Non solo...

Non è solo una partita. Magari non sarà stato lui a decidere il titolo e non avrà voluto dire ciò che io ho capito, ma l’ultimo articolo di Lele Adani pubblicato dal Corriere della Sera è emblematico fin dalle premesse. Indica innanzitutto che il calcio e lo sport in generale non hanno il senso generalmente attribuito loro di “panem et circensem”, non sono una piccola distrazione per le masse dai grattacapi quotidiani, ma l’occasione per immergervisi e meglio comprenderli. L’articolo commenta il percorso ai mondiali delle squadre africane e la spara subito grossa: “In Italia dobbiamo far diventare nostri i talenti venuti da lì [da lì in Africa]”. Prosegue: “Costa D'Avorio, Senegal e Ghana hanno approfittato del fatto di poter utilizzare giovani nati e formati nelle nazioni europee”. Qui la questione è la seguente: si dà per acquisito, inevitabile e giusto un ordine dei rapporti internazionali basato su disuguaglianze, concentrazione e circolazione delle risorse. Non ci si deve chiedere nulla a riguardo, si può solamente scegliere di adattarsi al contesto o di fare gli struzzi. E non farebbe nemmeno tutta questa differenza il tipo di scelta, perché tanto, conclude Adani: “Ormai il calcio africano è avanti”. Tra gli Stati nazionali, durante la storia e soprattutto da quando il modo di produzione capitalista ha preso piede in Europa, si sono sviluppate diseguaglianze via via crescenti: diverse disponibilità di risorse umane, ambientali e strutturali, diverse valutazioni monetarie e di sostenibilità del debito, diversi composizioni e andamenti demografici, diverse capacità per lo Stato di intervento nella vita economica dei cittadini, diversi trattamenti fiscali, lavorativi e giuridici, diverse possibilità di acquistare o vendere beni da parte popolazione e imprese e così via. Tali disparità rendono, per alcuni Stati, possibile la concentrazione di risorse sul proprio territorio e, per le persone, conveniente circolare da una parte svantaggiata ad una favorita del mondo. La circolazione e la concentrazione amplificano le diseguaglianze. Di questa famelica circolazione il movimento calcistico è stato preda: ci sono squadre piene di debiti e con proprietà ricchissime in grado di concentrare il talento tramite campagne acquisti stellari e squadre che si sono adattate ad un modello nel quale si finanziano vendendo giocatori ipervalutati al miglior offerente. Troppo import da una parte ed export dall’altra. Nella palude di mezzo sguazza una pletora di procuratori, intermediari, manager, capi federazione e commentatori. Chi propone dei peana in favore di tutto ciò, trova spazio sulle colonne di grandi giornali e posto da opinionista nei salotti televisivi più ricercati e in grado di anestetizzare milioni di telespettatori distrutti dal caldo. Senza chissà quali meriti sportivi tra l’altro, basti confrontare le analisi piene di paroloni e il palmares vuoto di titoli di Adani per capirlo. Chi tanto violentemente lo attacca, in nome di una non chiara tradizione o scioccamente lo difende, in nome di una ipocrita uguaglianza, trova spazio e posto in giornali e salotti televisivi che si occupano di politica. La compiacenza e l’invidia, il risentimento e l’ottimismo, l’odio e la nostalgia, l’arroganza e il perbenismo, il cosmopolitismo progressista e la chiusura populista sono atteggiamenti che a chi guadagna dall’ordine internazionale vigente vanno benissimo. Dare una regola, rendere controproducente la circolazione, dovrebbe essere obiettivo tanto per la destra di governo (anche se ha fatto ormai carta straccia delle istanze piccolo-borghesi in grado di contenere le derive del consumismo) quanto per la sinistra. La prima è sempre più insidiata da movimenti estremisti (da Vannacci a Vox, da Farage a Le Pen), la seconda si è giocata irrimediabilmente il consenso elettorale a colpi di integrazioni mancate e delocalizzazioni taciute. Uno dei problemi più gravi è la visione essenzialmente individualista e volontaristica della politica che si è instaurata, logica conseguenza del solito ordine internazionale. Bisogna uscire dalla logica secondo cui sarebbe la volontà dell’individuo a risolvere le cose, indipendentemente dal comportamento altrui. Per fare un’analisi serie l’individuo è inutile, contano i rapporti. Non basta un politico illuminato a capo di uno Stato che bada ai propri interessi per cambiare l’andazzo del mondo.