La cima dell'impudenza

Quando accadono certe tragedie è necessario farsi delle domande, chiedersi cosa le innesca e se possono esserne evitate di simili in futuro, perché nessuno mi convincerà che sia sufficiente o più rispettoso per chi perde la vita osservare qualche momento di lutto e poi continuare come niente fosse fino al momento successivo. La visione della natura come un oggetto-per l’uomo non è del tutto negativa. Il vecchio West, dice Christopher Lasch, rappresentava agli occhi dei pionieri concretamente la selvatichezza del loro animo e, cercando di “domarlo”, riuscivano a dominare loro stessi. D’accordo, commisero delle atrocità, ma con il fine di un bene collettivo, di creare un posto sicuro per i discendenti. Un fine che richiedeva sacrificio immediato, disciplina del lavoro e repressione di sé. Una montagna di 7mila metri non è il Texas e l’esigenza di conquistare la vetta è diversa da quella di conquistare il gran canyon. L’alpinismo nasce nel tardo ‘700, periodo che vedeva nella montagna una palestra per la razionalità ed evolve nel ‘800 in sfida ai propri limiti, trasformando la montagna in spazio per l’uomo dove misurare se stesso. L’alpinismo moderno è un prodotto europeo, esportato dal colonialismo britannico (George Everest) e non ha molto del Noi, riguarda l’Io. Per le popolazioni locali la montagna rappresenta il limite tra uomo e divinità che non deve essere superato; per noi rappresenta il limite tra uomo e uomo-divinità che esiste per essere superato. O almeno sfidato. Secondo il Corriere della Sera uno degli scalatori morti in Nepal avrebbe inquadrato la sua tentata impresa nel senso di “sfida alla natura”: George Mallory, scomparso sull’Everest nel 1924 rispose, a chi gli chiese perché volesse scalarlo, “perché è lì”. Ora, io amo il padre del figliol prodigo perciò figuriamoci se mi metto a fare il moralista o distribuire colpe a chi ha già pagato anche troppo: ma, se qualcosa “è lì”, a volte sarebbe il caso di lasciarla lì.