Rivoluzione reazionaria

Le peggiori dittature della storia, le più autenticamente totalitarie, hanno attinto a piene mani da una cassetta degli attrezzi lasciata in bella vista da Hegel che, se certamente è stato abusato e distorto in modo raccapricciante (il lavoro rende liberi), ha d’altra parte fornito “ampio materiale disponibile a tale abuso” (lo Stato è il cammino di Dio del mondo). E, soprattutto: “Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale”. Sembrerebbe l’epitaffio di un vecchio reazionario ed è invece l’inizio di una rivoluzione che trovo (con linguaggio tecnico filosofico) bellissima! Giovane e fresca più che mai. Al di là di ogni problematica di un pensiero gigantesco di cui peraltro poco m’intendo, credo siano utili tre considerazioni. Dal suo concetto di Assoluto (ciò che ci circonda e di cui siamo parte fisica insieme ai nostri pensieri) come qualcosa di dialettico (un mare tumultuoso, piuttosto che un acquitrino stagnante), deriva un invito per l’uomo ad agire nel mondo e sporcarsi le mani della realtà, perché un idealista non è uno che parla a vanvera. In poche parole, noi potremmo nutrire le migliori intenzioni e non volerle vedere corrotte dalla loro messa in pratica: io potrei voler scrivere come Dante e, provandoci, riuscire a farlo come un trapper. Eppure, dopo la messa in pratica, l’idea iniziale perderebbe la perfezione e guadagnerebbe la Verità. Il messaggio è che una cosa vera è migliore di una perfetta e quella percepita come corruzione non lo è affatto. L’ottimo è nemico (perché falso) del bene (perché vero). Forse a parlare a vanvera sono io, ma è un punto di vista straordinario. Se rinunciare alla perfezione è l’unica maniera per partecipare alla Vita Vera, quella che si svolge in questo mondo e l’unica di cui abbiamo attualmente prova, ne deriva una speciale visione della morte. Non ne ridurrà la drammaticità, anzi. Però ne chiarirà la necessità al fine della vita. Io sono egoista e penso sempre all’uomo: la sua vita inizia da embrione che, se vuole nascere, deve negarsi come tale per ritrovarsi neonato. Questa è la dialettica: idee che si auto negano e si ritrovano. Morire per rinascere più consapevole. Il neonato diventerà bambino, adulto, vecchio e dovrà lasciare morire qualcosa di sé per ritrovarsi più consapevole: l’adulto perderà l’innocenza del bambino, il vecchio il vigore dell’adulto, ma avrà guadagnato il vivere la vita. La morte è necessaria alla vita, vivere eternamente sarebbe forse l’idea perfetta, ma non potrebbe essere vera, la struttura dialettica della realtà non lo permetterà mai. Mi sembra una concezione degna di nota. Ed una volta morto? Una volta morto il singolo ritrova se stesso nell’Assoluto, non proprio una visione cristiana, ma poco ci manca: per Hegel, Dio che si fa uomo è l’Assoluto che si mostra a sé tramite l’uomo, entriamo nel campo della credenza. Però, se l’Assoluto (la Verità) veramente avesse accettato di conoscersi tramite l’uomo, ne deriverebbe la capitale importanza di ogni singolo soggetto umano: “Ma l'uomo più odioso, il delinquente, è pur sempre uomo; un malato, uno storpio, è pur sempre un uomo ancora vivente: l'affermativo, la vita, è malgrado il difetto, ed è appunto questo affermativo che bisogna considerare”. La frase sul reale ed il razionale non è da intendersi letteralmente, ma se queste tre prospettive fossero le nostre, se tutti riconoscessimo la necessità del vivere nel mondo, della morte per la vita e di ogni essere umano, la realtà sarebbe molto più razionale.