diversi. La diversità della scelta non ne scioglie però il legame con gli effetti e la responsabilità, rende anzi più rilevante la stessa scelta. Se ogni situazione è diversa, ogni scelta fa la differenza. Individuo e comunità. La responsabilità, si potrebbe pensare, blocca il singolo e frustra il talento. Ma se è vero che noi e gli altri formiamo il mondo, forse anche il mondo forma noi. Se il mondo nasce dalle scelte di tutti, tali scelte sono determinanti per formare un mondo adatto a noi: l’individuo superiore non è sostituibile, come il mondo che lo rende possibile. Utopismo. Sono da rifiutare narrazioni che neghino il sacrificio e il costo necessari per la costruzione di un mondo soddisfacente e di un’identità personale degna; il ruolo decisivo e l’essenza concreta di ogni scelta possono proteggere dalla visione estetica della vita, secondo cui la forma può rimediare agli effetti reali. Vittimismo. Il fallimento, prima o poi, avverrà. Eppure pensare di doverlo evitare in ogni modo è più utile di pensare ci siano modi accettabili di fallire, modi ammirevoli di fallire e modi per cui il nostro fallimento non ricadrà sugli altri. Pensare ciò è la porta d’accesso all’autoindulgenza. Teleologia. Ne deriva una specie di finalismo. Non nel senso che le cose siano già orientate verso un fine prestabilito. Piuttosto che dobbiamo organizzare i nostri obiettivi in funzione della nostra situazione reale e non dimenticare che, se la forma può servire una realtà, la realtà non può servire ogni forma.