Salvare lo sport nazionale

Prendiamo gli allenatori italiani più di successo degli ultimi anni: Ancelotti, Mancini, Conte, Allegri e Simone Inzaghi. 5 Champions, l’ultimo Europeo, diversi titoli nazionali e 4 finali di Champions. Traguardi tagliati con una continuità di 10-15 anni, alla guida di spogliatoi complessi e ai comandi di dirigenti volubili, da Florentino Perez a De Laurentiis. Resilienza e adattamento che altri (Spalletti, Gasperini, Sarri) non hanno avuto. Questo “gruppo dei 5”, pur nella differenza stilistica, è fedele al principio della responsabilità. Mai li ho visti assumere posizioni dogmatiche, ma sempre in linea con le situazioni specifiche: se si può tenere la difesa alta 45 metri, bene. Altrimenti non ci sono problemi a ricorrere al contropiede. Se si sta vincendo occorre amministrare, se si deve recuperare occorre esporsi con la prudenza necessaria a non subire ulteriormente. Secondo alcuni, la soluzione dei problemi sarebbe quella di abbandonare la responsabilità in favore della cosiddetta mentalità. Prendono esempio da Psg-Bayern 5-4, descrivendola come partita manifesto del nuovo che avanza, ma a mio parere è stata solo una partita spettacolare, non bella. Insomma, come si può chiamare mentalità vincente una pratica che porta a subire gol evitabili e a rimettere in discussione qualcosa (3 gol di vantaggio) per cui si è faticato? Almeno tale visione mette in luce uno schema che non spiegherà tutto, però è difficile da ignorare: capitalismo – spettacolo – informazione – spettacolo – capitalismo. Il calcio contemporaneo è inserito in un sistema economico che tende alla concentrazione del capitale e del talento. Psg e Bayern (come Real, Barcellona o City) possono permettersi un gioco più esposto perché dispongono di campionissimi (attratti da stipendi faraonici) in grado di creare molto più di quanto concedono. Ora, di cosa ha bisogno il moderno capitalismo? Di spettacolo, non di responsabilità. I soldi devono essere reinvestiti, i consumi non possono rallentare anche a costo di pagare a rate e non si deve riflettere sulla necessità degli acquisti. Proporre un gioco spettacolare spinge i tifosi a voler vedere sempre più spettacolo. Mi sembra alto il rischio di un meccanismo che trasforma i tifosi in un mercato ed il calcio in un prodotto. In questo modo una differenza economica viene mascherata da diatriba tra progresso illuminato e tradizione oscurantista. La responsabilità viene derubricata a mancanza di coraggio da una classe di opinionisti che lavora per tv e media funzionanti come aziende. Più il prodotto è spettacolare e più è vendibile a tifosi sempre più bisogni di assistere, più che ad un evento sportivo, ad uno spettacolo di cui non si rendono conto di essere una delle attrazioni. E pagano. Non solo lo scontro ideologico tra filosofie di gioco nasconde questa situazione materiale, ma rende accettabile il fatto che chi “ha i soldi” possa naturalmente vivere meglio di chi non li ha. Fa credere a “chi può” di meritare uno status ottenuto grazie alla giusta mentalità. È anche una questione politica: differenze materiali tra Stati nazionali (disponibilità di risorse, modelli economici, contesti sociali) vengono trasformate in contrapposizioni morali. Perché dunque non pensare che un calcio responsabile potrebbe creare tifosi e cittadini più attenti alla sostanza della democrazia? Io dico che il calcio italiano debba cambiare integrando i nuovi principi di ritmo, verticalità e pressione con i principi di responsabilità. Proprio la capacità di integrare vecchio e nuovo è il segno distintivo dei "5 saggi". Imitare il Psg senza i capitali è suicida. Ancorarsi a un pragmatismo puro è autoescludente. Il calcio italiano oggi non ha capacità di spesa: gli rimangono tradizione tattica e allenatori responsabili. Questi devono essere punti di partenza, non catene da spezzare.