Ultima fermata della locomotiva
Tendo a vedere il passaggio da De Gasperi a Moro nella Dc e da Togliatti a Berlinguer nel Pci come il passaggio da un momento nel quale le culture politiche cattolica e comunista riuscivano a formare gli individui alla mediazione (la capacità di accettare che non tutto può essere realizzato subito, ma va negoziato nelle istituzioni con altri interessi) al momento nel quale non riuscivano a farlo più. Da una democrazia in grado di istituzionalizzare il conflitto politico ad una che lo squalifica.
Mi pare in questo quadro possa essere inserita la parabola di un grande come Guccini. A partire da alcuni temi ricorrenti. Intanto il poeta, nel senso di colui che usa la pena, sa smascherare il carattere parziale delle ideologie universali e la falsità delle abitudini che impongono. Sono messi alla berlina il tradizionalismo cattolico, le equivalenti istituzioni e credenze del comunismo e le pretese borghesi di incarnare il mito di un progresso effimero. Del '68 si parla con nostalgia, è un'occasione persa di riscatto per una società indifferente. Questo per quanto riguarda canzoni come Cirano, L’antisociale, Eskimo, Primavera di Praga. Se consideriamo anche La locomotiva, c’è una violenza non esaltata in quanto tale, ma fatta passare da eroica e unico atto in grado di sortire effetti.
Testi scritti tra '65 e '95, gli anni della piena maturazione intellettuale del cantautore. Il fatto che molti gli attribuissero tendenze comuniste poi respinte, evidenzia non un istupidimento di chi prese l'abbaglio, ma il (a mio avviso) degrado della politica. Non è più azione collettiva, mediata dalle istituzioni, che porta un risultato: è un gesto individuale, che ha significato e dà significato a chi lo compie.
Posizioni che si ritrovano anche nel Guccini più tardo. Ha manifestato apprezzamento per il socialismo riformista/libertario, alcune istanze radicali e l'anarchismo, recentemente ha votato PD. Partito nato per garantire un europeismo parolaio e proporre un'idea depoliticizzata della democrazia, per cui discorsi ideologici vengono tradotti in questioni di merito. Si tratta di scegliere di fare la cosa più utile (per chi non si sa, anzi, si sa: l’ordine costituito), non la più giusta. È un frutto della delegittimazione del conflitto politico.
Una delegittimazione che secondo me Guccini condivideva. Nella sua intervista riguardo la guerra in Ucraina, dice di trovare naturale inviare armi e schierarsi per Kiev. Non farlo equivarrebbe a essere pacifisti e gran parte di essi sono cattolici che hanno scoperto un papa sudamericano ostile agli americani o comunisti nostalgici dell’Urss ostili all'occidente. Riemerge l'accusa di parzialità ad ideologie universali. Infine, giustifica l'appoggio all'Ucraina riesumando la citazione di Berlinguer "mi sento più sicuro sotto l'ombrello della Nato", come se il fatto che un paese desideri accedere alla Nato valga a giustificarne l'appoggio al di là di ogni altra considerazione.
Guccini ha scelto di ricevere una cerimonia funebre laica e mi sembra il giusto approdo per un percorso intellettuale illuminista nella misura in cui cerca di evitare il conflitto grazie alla ragione, capace di compiere la scelta più utile seguendo delle procedure. Dopotutto l'illuminismo ha un campione in Kant con il suo procedimento per decretare la moralità di un comportamento al di là di chi lo attua. Era una posizione di delegittimazione del conflitto comprensibile dopo le guerre di religione e pure Guccini ha vissuto in un periodo di delegittimazione dei grandi scontri ideali. Il punto è che cantare la fine delle ideologie può portare il convincimento della loro inutilità, ma ciò significa non accorgersi delle ideologie vigenti e cedere a un conformismo che era proprio il bersaglio della critica gucciniana.
Guccini non era conformista, né illuminista imbevuto di ottimismo e, se la nostalgia potrebbe essere interpretata come resa al progresso, la speranza di rinascita non ha mai abbandonato il suo animo e la speranza non è un valore progressista. Nemmeno si potrebbe rinfacciargli la sostituzione della solidarietà con l’individualismo. Basti vedere Dio è morto, Auschwitz, L’atomica cinese, Il vecchio e il bambino, Incontro, Radici.
I suoi ultimi giudizi politici però non li vedo, come ho letto da parte di alcuni, un “rimbambimento”: in alcuni suoi versi ne vedo la genesi.