Il caldo è molto caldo

Il caldo è molto caldo. Però, appena sale l'inflazione, occorre domarla (ovviamente dal lato della domanda, cioè dei poveri cristi). Appena salgono gas e petrolio, occorre offrire pacchetti sconto per SUV e berline tedesche, ibride, pesanti, ingombranti e nefande, acquistate a rate e costruite per consumare sia gasolio sia corrente. Poi servono incentivi, perché Stellantis e Volkswagen non riescono a tenere il passo di BYD e MG. Bisogna aiutarle a produrre di più, perché novanta milioni di nuove auto all'anno non bastano. Non bastano, perché si comprano in leasing. Si potrebbe continuare all'infinito, accettando di passare per anti-consumisti, anti-progressisti e, in definitiva, anti-umanisti. Perché, se ragioni così, è sicuramente perché godi dei benefici del progresso e vorresti impedirli agli altri. Scriveva Christopher Lasch 35 anni fa: “La circolazione globale dei servizi, dell'informazione e della popolazione ha allargato il divario tra le nazioni ricche e quelle povere, determinando un'immigrazione massiccia a Occidente, dove i nuovi arrivati gonfiano i ranghi dei disoccupati, dei drogati, di coloro che non hanno nessun vero diritto. La loro presenza porta al punto di rottura le risorse disponibili. I servizi medici e scolastici, gli organismi preposti all'ordine pubblico, la disponibilità di posti di lavoro – per non dire della disponibilità di tolleranza razziale – appaiono inadeguati al compito immane di assimilare quello che è essenzialmente un surplus di popolazione «ridondante», per usare un'espressione britannica crudamente espressiva. Gli effetti velenosi della povertà e della discriminazione razziale circolano anch'essi su scala globale”. Si può obiettare che la sua non fosse una descrizione scientifica del mondo, ma una lettura normativa. È proprio questo è il punto: Lasch non descrive ciò che accade, mostra quali conseguenze derivano da determinate scelte politiche ed economiche. Se lo Stato assume la prospettiva liberale secondo cui il singolo è il miglior garante del proprio interesse e quindi anche di quello generale e se la prospettiva socialista si riduce a garantire pari opportunità al singolo d'integrazione nel consumo, allora prospera un capitalismo che copre il proprio radicale anti-umanesimo con il velo dell'esaltazione della libertà di consumare. È un capitalismo interessato soltanto ad espandere la produzione di merci perché vengano consumate. Qualsiasi merce, senza limite e senza preoccupazioni di sostenibilità. Il singolo, se non consuma, si perde e non è integrabile, diventa ridondante. Se può essere integrato, non conta nulla più di un’informazione, di un servizio. L’ambiente conta in quanto riserva da cui attingere petrolio (per la benzina) e silicio (per i pannelli solari). Oppure conta come invito a nuovi consumi (“cambiamo tutti la macchina, per salvarlo”). Tre notizie fresche: l’Italia intende “importare” 200mila lavoratori thailandesi nei prossimi anni; il 50% degli ospedali africani è sottorganico, ma il continente “esporta” ogni anno moltissimo personale medico verso Europa e Usa; Algeria e Marocco si sfidano per attrarre investimenti per costruire gasdotti per rifornire l’Europa. 10mila chilometri di tubi nel deserto, 45 miliardi di dollari. Le popolazioni vengono spostate, estratte dai loro contesti e trapiantate dove servono, mentre l’ambiente viene sfruttato al massimo. Questa è la circolazione di Lasch, è lasciata senza limiti politici, causa gravi effetti e definirla la chiave del progresso, l’alternativa alla miseria, è offensivo per chi lo afferma. Le diseguaglianze tra territori, salari, valute, sistemi fiscali e diritti sociali rendono conveniente spostare continuamente merci, capitali e persone. La circolazione amplia quelle stesse diseguaglianze, alimentando un ciclo che tende ad autosostenersi. Non è un sistema nato spontaneamente, ma un meccanismo conveniente per tutti basato sull’esigenza dei paesi più poveri di procurarsi valuta forte (dollaro) e non ha raggiunto i livelli odierni perché lo Stato nazionale abbia rinunciato a regolare il mercato. Al contrario, gli Stati hanno usato i loro poteri per costruire un sistema di relazioni commerciali strutturalmente diseguale. Il mezzo per ottenere moneta pregiata è puntare su produzione di beni di consumo e sfruttamento di risorse umane e ambientali per aumentare le esportazioni o comunque rendersi fondamentali grazie a croniche necessità di importazioni. Oggi le nazioni in avanzo commerciale non sono chiamate a correggere i propri squilibri, vengono considerate virtuose e possono imporre restrizioni proprio ai paesi in deficit, da cui dipende il loro stesso successo. Un possibile rimedio per salvare il progresso e noi è quello proposto da Keynes nel ’44. Non prevede di azzerare i commerci, ma oltre una certa soglia di percentuale di pil (esempio export – import = +/- 5% del pil) obbliga ogni paese a delle correzioni. Non licenziamenti, anzi, le correzioni servono proprio per evitare i licenziamenti: i paesi che esportano molte ciliegie, ma importano tutte le pere sarebbero costretti a riequilibrare, sovvenzionare il settore pere, tassare le compagnie della ciliegia, riqualificare il personale in eccesso. Sarebbe un incentivo concreto a dismettere quelle politiche economiche che continuano a misurare il successo in termini di crescita delle vendite, dell'export e dei consumi. Mi sembra una proposta razionale, perché riduce la pressione a produrre sempre di più solo per esportare; democratica, perché obbliga i governi a investire nello sviluppo interno invece di inseguire la competitività a ogni costo; pacificante, perché rende gli scambi meno simili a rapporti di dipendenza; lungimirante, perché evita la corsa al ribasso che finisce per distruggere occupazione e ambiente; cristiana, perché impone ai paesi più forti di condividere gli oneri dell'equilibrio invece di scaricarli sui più deboli.