Santa Alleanza
Io non temo gli altri perché conosco loro; io temo gli altri perché conosco me stesso. Io non temo gli altri per ciò che loro potrebbero fare a me; io temo gli altri per come potrei reagire io a ciò che loro potrebbero fare a me. Io non temo Putin, Xi e Trump per ciò che potrebbero fare a Mattarella, Meloni e Draghi; io temo Putin, Xi e Trump per come potranno reagire Mattarella, Meloni e Draghi a ciò che potrebbero fare a noi.
Ormai, è chiaro, questi tre hanno firmato la Santa Alleanza. Contro la Russia? Contro la concorrenza cinese? Contro i dazi americani? Macché! È un’alleanza contro un nemico molto più pericoloso: il popolo, noi. Per tutti e tre il popolo è una bestia da domare, necessita di qualcuno che ne tenga a freno gli appetiti e diriga lo sforzo verso corretti obiettivi. Si tratta di una teoria seducente, tipicamente conservatrice, secondo cui serve sempre qualcuno pronto ad arginare la deriva populista con quella uguale e contraria dell’antipopulismo.
Normale per un postfascista come la Meloni le cose siano così e l’uomo, quando si trova in massa, sia da porre sotto tutela, facendolo però sentire importante. L’economia non gira? Non importa, lo spread è basso. I salari sono ancora più bassi? Non importa, l’export vola. La lira a quota 90 tira il collo al credito? Non importa, la moneta è forte.
È una visione che affonda nella notte dei tempi, propria della Destra Storica italiana e dei conservatori inglesi, degli economisti liberali prestati al fascismo e quelli cileni del piano del mattone del ’73. Di loro e di tutti quanti fanno una categoria morale della bilancia commerciale in pareggio e del basso deficit e non trovano di meglio da fare che regolare entrambi con tagli alla spesa pubblica. Poi le cose si mettono male e riscoprono Keynes, richiedono interventi massicci dello Stato per difendere quote di mercato. Perché Quintino Sella, De Stefani, Milei e Draghi sono corsi e ricorsi storici.
Mattarella è la perfetta fusione di occupazione del potere, paternalista e antipopolare, e controllo finanziario, antidemocratico e conservatore. Oggi tutto ciò ha assunto un carattere protezionista e aggressivo, tanto da non disdegnare la deriva dello scontro ideologico sul piano bellico. Nell’ultimo discorso bi-presidenziale ciò che è impopolare è necessario e fa bene ai cittadini; il libero mercato e l’unione europea con la sua austerità sono scelte irrinunciabili e vantaggiose; le guerre si evitano con la deterrenza militare e le libertà si difendono con le armi.
In realtà il controllo di moneta, bilancia commerciale e spesa pubblica è il controllo degli interessi dei potenti; il libero mercato serve a garantire gli squilibri commerciali mondiali sui quali l’Europa ha campato negli ultimi trent’anni; l’esercito ben armato serve, ora che altri ci superano e ostacolano, a preservare il proprio ruolo in un mondo di blocchi di economie che si sfidano a tutto campo.
Certe uscite testimoniano che chi dovrebbe difenderci ha la guerra in testa, ma non dobbiamo farla entrare nella nostra.