Un bel gruppo di amici
Si fa la gara alla ricerca della causa più profonda, della struttura più remota che solo i più accaniti materialisti riuscirebbero a scorgere, ma di responsabilità non si parla mai e il momento di adesso non lo viviamo. Lo inseriamo in una concatenazione di azioni e reazioni che dovremmo studiare, certo, ma anche vivere. Vivere, cioè trovare il coraggio, la presunzione di fare del momento attuale un nuovo punto di partenza per l’effetto che vorremmo ottenere e non di relegarlo a conseguenza inevitabile degli errori inevitabili commessi in precedenza. Non è possibile dimostrare con certezza la razionalità di tale pretesa, ma vale anche l’opposto, per lo stesso motivo.
Contro la Bosnia, ripeto la Bosnia, abbiamo schierato un 3-5-2 con tre difensori centrali (Calafiori+Bastoni+Mancini) e tre mediani (Barella+Locatelli+Tonali). Dei due esterni, uno è un terzino (Dimarco) e l’altro è noto per l’applicazione difensiva (Politano). Almeno 7 giocatori di “contenimento”, contro la Bosnia. Perché? Dov’è la presunzione di una nazionale quattro volte campione del mondo? Poi sono arrivati il vantaggio e alcuni minuti di buona gestione del pallone italiani. Gli avversari, riversati in avanti, soffrivano le verticalizzazioni di Locateli su Kean, freddo davanti e abile spalle alla porta. Dietro non erano così solidi.
Fino al rosso a Bastoni. La partita aveva già lasciato intendere che non era necessario avere 7 giocatori difensivi, potevamo tranquillamente evitare di ristabilire l’assetto iniziale. Gattuso non ha vissuto il momento, se l’è perso nell’analisi delle cause e abbiamo perso il terzo mondiale di fila. Ha applicato una regola prestabilita secondo cui quando viene espulso un difensore occorre togliere un attaccante. Perché? Dov’è la capacità di relazione con il reale, il presente? La Bosnia non è la Germania, non può offendere a pieno organico senza concedere il fianco.
Il pubblico di casa spingeva gli orgogliosi balcanici a cercare il pareggio, ma erano preoccupati dai due nostri attaccanti in agguato. Lo scorrere dei minuti acuiva il conflitto interiore e noi avremmo dovuto distruggerli nella psiche. Perché se vuoi battere il nemico devi mettergli in zucca l’idea che non potrà mai vincere, anche si rovesciasse il pianeta.
Gattuso avrebbe dovuto ringhiare, togliere un mediano (Barella) per inserire un esterno (Palestra) e passare al 4-4-1 spostando Kean sulla fascia: Palestra-Calafiori-Mancini-Dimarco davanti al portiere, Politano-Locatelli-Tonali-Kean al centro e Retegui terminale. Invece ha mantenuto l’assetto pavido, tolto una punta e incoraggiato i bosniaci all’assalto, liberi da freni inibitori. Hanno tirato 19 volte nel secondo tempo, noi 3, tre! Non solo ha tolto immediatamente Retegui, ma ha sostituito la velocità di Kean con quel panzer di Pio.
Quindi va bene analizzare le problematiche di fondo del movimento calcistico nostrano, ma non per sciogliere la responsabilità individuale in un brodo di causalità determinate. Gattuso ha avuto paura e se hai paura di vincere probabilmente perderai. Donnarumma ha sbagliato il rinvio e Bastoni ha dovuto rimediare, Kean e Dimarco hanno sbagliato due gol fatti: questi atti individuali ci sono costati il mondiale, ammettiamolo a noi stessi.
Oltretutto Gattuso, parole sue, ha rinunciato a giocatori meritevoli (Fagioli, Bernardeschi, Zaniolo) in favore della compattezza del gruppo. Ma il suo ruolo era portare al mondiale una squadra, non restare a casa con un bel gruppo di amici!