Alle poste o in pizzeria
Il post seguente non è obiettivo, perché io non sono un pezzo di videocamera ed è semplicistico tanto quanto deve esserlo la verità. Una verità che, tranquilli, è stata teorizzata da un’intelligenza umana assolutamente imparagonabile alla mia. La mia idea è quella di rilanciare una soluzione non completa e risolutiva definitivamente, ma almeno concreta e plausibile, in grado di dare sostanza al desiderio, quello della pace, declassato a meravigliosa utopia.
Quali sono i problemi dell’Europa e dell’eurozona, quelli di cui la gente comune parla alle poste o in pizzeria?
All’interno, la crescita economica ristagna. Interi settori ad alto valore aggiunto, dall’automobile all’industria meccanica, sono in crisi. In Germania e in Italia la ripresa tarda ad arrivare; e mentre Berlino può permettersi di aumentare il debito pubblico, in Italia e Francia l’austerità torna a farsi sentire. Le differenze tra Nord e Sud Europa restano profonde, alimentando sfiducia reciproca e frenando ogni tentativo di integrazione più coraggiosa. Figurarsi discutere di debito comune o di una Bce davvero attiva.
Dall’esterno, arrivano minacce da ogni parte. A Sud, l’instabilità africana genera forti migrazioni che i governi non hanno idea di come gestire. A Est, la Russia è tornata una potenza apertamente ostile e dalla Cina arrivano prodotti a basso costo che mettono in difficoltà l’industria europea. A Ovest, gli Usa impongono dazi e condizionano le scelte energetiche europee.
Ne derivano molti dei malesseri quotidiani percepiti dai cittadini: tasse elevate, servizi insufficienti, pensioni più lontane, insicurezza urbana, quartieri marginalizzati, convivenza complessa tra comunità diverse, denatalità crescente, giovani scoraggiati.
Insicurezza sociale e sfiducia nella società che, siano reali o percepite, legittime o meno, si traducono in disaffezione politica e crescita di movimenti egoisti di destra, xenofobi e austeri, o di sinistra, pronti a espandere la spesa pubblica in competizione con gli altri. È un problema che non si può risolvere se non risolvendo in modo organico tutti i problemi che lo compongono.
Occorre chiedersi cosa spinga la Russia in una guerra sanguinosa, gli Stati Uniti a ricattare l’Europa e “avvertire” la Cina, la Cina e l’Europa alla serrata competizione e governi africani (ed europei) a puntare tutto su export e austerità. Tutti questi attori conoscono il costo sociale di tale condotta, sanno che produce povertà, emigrazione e denatalità. Eppure insistono. Pazzi?
Come funzionano oggi le relazioni commerciali internazionali? Come una partita di monopoli. Chi spende meno di quanto incassa, vince e chi fa il contrario, perde. Chi vince, ne approfitta e chi perde subisce i ricatti. Chi vince, non è tenuto a prendere provvedimenti e chi perde è costretto a sistemare i conti. Non importano le conseguenze, l’importante è restare al gioco. Potrebbe un mondo del genere rimanere tranquillo per molto? Infatti…
Allora, perché non partire dall’intuizione cattolica della salvezza da raggiungere insieme e tradurla in pratica economica? Keynes ha già tracciato la strada ottant’anni or sono.
Si tratta di unire alcuni paesi, dotarli di una moneta e una banca comune. Moneta scambiata tra soli Stati e banca, nella quale ogni nazione avrebbe un conto corrente, che registra gli scambi commerciali. Oltre un certo dislivello tra entrate e uscite si imporrebbe a chi in surplus di trasferire risorse a chi in deficit. In questo modo vincere sarebbe penalizzante quanto perdere.
Chi dovesse perdere non sarebbe più costretto a procurarsi dollari o euro per rifondere i debiti, la sua moneta non si svaluterebbe e potrebbe usare le risorse per la spesa interna. L’austerità e il Patto di stabilità tornerebbero ad essere scelte politiche, non necessità finanziarie. Germania, Russia e Cina non avrebbero interesse a mantenere surplus di materie prime e manufatti o scendere in trincea per difenderli; gli Stati Uniti non necessiterebbero di dazi; i paesi africani non sarebbero prigionieri di povertà, né migrazioni incontrollate.
I tedeschi si troverebbero un governo costretto a investire su di loro e non sui capitani dell’industria delle esportazioni, come russi e cinesi; gli africani non dovrebbero più emigrare in massa; gli americani potrebbero vedere ricostruire la propria industria, senza il peso dei dazi; Putin e Xi vedrebbero il dollaro perdere il suo potere privilegiato, senza sparare un proiettile. Perché dovrebbero essere contrari?
Il problema è che chi ha finora tratto guadagno da un sistema di relazioni basato su interessi particolari che dà segni di cedimento, potrebbe trarne l’esigenza di mettere da parte quanto possibile per salvare almeno se stesso. Chi si è speso politicamente e intellettualmente per fornire una patina di scientificità alla tutela degli interessi garantiti dal sistema, sarà sempre meno in grado di scorgere alternative.
Per questo serve ascoltare Leone XIV: “La globalizzazione dell’impotenza nasce da una menzogna, dal credere che questa storia è sempre andata così e non potrà cambiare. Nell’attesa del ritorno glorioso del Signore non dobbiamo vivere una vita ripiegata su noi stessi. Cercare il Regno di Dio implica il desiderio di trasformare la convivenza umana in uno spazio di fraternità e di dignità per tutti, nessuno escluso. Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti”.