Sul Mercosur
Nel periodo 1870/1900 vi fu in Europa una crisi di sovrapproduzione, cioè aziende sempre più avanzate tecnicamente riuscivano a realizzare troppi beni per il mercato della società di allora e ciò fece crollare prezzi e profitti.
La reazione fu da una parte, per le imprese, unirsi in cartelli di maggiori dimensioni per ridurre la concorrenza e la produzione, dall’altra, per gli Stati nazionali, la conquista dell’Africa per assicurare l’aumento della domanda e risorse a basso costo che permettevano ai monopoli di competere meglio.
Si trattò di un espediente non risolutivo, ma efficace. Per colonizzare un continente servono capitali da investire, opere infrastrutturali e uomini che le realizzino e controllino. Gli Stati poterono riversare in Africa le loro tensioni interne, cioè trascinarono i popoli africani nella contesa economica già in atto in Europa.
Questa strategia, definita nei dettagli dal congresso di Berlino del 1885, permise ai monopoli europei di ridurre i costi, assorbire capitali in eccesso, creare domanda statale e disciplinare le masse senza redistribuire reddito.
Quel trentennio originò il nazionalismo protezionista, il militarismo razzista, il colonialismo perbenista ed il dominio segregazionista che scatenò la guerra mondiale e rovinò l’Africa con conseguenze ben visibili oggi.
Dunque quando il capitalismo ha delle noie si verificano la nascita di monopoli (di cui è stato già detto) e la conquista di nuovi mercati con modalità più o meno feroci.
Gli Stati Uniti hanno optato per la via della forza bruta, sfruttando un mix di sanzioni economiche, dazi ed interventi militari veri o minacciati nella zona di loro interesse (Venezuela, Colombia, Cuba, Canada, Nigeria, Iran, Groenlandia). L’Europa fortunatamente non dispone delle capacità militari, né del peso economico adatti a simile approccio, perciò è costretta ad usare la melliflua opzione della diplomazia degli accordi commerciali di libero scambio.
È il tanto sbandierato accordo Ue-Mercosur.
L’accordo riflette la divisione strutturale tra economie europee. I paesi con capacità di esportazione industriale e tecnologica, dipendenti da materie prime estere (come Germania e Italia), sono favorevoli perché beneficiano dell’accesso ai mercati sudamericani. I paesi con una tradizione agricola e scambi modesti con il Mercosur (Francia, Polonia, Austria, Irlanda) sono contrari perché subiscono una concorrenza diretta sui prodotti agricoli. Le tutele previste lasciano a desiderare.
Mancano meccanismi di compensazione che riequilibrino surplus e deficit o che trasferiscano risorse dai settori vincenti a quelli perdenti.
Se un paese esporta una montagna di ciliegie, ma importa tutte le pere, dovrebbe essere costretto a riequilibrare, sovvenzionare il settore pere, tassare le compagnie della ciliegia, riqualificare il personale in eccesso… in modo da evitare crisi di sovrapproduzione, chiusura dei mercati esteri e licenziamenti di massa.
Questo sarebbe un vero meccanismo di compensazione: razionale, perché limita le produzioni alle quantità necessarie al fabbisogno; democratico, perché impone ai governi di curare la crescita interna, reinvestire i proventi delle esportazioni in spesa sociale e non in detassazioni per esportare sempre di più; pacificante, perché le quote di import/export non sarebbero più percepite come dipendenze pericolose o entrate vitali da difendere con le armi; lungimirante, perché la corsa al ribasso prima o poi ti espelle dal mercato; cristiano, perché costringe i vincenti ad assistere gli sconfitti e perdona le mancanze, per l’appunto dette deficit.
Il Mercosur non lo prevede affatto.
1) È stato approvato in fretta e furia dalla Commissione, bypassando il Parlamento il più possibile e con il minimo numero di salvaguardie in modo da offrire un mercato di esportazione per l’automotive ed il settore chimico tedeschi.
2) Non risolverà le tensioni commerciali all’interno dell’Ue, anzi le aumenterà acuendo la rivalità, ad esempio, tra industriali tedeschi ed italiani ed agricoltori francesi e polacchi.
3) Trascinerà nelle caotiche beghe nostrane anche il Sudamerica, che verrà messo nelle condizioni di vendere in Europa prodotti più scadenti, meno controllati e costosi da realizzare, ma a patto di cederci risorse importanti.
Questa è la struttura economica reale.
I toni trionfali dei giornali sono la sovrastruttura ideologica.