Il mercato è basato sulla legge della domanda e dell’offerta: un prodotto richiesto da 100 persone a 10 aziende, avrà un prezzo più alto dello stesso prodotto richiesto da 100 persone a 100 aziende. Ovviamente esisterà un punto di equilibrio capace di mantenere un prezzo favorevole a chi richiede quanto redditizio per chi produce.
Ora, gli imprenditori, anche i più geniali, avranno più controllo sull’offerta che sulla domanda di un prodotto. Le aziende possono investire in ricerca e sviluppo per abbassare il costo di produzione, assumere pubblicitari per alimentare il bisogno e pagare politici per facilitarsi le cose: fino ad un certo punto, il punto nel quale la domanda crolla.
Se chi detiene il potere di spingere la domanda (cioè lo Stato nazionale titolare della sovranità monetaria) vi rinuncia per motivazioni politiche, creerà le condizioni materiali per cui non potrà più farlo in futuro. Cioè, puntando tutto sulla concorrenza , lo Stato otterrà la distruzione della domanda stessa.
È la conclusione cui è giunto Draghi: “Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e l’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale”.
Se la domanda latita, l’offerta cresce ed i prezzi calano, le aziende sistemano le cose: le grandi acquisiscono le piccole, regolando forzatamente l’offerta e dunque i prezzi. Quando le aziende fuse raggiungono una dimensione enorme, possono fare ciò che vogliono: acquisire impianti rivali per farli chiudere, strappare prebende e legislazioni favorevoli a governi pavidi, alzare i prezzi durante i picchi di domanda, taglieggiare i sindacati…
È la storia recente. Marchionne ne parlava ai tempi dello scandalo Dieselgate, il Corriere spiega che la strategia di Tavares era quella di alzare i prezzi durante i picchi di domanda per staccare dividendi da record, mentre Elkann incassa incentivi, evita audizioni parlamentari e sposta fabbriche tra est Europa, nord Africa e Stati Uniti. Questo riguarda Stellantis, ma il resto del mondo?
Monopoli riguardo materie prime (Glencore e Rio Tinto), intelligenza artificiale (Lenovo e Nvidia), banche (Unicredit e Commerzbank), automobile (Honda e Nissan), media (Mediaset e Prosibensat), risparmio (Generali e Natixis), lusso e moda (LVMH) si stanno formando o almeno ci provano. Osservatori liberali (Draghi) insistono sulla necessità di aumentare la dimensione di scala delle aziende europee. Fresca è la notizia della denuncia secondo cui Arcelor-Mittal avrebbe rilevato Ilva per causarne la crisi produttiva.
Un meccanismo, come intuito da Lenin, violento ed antidemocratico, perché permette ad alcuni signori dei C.d.A. di decidere i livelli di occupazione, costo della vita e redistribuzione dei profitti meglio di quanto riescano a farlo gli Stati nazionali. Soprattutto si tratta di un espediente utile a tirare a campare, ma non risolutivo del calo della domanda e capace di innescare tensioni crescenti tra blocchi commerciali.
Un meccanismo violento che genera ulteriori violenze, difeso sempre da chi “condanna la violenza politica da qualunque parte provenga”.
Un meccanismo da cui conviene liberarsi, ma non a parole, con i fatti, perché, diceva Marx, “la liberazione è un atto storico, non un atto ideale, ed è attuato da condizioni storiche, dallo stato dell'industria, del commercio, dell'agricoltura”.
Le vicende dell’isolotto artico ricolmo di terre “rare” mi danno da pensare che ormai gli Stati Uniti non pensino sia più necessario recitare la commedia della Nato “protettrice” delle “alleate” nazioni europee. La Nato è uno strumento di controllo, lo è sempre stato e sempre le nazioni europee sono state occupate militarmente dai governi americani, timorosi riguardo ciò che l’Unione europea avrebbe potuto fare autonomamente: diventare un rivale economico pericoloso, unito e con diverse opzioni di sottrarsi ai ricatti, dall’alleanza strutturale con la Russia alla collaborazione con Pechino, passando per accordi commerciali con l’Africa per un accesso privilegiato alle sue ingenti risorse.
Nulla di tutto ciò è stato realizzato e difficilmente lo sarà. I rapporti con i russi sono andati alla malora, alla Cina rinfacciamo la strategia delle esportazioni aggressive (la nostra degli ultimi 30 anni) e le mire su Taiwan (riconosciuta indipendente dal solo 50% del mondo), mentre loro ignorano i ministri europei in visita e per l’Africa non riusciamo a trovare soluzioni che non siano respingimenti e mazzette o salvacondotti per dittatore e criminali della peggior risma.
L’Europa è soprattutto iper-divisa al suo interno, dunque innocua e, se un nemico è inoffensivo, perché perdere tempo con il galateo o soldi per occuparlo? Agli Usa serve la Groenlandia? Basta allungare una zampata. La commedia rimane in piedi nella parte in cui Trump afferma di voler proteggere i groenlandesi dai marziani e Macron risponde che “no, li proteggiamo noi, come abbiamo già fatto con gli ucraini!”. In realtà la commedia è la tragedia di un impero, quello di Washington, non più tale e costretto a difendersi con atti coloniali.
Un gioco cinico al quale anche i resti dell’Ue intendono partecipare, proteggendo la Groenlandia come la Nato protegge l’Europa. Dopotutto lo dice da tempo anche Draghi: da adesso in poi i nostri nemici sono tre, Russia, Cina ed Usa. E nella stessa partita a Monopoly tra potenze rischiano di finire annegate le aspirazioni legittime del popolo iraniano.
Stamattina sul Corriere è uscita un’intervista ad un premio Nobel per la pace iraniano che propone di ammazzare Khamenei, sospendere ogni relazione diplomatica con Teheran e, dulcis in fundo, reinstallare alla guida dell’Iran i Pahlavi! Cioè coloro i quali hanno spazzato via, nel ’53, ciò che di buono l’occidente ha inventato (laicismo, democrazia, patriottismo) in favore del peggio (dittatura, sfruttamento di risorse altrui, repressione).
Quindi bisognerebbe, secondo tale cervellone, riportare l’Iran alle condizioni che portarono alla rivoluzione del ’79, che portò a tiranneggiare sul paese l’odierna teocrazia medievale. Spero di non vincere mai il premio Nobel per la pace, a questo punto.
Agli Stati Uniti serviva di trovare un modo per sistemare la bilancia commerciale con l’Unione europea. Missione complicata: l’Ue poteva contare sulle risorse energetiche russe e, non soffrendo particolari minacce militari, gli Stati membri erano riottosi circa maggiori finanziamenti alla Nato.
Proprio in quel momento, Putin è impazzito! Ha invaso l’Ucraina, rotto ogni relazione economica con Bruxelles e minaccia di invadere il ventre molle est-europeo.
Agli Stati Uniti serviva di trovare un modo per rendersi monopolista nel settore delle materie prime, l’ultimo possibile ed il primo per importanza politica: così Trump avrebbe potuto conciliare bassi prezzi alla pompa di benzina e fame di profitti delle multinazionali petrolifere.
Proprio in quel momento, Maduro è impazzito! Ha ordito una cospirazione narco-terrorista a danno degli americani e ovviamente è stato necessario invadere il Venezuela.
Nel frattempo, la Nigeria, ricchissima di petrolio, è stata presa d’assalto da ex scagnozzi dell’ISIS e gli Usa, paladini del Bene, non hanno potuto esimersi dal lanciare un paio di Tomahawk.
Agli Stati Unii servirebbe di trovare un modo per trasportare i propri idrocarburi ovunque nel mondo, evitando gli stretti marittimi o, se impossibile, averne il controllo totale. Un guaio serio è rappresentato dallo stretto del Mar Rosso (controllato dagli Houthi) e da quello di Hormuz (controllato dall’Iran). Sempre l’Iran, grazie ai legami con Hamas, Hezbollah, Russia e Cina avrebbe potuto mandare in fumo gli Accordi di Abramo e l’IMEC.
Ora, proprio dopo che Hamas è impazzito legittimando la distruzione di tutti gli alleati di Teheran da parte israeliana, ora il regime degli Ayatollah è scosso da violente sommosse interne e forse gli Usa potrebbero intervenire a difesa del popolo iraniano!
Quando gli Stati Uniti hanno un problema e si scervellano per risolverlo, il problema, mosso a compassione dal vederli mettersi di buzzo buono, si trasforma nella soluzione di se stesso!
God bless America!
Sembrerà di cattivo gusto speculare su di un evento del genere, ma se non si potesse analizzare nemmeno una strage per il suo significato sociale, allora le cose non cambieranno mai: accetto il rischio di passare da freddo scienziato sociale, meglio che preservare una certa immagine con una di quelle affettate frasi fatte buone per i prossimi funerali. Non ho la sciocca ambizione di salvare il mondo, solo cerco, anche per egoismo, di non lasciare conti aperti con il “non detto”. Ben vengano per questo le critiche.
Mi sembra un ottimo esempio, il catastrofico incendio, di relazioni economiche sulle quali si instaurano narrative poco veritiere, ma capaci di conseguenze assolutamente reali e dannose.
Il fatto dei controlli che si devono fare, ma non si fanno, che devono entrare al massimo 100 persone, ma va bene 200, rimanda più a Napoli che alla Svizzera. Secondo me già questo sarebbe un buon argomento per evitare inutili razzismi tra popoli, ma perché nell’immaginario collettivo uno svizzero è più affidabile di un napoletano?
La Svizzera è un paradiso fiscale e ciò significa rappresentare un porto sicuro per gli avventurieri del capitale, lanzichenecchi senza patria, che vi si trasferiscono togliendo risorse ai loro paesi. I paradisi fiscali sono deprecati a parole da tutti, ma tutti sanno che sono necessari al ciclo economico soprattutto se i capitali sono facilmente trasferibili.
Gli svizzeri sono pochi e con poche tasse il governo eroga buoni servizi. Se dovesse essere necessario un indebitamento pubblico in caso eccezionale, non ci sarebbero problemi, dato che il paese svetta nelle classifiche di rating (che valutano la capacità dello Stato di rifondere un debito, non di generare benessere e redistribuirlo).
Dunque è abbastanza ipocrita dire che tra un napoletano e uno svizzero il ladro è di certo il primo.
Poi, al tg ci si lamenta perché in Svizzera il massimo della reclusione è 20 anni. Allora scatta la diatriba tra chi “in Italia certe cose non succederebbero, da noi non si scherza!” e chi “in Svizzera si che sono civili, leggono Beccaria!”. Ma è perché gli svizzeri sono bravi e temono la prigione più degli italiani? Gli italiani sono degli scialacquatori impenitenti, mentre gli svizzeri risparmiatori incorruttibili?
In realtà loro sono pochi, compatti e abituati da secoli a regole morali consolidate perché, chiusi alle migrazioni massive cui è naturalmente esposto un paese come l’Italia, non entrano in contrasto con altre culture. E per i motivi di cui sopra lo Stato assiste molto e smorza di conseguenza le tensioni sociali.
Forse per quel tipo di società che è la Svizzera pene modeste sono più che sufficienti a mantenere l’ordine. Però è un tipo di società reso possibile da un ordine non molto equo. L’ordine svizzero funziona perché esclusivo, protetto e non può essere replicato senza replicare le stesse caratteristiche e continuare ad approfittare delle disuguaglianze (artificiali) tra popoli ricchi e poveri.
Cosa centra questo discorso con quanto accaduto? L’ho chiesto alla IA: “Quando un ordine sociale funziona grazie a stabilità e disuguaglianze esterne, le regole di sicurezza smettono di apparire come barriere necessarie e diventano limiti teorici, superabili finché nulla accade. La catastrofe non nasce dalla trasgressione, ma dalla sua lunga normalizzazione”.