Sanità da esporto

Quanto accade in Emilia Romagna, la protesta del governatore De Pascale verso i pazienti “stranieri” colpevoli di intasare le sue strutture, mi riguarda da vicino per molti aspetti, fisici, umani, politici, filosofici. Interseca tutte le direzioni del mio percorso intellettuale recente e sarebbe vigliacco non parlarne. Per chi vorrà seguire ci sarà da scusare la lunghezza del discorso che segue. La storia inizia 80 anni fa, vede una svolta importante nel 1971 e negli ultimi anni ’90 ed ha un epilogo chiaro, per quanto tutto da scrivere. Nel 1944 furono stipulati gli accordi di Bretton Woods. Keynes, il più grande degli economisti, propose una rivoluzione degna dei tempi. Per mantenere la pace tra le nazioni era necessario mantenere la stabilità nelle relazioni commerciali tra Stati. L’idea era quella di permettere ai paesi di produrre e scambiare beni liberamente ed accumulare avanzi o disavanzi. A fine anno si sarebbero tirate le somme. I paesi in surplus avrebbero dovuto usare parte delle risorse per aiutare quelli in deficit. Un principio solidale che avrebbe richiesto un sacrificio che gli americani non accettarono. Fu istituito un sistema con il dollaro al centro, della cui instabilità Keynes si accorse. Resistette fino al ’71, quando Nixon lo cancello con una firma. Da allora le nazioni che registrano avanzi commerciali non sono tenute a prendere provvedimenti, anzi, sono definite virtuose ed impongono restrizioni alle nazioni garanti del loro successo, quelle in deficit, bisognose di ossigeno fiscale. I paesi virtuosi insistono per questa strada, usano le risorse per investimenti redditizi, ma improduttivi, finché le loro economie producono beni che nessuno più può comprare o non reggono più la domanda. Allora decidono di mandare tutto all’aria, quando non conviene più. La Germania era un grande esportatore, ne ha approfittato più che ha potuto comprimendo i salari interni, distruggendo la Grecia e discriminando i PIIGS con ferocia d’altri tempi ed ora utilizza quanto incassato per indebitarsi e staccare definitivamente gli altri europei. Cioè coloro che hanno pagato, cioè noi, noi a cui dà dei pigri e dice che noi ne abbiamo approfittato! Gli Usa erano grandi importatori, ma, grazie al dollaro, si sono sempre pensati immuni dalle difficoltà. Hanno speso un sacco di soldi per costruire basi militari, iniziare guerre inutili e trasformare la loro economia in una enorme speculazione finanziaria che non offre abbastanza lavoro. Ora, invece di scusarsi, incolpano tutto il mondo di essersi approfittati di loro! Le regioni italiane possono essere in attivo o passivo di pazienti. Alcune ricevono pazienti che risiedono in altre ed è come dire che le prime “esportano” prestazioni sanitarie, mentre le seconde le “importano”. Chi “vende” più di quanto “compra” registra un avanzo, chi fa il contrario un disavanzo. L’attuale rimedio acuisce la problematica: le regioni in deficit (perché prive di servizi adeguati) devono rimborsare quelle in surplus (che possono ulteriormente migliorare i propri servizi). Regioni virtuose ricevono risorse da quelle in crisi che subiscono anche piani di rientro austeri. I migliori ne hanno approfittato per smantellare servizi di prossimità e aprire al privato, puntando su prestazioni redditizie finché si sono accorti di non riuscire a soddisfare le richieste. I peggiori lo sono diventati sempre più ed a pagare sono i malati. Come per i rapporti tra Stati, si pensò che la concorrenza spietata avrebbe disciplinato i governi e dato il via ad una crescita del benessere dei cittadini. Su queste basi nacque l’UE e chiedete a Draghi se fu una bella idea. Come per i rapporti tra Stati, la soluzione sarebbe semplice: le regioni in attivo dovrebbero usare parte delle eccedenze per aiutare quelle in difficoltà a rimettersi in sesto. Entrambe dovrebbero accettare sacrifici, rinunciare ad introiti sicuri e sovranità particolare. In questa epoca di dogi e sceriffi ciò non accadrà mai, ma i malati hanno l’obbligo morale di non cedere alla retorica che li fa sentire di troppo. Devono farlo per loro insopprimibile dignità umana.