Scienza e politica
Se la politica monetaria è sempre la stessa e cioè reagire alle aspettative di inflazione aggiustando i tassi d’interesse, non è certo perché questa sia l’unica opzione disponibile e d’altronde si chiama “politica”, non “scienza” monetaria. Forse sarebbe meglio se fosse una “scienza” visto che la disposizione dello scienziato è aperta alle revisioni delle proprie teorie, più di quanto non lo sia quella del politico. Il fatto che questa sia una visione particolare della scienza (esiste una robusta tradizione per cui gli scienziati non sono allegri collaboratori alla ricerca del vero, ma strenui difensori della posizione da loro riconosciuta), dovrebbe rincuorare riguardo l’infondatezza della pretesa di generale validità della politica monetaria.
Occorrerà chiedersi, prima del perché lo faccia, chi vada a tutelare la decisione cosiddetta “tecnica” di regolare l’inflazione tramite il tasso di interesse. In altre parole occorre partire dall’idea secondo cui, ai fini di un’analisi almeno seria, non possiamo considerare “individualità autosufficienti”, ma solo le relazioni tra queste. Non esistono “imprenditori”, “consumatori”, “mercato”, “Stato”, “inflazione” eccetera. Esiste il rapporto che li lega: quale membro del rapporto esce rafforzato dalla decisione di tenere a bada l’inflazione aumentando i tassi di interesse? Mi pare la questione decisiva.
La Bce ha aumentato il tasso di interesse per difendere il potere di acquisto delle classi medie dall'inflazione causata dal rialzo delle quotazioni delle fonti energetiche. Al di là di inutili infingimenti retorici, l'aumento restringe il consumo energetico della classe media, mentre avvantaggia chi possiede crediti rispetto a chi detiene debiti e gli investitori internazionali, che spostano i capitali dove conviene. Conseguenze non secondarie sono la disciplina del lavoro, senza concedere nulla ai sindacati, e il rafforzamento della valuta, senza alcuna redistribuzione interna. La riduzione del consumo dovrebbe contenere al ribasso i costi delle risorse energetiche. Secondo me c'è, perlomeno nel dibattito mediatico e politico mainstream, un'ipocrisia di fondo.
Nell'immaginario collettivo i "mercati" sono visti come tempio della razionalità, del giusto prezzo dei beni, determinato dal rapporto domanda/offerta e dalla competitività delle aziende. Invece i consumatori, coloro che al mercato si adeguano più che parteciparvi (come alle decisioni politiche), spesso passano per irrazionali, pronti a dare sfogo alla frenesia di soddisfare immediatamente i propri bisogni. Dunque viene naturale pensare la scelta di controllare l'inflazione tramite il livello dei tassi sia dolorosa, ma necessaria, inevitabile e soprattutto giusta. Perché in fondo sono operatori di borsa e imprenditori quotati a garantire la crescita. Sono le loro fatiche a generare posti di lavoro e assistenza sociale.
Oggi i prezzi energetici aumentano per la decisione politica irrazionale di attaccare l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti cui i mercati internazionali reagiscono scommettendo in modo irrazionale (perché la ricchezza finanziaria è in mano a un pugno di oligarchi e colossali fondi d’investimento in grado di dettare le regole) su quanto saranno irrazionali i politici: Bibi e Trump si fermeranno? I pasdaran bloccheranno davvero Hormuz? L’ultimo tweet di Trump sarà credibile? L’Ue rimuoverà le sanzioni alla Russia? Questo si chiedono i mercati e probabilmente lo fanno prima di parlare di domanda/offerta.
La centralità dei mercati è una scelta politica e l’idea di contrastare l’inflazione contraendo la domanda è una particolare soluzione, coerente con un certo assetto istituzionale e con una determinata concezione del rapporto tra Stato, mercato e redistribuzione.