Americanpolitik

Dunque per Meloni Al Sisi era “amico di Renzi”, Erdogan un “sultano islamico” finanziatore “dell’estremismo integrale”, come il Qatar “Stato fondamentalista” e l’Arabia Saudita da “escludere dai mondiali di calcio”, perché lì “c’è la pena di morte per adulterio ed omosessualità”. Durante i massacri israeliani, per due anni, è stato tutto un susseguirsi di “mi spiace per i palestinesi, ma con Hamas non si tratta”. Non si tratta nemmeno con gli ayatollah. Adesso che Trump ha costretto Israele a scendere a patti esattamente con tutti i soprannominati, allora bisogna ringraziarlo e correre in Egitto per partecipare alla festa imbandita dalla peggior risma di tirannosauri, farsi una bella foto. Ma non sarebbe stato meglio rimangiarsi tutto autonomamente invece che farlo evidentemente dopo il cambiamento di umore di Washington? Che ci vuoi fare, è la realpolitik. No, casomai è l’americanpolitik. La realpolitik dovrebbe almeno garantire la soddisfazione degli interessi italiani, ma questo vorrebbe dire prendere immediatamente un aereo per Mosca, ignorare l’Ucraina e l’ambiente per tornare a sfruttare il gas di Putin, certo non diverso da Erdogan o Al Sisi, e dare respiro all’industria. Realpolitik avrebbe voluto dire non rinunciare del tutto alla Via della Seta, tanto beccare la pena di morte in Cina è facile come beccarla in Arabia Saudita, per avere un’arma in più contro il ricatto trumpiano dei dazi, avrebbe voluto dire ignorare le stragi di Hamas e colpire i cittadini israeliani con sanzioni severissime, essendo molto più pericolosa per l’Italia una rivolta di stampo islamico rispetto ad una ebrea, visti i numeri. La realpolitik è una cosa seria, per cui serve pelo sullo stomaco; la nostra è semplice sudditanza e per questa è sufficiente lisciare il pelo altrui.