Dal barbiere

Capelli. L’aria nuova lo impone. Rito procedurale. Odissea temporale. Risuona, del rasoio, il clangore. Sibilare, più che rumore, chiudo le palpebre e, dal fondo delle ombre, sale fumo insapore, anzi, sono avanzi di colore. Bianco. Marea bianca di panna, neve da montare si mangia le sfumature, altre forme di colore, sbiadite nel candore, gli anni più freschi sepolti, nel mare senza colore. Lame. Apro lo sguardo sul ferro. Lo temo, taglia tutto uguale, sempreverdi tempie e nudo corpo frontale, non gl’importano bene e male. Mi vedo nel bagliore dei rimpianti e chi li ha tagliati? Come ha fatto a rubarli? Chi ha gettato, sopra gli anni più belli, il bianco dei miei radi capelli? Trapianto. Mi richiudo nel nero, istanti, pochi: ancora bianco, dentro gli occhi. Qualcuno si muove… Ballano uomini ricchi, ricchi e poveracci, quei disperati ricorrenti (prede d’incubi nostalgici), contro i principi logici, a trucchetti tricologici. Inizia a piacermi… Inizio a ballare… Gli anni sembrano fermi… Ritorno. Mi ritrovo nello specchio: Dileguate, pazzi incoscienti! Lasciate i miei sogni, come i capelli la fronte, voi, se credete di evitare la fine poggiando stoppa e chiamandola crine!