Liberatemi!

Oggi, al di là della incontestabile verità storica secondo cui i comunisti (cattivi e antidemocratici quanto si vuole) hanno liberato l’Italia e l’Europa dai nazifascisti (capaci “anche di cose buone” quanto si vuole), servirebbe una riflessione ulteriore. Cosa furono il fascismo e il nazismo? Non certo delle rivoluzioni liberatorie. Piuttosto, delle ridefinizioni d’interessi del capitale sulla massa popolare. In Italia durante la Grande Guerra si diffuse la consapevolezza che lo Stato, mobilitando risorse e pianificando la produzione, era in grado di garantire occupazione, salari e benessere. Ciò portò alle tensioni del ‘19/’20 e spaventò la borghesia, la proprietà terriera e il sempre più precario “ceto medio”, falcidiato dall’inflazione e terrorizzato dagli scioperi. Questo blocco sociale fece le fortune di Mussolini che ricambiò con politiche economiche tutt’altro che sociali. Austerità, pareggio di bilancio, privatizzazione delle attività statali e detassazione erano le nuove parole d’ordine. Un ordine vecchio. In Germania il nazismo promette lavoro, ordine e rinascita nazionale, ma dietro quella promessa non c’è un progetto di giustizia sociale. L’economia nazista fu diretta e organizzata in simbiosi con i grandi gruppi industriali (Krupp, IG Farben, Siemens). Questi gruppi, privi di capitali e mercati dopo il ’29 e Versailles, trovarono nel regime un partner ideale perché lo Stato divenne il grande committente e la guerra il grande affare. L’eliminazione della disoccupazione sotto Hitler fu in realtà una gigantesca politica di riarmo e di lavori pubblici funzionali alla guerra. In Russia i comunisti proponevano una liberazione delle masse dai lacci del capitalismo. Peccato ottennero il contrario, la classe operaia passò dal controllo dei padroni a quello del piani quinquennali. Lenin aveva reintrodotto, nel 1921, elementi di mercato: piccola proprietà privata, commercio, autonomia produttiva. Un successo, ma gli operai reclamavano autogestione, i contadini tornavano a vendere liberamente e la burocrazia bolscevica temeva di perdere il potere. Questo portò alla ribalta Stalin e il suo progetto di collettivizzazione e industrializzazione forzate. Lo Stato divenne onnipotente e la pianificazione strumento di coercizione. Nazifascismo e stalinismo non liberarono nessuno e dobbiamo liberarci di simili concezioni. Si potrebbe dire che la soluzione sarebbe il ritorno alla concorrenza perfetta di libero mercato. Questa, oltre ad essere un perfetto mito, ci riporterebbe alla disciplina delle masse e alla sottomissione ai capisaldi capitalisti. In quella libertà si nasconde una nuova forma di disciplina: la precarietà, la concorrenza tra lavoratori e la dipendenza dal credito privato. Forse la soluzione non sta nel tornare al mercato, né nel riproporre il piano, ma nel riconoscere il carattere politico del lavoro. Restituire ai cittadini la possibilità di decidere cosa produrre, per chi, a che condizioni. Non significa abolire la proprietà privata, ma rivedere l’idea che la moneta, il lavoro e la produzione debbano dipendere dal consenso del solo capitale privato. Il mercato può esistere come meccanismo di scambio regolato e subordinato ai diritti sociali. Lo Stato deve intervenire per garantire equità, servizi pubblici e partecipazione. La liberazione è un processo in divenire e oggi è necessario ricordarlo.