Il prete falso
La Pisa di tornasole ha evidenziato la differenza tra Inter e Milan. Mentre i cugini della benpocoamata possono gestire senza particolari affanni una trasferta insidiosa (andata 0-2) o partire male e ribaltare lo svantaggio con rabbia felice (ritorno 6-2), i “nostri” sono presi nel mezzo del ritornello di Antonacci: “Eppure inizio bene, ma non so finire”.
Se partono benino trovando il gol per primi (certo, dopo averne evitati almeno un paio per divina intercessione), poi iniziano a patire. Sembrano in grado di poter frenare, gestire il pallone per stanare l’avversario e colpirlo in ripartenza con i velocisti Pulisic-Leao a supporto del panzer Fullkrug. Questi dovrebbero entrare e far iniziare la musica. Venerdì sera sembravano entrati dopo la musica della sconfitta.
Leao ha la prontezza di riflessi di Celentano, Pulisic funziona solo ad alte temperature e paracetamolo e Fullkrug, l’ariete forte di testa, ha dato prova della sua testa d’ariete tirando un rigore “alla Lukaku vista lago”. Così, fintantoché palla e palo anticipavano il San Valentino con un bacio galeotto, Allegri aveva il suo bel da fare per non causare la rottura col centrocampo, tra l’indolenza di RLC e la penuria d’inventiva di Fofana. Ci si è poi messo addirittura il suo suo braccio armato Rabiot a dar spettacolo con un’espulsione ricercata con tutte le forze.
A salvare il livornese dal consueto impazzimento e dal vergognoso spogliarello di fronte al pubblico pisano ci hanno pensato quello che Max non toglierebbe mai (chissà perché…) e quello che non metterebbe mai (chissà perché…): Modric e Ricci. Il vecchio e il mare delle speranze giovanili. Il Pallone d’oro ha appoggiato in rete un pallone d’oro da tre punti. Un colpo di classe perfettamente assistito dalla voglia dell’ex Toro, feroce e gentile nel raspare da terra e suggerire in mezzo a giri contati.
È bastata a quel punto la classica sostituzione allegriana (fuori l’ariete per il sinuoso De Winter) per congelare il risultato e frustrare la vocazione alla sanità del novello Ignazio di Loyola. Amen.
Considerazioni finali, anche post Inter-Juve.
Il Milan è più scarso, ma ha una dignitosissima colonia di italiani in grado di sostituire in nazionale l’imbolsito blocco Bastoni-Dimarco-Barella, mai decollato in azzurro. Gabbia-Bartesaghi-Ricci sarebbe un esperimento che Gattuso avrebbe dovuto provare prima, ma nemmeno così dissennato in ottica playoff.
Il Milan deve molto riflettere su Leao e la possibile vendita del malinconico portoghese: al centro dell’area di rigore non si diverte, non gli piace fare a botte con i Bastoni di turno; sulla fascia gli manca un partner alla Theo e non può saltare tre uomini ogni volta; se altri giocatori meno fenomenali ci danno dentro con l’applicazione, non è imprescindibile averlo in rosa e la classifica lo dimostra.
Infine una trascurabile domandina.
Secondo alcuni palati fini il Milan “giochicchierebbe” a calcio in modo attendista e sorpassato. L’Inter invece “giuocherebbe” al piano nobile, con una mentalità dominante che prova vergogna assoluta alla vittoria col possesso palla al di sotto del 92%. Che ne pensano i vari intenditori dell’appena abbozzata esultanza di faccia d’angelo-Bastoni assolta dal prete falso Chivu? È una riedizione pallonara di “Miseria e nobiltà”? Merita 92 minuti di applausi?