Realismo e multilateralismo
Il privilegio del dollaro, il suo ruolo di riserva mondiale capace di mantenerne alto il valore indipendentemente dalla quantità, è ancora effettivo. Continua a rappresentare il 60% delle riserve di valuta internazionali ed il 90% degli scambi valutari a livello mondiale; i dollari fuoriusciti dagli Usa per le importazioni di beni, rientrano in buona parte sotto forma di acquisti di titoli di debito e di azioni di aziende americane. Questo fa crescere Wall Street, abbassa i tassi di interesse e rafforza la domanda di dollari nel mondo. E con ciò ritorniamo al privilegio del dollaro.
Ultimamente, però, le cose si sono complicate.
Cinesi, russi, arabi, indiani e compagnia hanno iniziato a rilevare pezzi vitali della finanza Usa, soppiantandone la struttura industriale e li hanno resi dipendenti dalle loro materie prime necessarie per Apple, Microsoft, Nvidia. Possono inoltre estrarre maggiori quantità di idrocarburi e mandare in crisi l’industria gas/petrolifera americana. Stanno cercando di sganciarsi dal sistema del dollaro (BRICS, SCO) e ormai sono dotati di tecnologie e ritmi di produzione militare in grado di minacciare seriamente la NATO. Al loro interno gli Usa sono sempre più diseguali, la ricchezza è concentratissima in poche località e oligarchie, le fabbriche sempre più vuote, il debito interno posseduto da fondi privati che fanno schizzare i tassi di interesse.
Washington deve cominciare a scegliere: o il welfare e la reindustrializzazione o la NATO, l’occupazione degli alleati e le guerre per procura.
Trump è realista e, con retorica della forza, ha denunciato la realtà e dichiarato la scelta: la NATO e le sue guerre non saranno più preoccupazioni americane. Ciò che importa sono la classe media ed il controllo di centro e sud America; con la Cina e gli altri la competizione sarà economica e non politica; ognuno avrà la propria zona di influenza: io lascio in pace voi e voi lasciate in pace me.
Trump è scaltro: se riesce a mantenere Europa, Russia, Cina, India come Stati sovrani rivali, gelosi delle proprie prerogative nazionali e delle rispettive monete, allora li può battere o comunque contenere perché gli Stati Uniti sono più forti dei loro avversari singolarmente presi. Il privilegio del dollaro serve per resistere; per resistere serve il privilegio del dollaro.
Ora, perché Trump attacca a testa bassa e senza sosta, tra tutti, solo l’Europa? Perché ne ha una paura bestiale! L’Europa lo terrorizza più della Cina.
Non “questa” Europa, ma quella delle origini, del multilateralismo.
Quel valore originario è potentissimo e, al di là delle sue storture, inefficienze, regole ottuse e tensioni nazionaliste, l’Unione europea rimane un grande progetto di cooperazione tra Stati pronti a cedere sovranità particolare per il benessere generale.
Se l’Ue proponesse al suo interno un meccanismo di compensazione import/export come quello proposto da Keynes (il più grande degli economisti, diamine!), potrebbe tornare a crescere. Se proponesse anche a Russia e Cina di partecipare ad un meccanismo conveniente per tutti, per gli Usa sarebbe la catastrofe: dovrebbero scegliere tra la rinuncia al privilegio del dollaro (non previsto e avversato da Keynes) e la sottomissione ad una realtà economica più forte (Ue, Russia e Cina formerebbero un colosso).
L’Europa deve difendersi con il cervello, unire il realismo di un mondo squilibrato negli scambi al multilateralismo inscritto nel suo dna. Costruire bombe e missili e dichiarare come Macron: “Imporremo dazi alla Cina se non investirà in Europa”, significa scendere al livello di Trump, dove lui vuole portarci e dove sa che può batterci.
Lui vuole una nostra reazione furente.
Ma in guerra può molto più la disciplina del furore, diceva Machiavelli.