I più grandi (im)prenditori

Ho visto un documentario americano sui “10 più grandi imprenditori della storia”, a mio avviso paradigmatico. Si comincia con J. P. Morgan, il banchiere che avrebbe “salvato il Tesoro americano” in almeno due occasioni: nel 1895, negoziando un prestito in oro direttamente con il presidente Cleveland, e nel 1907, quando agì di fatto come una banca centrale privata durante una crisi finanziaria, coordinando salvataggi, fusioni e iniezioni di liquidità. A parte che non si trattò di salvataggi, perché J P M riuscì ad assumerne il merito? Nell’Ottocento il capitalismo garantiva guadagni dalla sola industrializzazione (acciaio per ferrovie, locomotive, ponti, navi e petrolio per farle muovere). Visto che agli operai non servivano locomotive o strade ferrate, non era necessario fossero pagati o tutelati. Bestie da soma, sostituibili e ricattabili poiché indigenti, non erano considerati parte necessaria al ciclo economico e nessun politico pensava di garantire loro l’accesso al credito o a cure gratuite. Una moneta debole avrebbe dato potere contrattuale a chi era meglio non ne avesse. Infatti era in vigore il gold standard: questi fattori rendevano naturale per il governo ripagare i debiti d’oro al Morgan di turno, prima che usare risorse per lo Stato sociale. Ecco il merito di J P M, fu abile a cogliere il meglio da una struttura economica di un certo tipo. La struttura delle relazioni economiche è più importante delle qualità del singolo, ma in America ciò non è così popolare. Tra l’altro le aziende di acciaio e petrolio (U.S. Steel, Standard Oil) di personaggi come Andrew Carnegie e John D. Rockefeller, non solo non avevano da temere rivendicazioni operaie, ma non erano minacciate nemmeno dalla concorrenza perché, lo spiega bene Lenin, agivano in condizione di monopolio. E non per errore del capitalismo, piuttosto perché in quel modo preciso il capitalismo garantiva i guadagni necessari a rendere miliardari Carnegie e Rockefeller. Il meccanismo si inceppò nella lunga crisi del 1873-96: nonostante commissioni e protezioni tariffarie dei governi, vessazioni ai lavoratori, fusioni aziendali per aumentare la competitività e invasioni coloniali per assicurarsi risorse e mercati, non c’era niente da fare. I capitalisti producevano troppo per un mercato ormai saturo. I profitti calavano e bisognava trovare qualcuno disposto a comprare prodotti più semplici di una diga, meno costosi e realizzabili in grande quantità. Ecco da dove vengono fuori la catena di montaggio e “gli alti salari” di Henry Ford. Ford produceva in serie automobili economiche che poi rivendeva ai suoi operai. I quali erano ben pagati non per amore del prossimo di Ford, ma per necessità di creare un nuovo mercato (i cittadini) per un nuovo prodotto (le automobili) che generasse un nuovo indotto (autostrade, guardrail, gomme, sistemi elettrici, carrozzerie, distributori di benzina, tappezzerie, motel…). Morgan non “salvò il governo americano ” e Ford non “regalò l’auto agli americani”. Furono atti connessi alle dinamiche del capitalismo e per quello dovrebbero essere inquadrati.

Il perfetto imbecille

Quando la smetteremo di guardare alle vicende internazionali dalla prospettiva individuale, sarà sempre troppo tardi. Oggi mettersi a dire “Trump è pazzo, però Maduro”, “brutto il colpo di Stato, però Maduro”, “vogliamo la pace, però Putin”, “Netanyahu esagera, però gli Ayatollah” è, detto in francese, l’esercizio del perfetto imbecille. Ed il potere, quello degli interessi economici del grande capitale e dei suoi rappresentanti politici, ci vuole imbecilli. Gode a saperci impegnati a parlare di Maduro, mentre ignoriamo le dinamiche profonde delle cose. Da dove saltano fuori gli Ayatollah, Putin e Maduro? Gli Ayatollah, si dice al tg, si sono installati a Teheran nel ’79 e, occupanti abusivi, non si decidono a sloggiare. Prima, una monarchia installata da Usa e Gb aveva rinunciato alla nazionalizzazione del petrolio, garantendo i profitti delle compagnie inglesi e americane a scapito di quelli degli iraniani. Putin è figlio della “terapia shock” del Washington Consensus. Si trattò di misure di liberalizzazioni e privatizzazioni, rigettate dagli stessi promotori, che spinsero un popolo gravato psicologicamente dal fallimento dell’Urss nella totale indigenza. Maduro. Nel corso del ‘900 il Venezuela viene reso dipendente dalle esportazioni di petrolio, a scapito di agricoltura e manifattura. La moneta forte consente importazioni a basso costo. Tra anni ‘60 e ‘70 si tenta di usare le rendite petrolifere per finanziare l’industrializzazione: un’idea sensata, attuata in modo inefficiente, tra corruzione e resistenze delle élite del settore. Con il crollo del petrolio negli anni’80, la spesa pubblica diventa insostenibile. La risposta è una svolta di austerità che produce una profonda crisi sociale. È da qui che emergono Chávez e Maduro. Le loro riforme e le sanzioni statunitensi, aggravano la situazione, spingendo il paese a cercare legami con Cina, Russia e Iran per sopravvivere all’isolamento occidentale. Scopo di questa pappardella è sostenere che gli americani non sono sanguisughe e Maduro non è un eroe popolare. La realtà è che un sistema strutturale di relazioni economiche ha prodotto certi effetti. Dopo la seconda guerra mondiale, l’idea di agganciare il dollaro all’oro e poi quella di abolire la controvertibilità nel ’71 ha dato origine ad un mondo di Stati in eterna competizione commerciale, tutti alla ricerca di mantenere le esportazioni in attivo rispetto alle importazioni. In assenza di seri meccanismi di compensazione, una bilancia commerciale attiva è sempre meno svantaggiosa di una negativa. La strategia di puntare tutto sulle esportazioni è antidemocratica per il paese che la persegue, punta sulle necessità croniche o la deindustrializzazione dei paesi che la subiscono ed innesca pericolose reazioni di protezione tra blocchi commerciali. Agevola soltanto le aziende parte del meccanismo, non certo lavoratori e classe media cui impone disciplina salariale, taglio della spesa pubblica e compressione della domanda interna; agevola anche la grande finanza che si occupa di gestire i flussi di ritorno di capitali verso chi importa ed il finanziamento dei deficit e non è nemmeno lungimirante, dato che prima o poi il castello di carte delle disuguaglianze tra Stati su cui poggia verrà travolto da crisi di produzione o della domanda dei mercati esteri. Gli Ayatollah vengono dalla necessità degli Usa di sottrarre risorse utili agli avversari sovietici, l'arresto di Maduro dalla necessità di sottrarle ai cinesi. Putin è il frutto della visione dell’Urss dissolta come discount di risorse utili al blocco occidentale. Di possibili alternative al meccanismo secondo cui ciò che è tuo sarebbe meglio fosse mio occorre discutere, non del migliore tra i peggiori tra Trump e Maduro.

Non annegare!

Essere in questa situazione è veramente angosciante. Dover scegliere tra due alternative una peggiore dell’altra ed entrambe in serrata competizione per il primato d’indegnità è frustrante. Da una parte c’è chi proclama un multilateralismo a senso unico che è già una contraddizione in termini. O si apre alla convivenza di diverse idee o si dichiara la legittimità di una sola idea: tertium non datur. Invece qualcuno ha inventato la diabolica terza via, quella della razionalità naturale. È razionale pensare che noi nasciamo liberi, un foglio bianco? Sì. È razionale pensare di difendere tale libertà da influenze di ogni genere? Sì. È razionale sperare di poter garantire a chiunque tale libertà? Sì. È razionale includere il campo economico in tale libertà? Sì. È razionale combattere chi si oppone ad argomentazioni scientificamente misurabili con parabole religiose e proverbi della nonna? Sì. Cinque “sì” apparentemente razionali che hanno prodotto negli ultimi 30/40 anni la giustificazione della più irrazionale intolleranza. Chi espone rimostranze verso la libera circolazione di capitali e la democrazia occidentale è da trattare male quanto chi si sente più vicino al dirimpettaio italiano piuttosto che ad un norvegese, chi manifesta segni di gelosia verso il partner e chi non crede uguali uomo e donna. Costui dev’essere un totalitarista, razzista, patriarcale ed omofobo. In nome della tolleranza, non può essere tollerato! Ora che questo modello globalizzato ha prodotto squilibri commerciali tra nazioni e popoli impoveriti e concentrato enormi ricchezze in pochissime mani, la colpa viene data ai “cattivi maestri”. È curioso, perché i globalisti pentiti accusano coloro i quali li avevano avvertiti (riguardo i rischi del liberismo) di aver originato l’alternativa che demonizzano. In realtà ci sarebbe da chiedersi: ma se finora mi sono mosso verso destra e decido di andare verso sinistra, sto seguendo una strada alternativa o semplicemente seguendo la strada contraria? Forse l’alternativa vera sarebbe andare dritto. Comunque, l’alternativa a quanto detto sopra pare essere un forzato ritorno a tutto ciò che è in grado di dare stabilità, appartenenza. Dobbiamo tornare ad essere italiani/americani/occidentali, a vivere le nostre tradizioni in contrapposizione alle altre. Così nascono assurdità incredibili tipo i vietnamiti che hanno fregato gli americani (costruendogli gli iphone?) o gli islamici e gli lgbtq che distruggono i nostri valori e famiglie (sono stati gli islamici a massacrare i gazavi? Sono stati i queer a degradare l’istituzione famigliare e l’autorità genitoriale?). Non è un ritorno ad un passato di società chiuse al confronto, se non armato, con altre società da battere sui mercati e da cui isolarsi, con “catene del valore corte” e controllo di risorse strategiche e terre rare, quello proposto da Trump e Meloni? Ed il bello è che avvolgono ciò che è una ridefinizione di interessi economici in uno strato di patetiche dichiarazioni d’intento su patriottismo, valori da tutelare e nobili fini che poi calpestano allegramente. Da una parte occorre dimenticare che come affermava Marx: "L'essere umano è un animale che può individuarsi solo in seno alla società". Dall’altra occorre considerare l’individuo legato al destino ineludibile della propria società, da cui non può sottrarsi pena la squalifica morale. Nel guado, noi che proviamo almeno a non annegare.

Struttura e sovrastruttura

“Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Con questa frase davvero affascinante Marx vuole dire che non sono le idee, le istituzioni ed il pensiero politico a determinare la vita materiale delle persone. Al contrario, è la vita materiale delle persone a orientarne le idee, il pensiero politico e di conseguenza le istituzioni che le governano. La struttura (produzione e distribuzione di beni e ricavi) determina la sovrastruttura (politica, religione, filosofia, morale…). Una nazione in posizione di vantaggio, tenterà di conservarla il più possibile. Ciò scatenerà tensioni violente esterne (con chi proverà a cambiare la situazione) e, più pericolose, interne, perché le condizioni alla base di tale vantaggio (rapporti di proprietà, gerarchia sociale, salari…) diverranno insostenibili e di ostacolo al progresso. La pressione costante distruggerà qualsiasi resistenza, fino alla rivoluzione. Ed ogni rivoluzione è già restaurazione, il nuovo assetto getterà di per sé le tensioni di cui sopra. Ogni cosa che nasce prepara in quel momento preciso la propria morte. Nel ‘600 gli olandesi erano padroni dei mari ed il giurista Ugo Grozio elaborò la concezione giuridica della libertà di navigazione; dopo la guerra del ’14-’18 gli americani erano in posizione di forza ed il presidente Wilson propose riforme multilaterali, di democrazia da diffondere; le stesse riforme di cui si parlò negli anni ’90, libertà e diritti umani da esportare verso i popoli oppressi nel rispetto del diritto internazionale. Libertà, democrazia, internazionalismo e pure patriottismo e disciplina militare non sono affatto sviliti dalle loro origini economiche, ma è bene non dimenticarle mai. Oggi il nazionalismo dalle tinte imperiali russo-americano è la risposta politica naturale a situazioni economiche diverse, ma molto simili. Se gli Usa non possono più permettersi importazioni e spese militari infinite, la Russia non poteva rimanere esclusa dal mercato ucraino e ritrovarsi la Nato sotto casa. Il nazionalismo è la risposta tipica di Stati che scontano difficoltà di produzione (deindustrializzazione), sofferenza della classe media, élite insicure. E non soffrono crisi di manifattura e classe media, gli Usa? E non temevano la perdita del controllo del mercato europeo, le élite del gas russo? Il multilateralismo, le regole internazionali ed il libero mercato fanno comodo a chi vuole consolidare vantaggi commerciali o rimpiange i bei tempi andati. E non vanta enormi capacità di esportazione, la Cina? E non si è mostrato nostalgico nel suo ultimo discorso per ciò che l’Italia è riuscita a costruire mentre i più forti erano gli Usa, Mattarella? Il militarismo non è per nostalgici. È per realisti duri che si accorgono di aver perso il primato economico e di aver bisogno di un mezzo rapido per contenere la crisi occupazionale e disciplinare la popolazione rabbiosa. Cosa c’è di meglio di un nemico da affrontare insieme, con un esercito da ricostruire? E non è ciò che propongono Macron, Merz e Meloni per il futuro europeo? E non fu un mix di nazionalismo imperiale, nostalgia vendicatrice e militarismo esasperato a far detonare le due più grandi guerre della storia?
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