Superbonus parte II
600 MILIONI su un pil di 2'258 MILIARDI di euro sono in grado di distruggere i piani di investimento di un paese, qualsiasi essi siano. Il nostro governo, invece di prendersela con la regola che permette tutto ciò (Patto di stabilità), critica l’Istat per non aver stimato il pil italiano superiore di una ventina di miliardi. Non solo, si dichiara rammaricato di non essere riuscito a rispettare la regola europea e incolpa, per un fallimento di cui dovrebbe inorgoglirsi, il Superbonus.
Perché economicamente disastroso? No, perché è stato positivo da quel punto di vista. Perché politicamente inefficace? No, perché l’aveva convintamente appoggiato fin dall’inizio.
Lo critica per i suoi effetti contabili, perché “è costato 150 miliardi”, ma ciò è stato stabilito dall’Eurostat sulla base di altre regole europee. Il “costo” è stato “creato” applicando un modello precostituito ad una serie di dati acquisiti. Esattamente come il pil italiano è stato “creato” applicando un modello precostituito ad una serie di dati acquisiti. Istat ha detto: “Sulla base dei dati acquisiti, il modello previsionale stima il pil a 2mila miliardi e spicci”. Eurostat ha detto: “Sulla base dei dati acquisiti, il modello regolamentare stima illegale spalmare i debiti del Superbonus. Occorre scontarli tutti assieme, 150 miliardi subito”.
Perché la Meloni attacca il modello previsionale dell’Istat e non il modello regolamentare dell’Eurostat? Perché purtroppo anche secondo il governo attuale i regolamenti europei sono più infallibili delle previsioni italiane. Detto altrimenti: rispettare un insieme di regole è obiettivo che precede ogni considerazione sulla validità delle stesse regole.
Volevo a questo punto proporre la solita tirata sul fatto che l’insieme di regole europee sia il risultato di precisi interessi, ma ho già dato. Il punto vero è proprio la validità delle regole. Secondo John Dewey la conoscenza è “pratica che ha successo”. Vuol dire che il comportamento che seguiamo non è giusto o sbagliato, ma risolutivo o meno dei problemi che abbiamo. Le regole da seguire sono quelle che migliorano la vita di chi le segue. L’Europa sta seguendo delle regole che ne complicano la vita.
Il Superbonus ha mostrato la rigidità europea riguardo il rispetto della regola del deficit al 3% e la possibilità per gli Stati nazionali di stimolare la propria economia senza ricorrere al mercato finanziario o (al massimo) ai prestiti a tassi agevolati comunitari (stile PNRR). L’Italia ha sempre assecondato tali posizioni, firmando il Fiscal Compact e manomettendo la Costituzione nel 2012 (governo Monti, sempre lodato, sostenuto da TUTTI i partiti).
Sono limitazioni che hanno rovinato l’Italia e i paesi mediterranei, ma per l’Europa sono state funzionali alla crescita: per questo motivo anche noi e forse noi mediterranei più di tutti le abbiamo rispettate. Nella convinzione di poter partecipare alle fortune del continente.
Per almeno 15 anni dopo la nascita dell’euro quelle regole furono “pratica che ha successo”. La Germania funzionava col conveniente gas russo, la Nato si occupava delle spese per la difesa e l’avventurismo militare americano apriva nuovi mercati, impediva la formazione di concorrenti (Jugoslavia) e garantiva il controllo occidentale di risorse strategiche e snodi commerciali (Est-europeo, Medioriente, Mar Rosso, Oceano indiano, Afghanistan). Sudamerica, Sudest-asiatico, India e Cina non erano certo rivali, ma enormi bacini da invadere di beni a suon di trattati di libero scambio. Le stesse esportazioni verso gli Usa hanno permesso al capitalismo europeo di acquisire asset importanti dell'economia statunitense.
Oggi tutte queste condizioni non esistono più. Abbiamo perso forniture energetiche, i nostri alleati ci odiano e i paesi in via di sviluppo ci stanno surclassando: in un mondo del genere le regole dell’Ue non sono più “pratica che ha successo”. Il caso Superbonus sarebbe stata l’ennesima occasione per ribadirlo a chi vorrebbe uscire dalla crisi esasperando ulteriormente il rigore.
Il nostro governo ha preso invece le difese di questi ultimi.