È possibile farsi un’idea generale sul pensiero di un gigante come Dostoevskij in un’ora e mezza? Sì! “L’ultima vendetta” è impregnato delle tematiche dello scrittore russo nel profondo e l’ho per questo motivo trovato un film bellissimo, tra i migliori visti negli ultimi cinque anni almeno.
Finbar Murphy (Liam Neeson) lavora da serial killer per un mafioso irlandese insieme al più giovane Kevin. Mentre Finbar è cosciente di agire per il male in quanto ha l’intuizione del bene, Kevin semplicemente compie delle azioni che ritiene giuste nella misura in cui lo soddisfano e dunque, nichilista, non ha nessuna idea di bene o male.
La differenza emerge con prepotenza quando Kevin viene colpito al volto da Finbar dopo avergli raccontato di aver ucciso una donna e deriso la condizione di un uomo che aspettava il suo colpo di fucile. “Ma forse il dolore… più forte… è di sapere con certezza che, ecco, tra un'ora, poi tra dieci minuti, poi tra mezzo minuto, poi ora, subito… non sarai più un uomo. Chi ha detto che la natura umana è in grado di sopportare questo senza impazzire?”. Anche un killer, soprattutto un killer, dev’essere conscio che non sta per ammazzare un uomo, ma un intero mondo!
Siamo al confine tra Irlanda ed Irlanda del Nord nel ’74: bande armate di entrambe le parti organizzano attentati dinamitardi ed una di queste, dopo un plurimo omicidio a Belfast, attraversa il confine per attendere in Irlanda il quietarsi delle acque.
I rivoluzionari, nascosti nel villaggio di Finbar, sono quattro. Due mostrano fedeltà alla causa finché questa non richiede loro dei sacrifici concreti, la vita da latitante braccato ad esempio.
Poi, due fratelli. Curtis assomiglia al personaggio di Stavrogin del romanzo “I demoni” e cioè uno che si dedica alla causa per noia e, fatalità, abusa di una bambina, proprio come il Demone.
La sorella Doirreann è il rivoluzionario che crede di agire solo in nome della causa, ciò che gli darebbe una sorta di immunità morale per i suoi crimini, ma anche lei alla fine si ritrova a perseguire obiettivi particolari, personali come la vendetta di un fratello cui ha sempre perdonato tutto senza mai fargli scontare il negativo. Il pretesto della lotta al potere dispotico del Regno Unito nei confronti degli irlandesi (dunque pretesto legittimo) si rivela ben presto maschera del conflitto psicologico, interiore al rivoluzionario.
Nella scena finale Finbar si riconosce in parte simile a Doirreann in quanto entrambi hanno commesso azioni che riconoscono come malvage e di cui si pentono anche, ma di cui hanno il coraggio di assumere la responsabilità.
Entrambi sanno che ciò che hanno fatto è male, ma non perdono tempo in un’ipocrita autoassoluzione e riconoscono la paternità delle proprie azioni. Azioni cui sono stati spinti uno dall’alcolismo, l’altra dall’assassinio del padre e tutti e due dal cinismo della politica. Azioni, tuttavia, perfettamente congrue alla loro specifica situazione. Azioni di cui sentono di meritare il peso delle conseguenze.
È un atto di libertà. Forse l’unico atto di libertà concesso all’uomo moderno: dire “l’ho voluto io” anche quando tutto spingerebbe a dire “non potevo fare altrimenti”.
Insomma, magnifico.
Il ministro Tajani non perde mai, davvero, l’occasione di mostrarsi per il populista, nel senso peggiore, qual è. Saputo della scarcerazione su cauzione di Moretti, si è messo a sparare a palle incatenate sul più facile dei bersagli (non credo sia facile trovare, tra gli italiani medi, qualcuno che non provi una certa stizza verso la Svizzera) ed addirittura ha richiamato l’ambasciatore italiano che, cosa centri con la decisione di un giudice elvetico, soltanto lui lo sa.
Ovviamente il titolare degli esteri ritiene troppo leggere le pene del codice di Crans-Montana e, visto che in Italia una tragedia simile non sarebbe potuta accadere, il segreto dev’essere proprio quello, la severità delle leggi nostrane e la certezza dei più gravi supplizi per comportamenti tanto indegni.
Dimentica, Tajani, che un servizio del Tg5 di pochi giorni dopo il rogo di fine anno ha mostrato una carrellata di controlli sulla sicurezza in alcuni locali italiani nei quali se ne sono viste di cotte e di crude, tra incendi miracolosamente domati e gente stipata in sgabuzzini dove sarebbe stato più semplice trovare il bosone di Higgs che un’uscita d’emergenza.
Ma l’operazione del ministro è anche più sottile e dannosa. Anche un bambino infatti capirebbe l’uguaglianza tra svizzeri ed italiani: non è che gli svizzeri abbiano paura della prigione più di quanta ne abbiano gli italiani. Il discorso è che per mantenere l’ordine (altra cosa è la giustizia) all’interno della società svizzera bastano leggi meno stringenti di quelle italiane.
Con un ragionamento di questo tipo Tajani dovrebbe andare oltre, spiegare perché ci sia questa differenza tra due paesi confinanti; se l’Italia necessiti di pene gravi in quanto crocevia naturale tra popolazioni e culture che lì s’incontrano e scontrano generando tensioni gestite in modo discutibile; se in Svizzera non ci sia questo problema in quanto si tratta di un paradiso fiscale, abitato da una comunità omogenea, meno esposta al confronto con usi e costumi diversi da quelli cui i cittadini sono abituati da generazioni.
Toccherebbe tirare in ballo questioni sociali, di politica economica internazionale, di relazioni economiche tra Europa e Nordafrica, di tassazione dei patrimoni e di tolleranza per i porti franchi del capitale.
Meglio nascondere tutto sotto il tappeto della responsabilità dei Moretti, i cattivoni della faccenda che facevano la vita da nababbi con una montagna di edifici ipotecati e macchinoni in leasing (perfettamente svizzero!).
Protesti pure, Tajani, d’altronde ricordiamo tutti le sue proteste vibranti quando a Berlusconi furono concessi i servizi sociali o quando quel sant’uomo di Almasri fu scortato a casa dal nostro governo.
IPOTESI
Ipotizziamo l’Europa riesca a produrre molte ciliegie (prodotti lavorati, tecnologici e servizi informatici), ma sia scarsa di pere (prodotti agroalimentari e materie prime).
Ipotizziamo il Sudamerica sia abbondante di pere, ma del tutto sguarnito di ciliegie.
Ipotizziamo l’Europa ostacoli le esportazioni di ciliegie quanto il Sudamerica quelle di pere.
Ipotizziamo il Sudamerica ostacoli le importazioni di ciliegie quanto l’Europa quelle di pere.
TESI
Mentre ai cittadini di entrambi i paesi converrebbe equilibrare i settori ciliegia-pera, ai governi di entrambi i paesi conviene intensificare lo squilibrio ciliegie-pere.
E chiamarlo “accordo di libero scambio”.
DIMOSTRAZIONE
“Equilibrare” significa nella pratica imporre tasse aggiuntive al settore ciliegie e con il ricavato (più la giusta dose di spesa pubblica) incentivare il settore pere e riqualificare per quest’ultimo i licenziati dalle compagnie ciliegiaie.
I produttori di ciliegie avranno però delle azioni di giornali, tv e media; dei legami con la parte moderata dei sindacati; dei favori da riscuotere verso i partiti a sostegno del governo e la riconoscenza dello stesso per non aver spostato le fabbriche all’estero e comprare quote rilevanti del debito pubblico.
I cittadini e gli operai, scettici verso l’impegno dello Stato, non saranno felici di sentir parlare di licenziamenti oggi in vista di un nuovo lavoro e del benessere sociale domani.
Considerando ciò e: la teoria dei vantaggi comparati (ogni paese deve specializzarsi nelle produzioni per le quali è più competitivo); il sistema economico internazionale attuale (penalizzante solo per chi importa troppo) ed il ruolo di valuta di riserva mondiale del dollaro (ne rende necessaria l’accumulazione), la conclusione più logica risulta essere la seguente.
Il governo europeo preferisce, anziché penalizzare gli esportatori di ciliegie e favorire il settore delle pere, cercare altri governi disponibili a fare invadere il proprio mercato di ciliegie in cambio della possibilità di fare altrettanto con le proprie pere.
Il risultato viene definito “accordo di libero scambio” ed è quel tipo di trattativa cui sono costretti due individui con le mani talmente ficcate nelle tasche l’uno dell’altro da non riuscire a fregarne un terzo.
Il governo sudamericano ha accettato l’offerta europea del libero scambio di squilibri.
CONSEGUENZE
Di conseguenza uno squilibrio interno tra ciliegie e pere non viene condiviso tra Europa e Sudamerica in modo che europei e sudamericani possano accedere alle quantità necessarie di frutti diversi al giusto prezzo.
Per non perdere voti e potere di spartire laute prebende, i governi riversano le produzioni eccessive all’esterno, verso mercati vergini e per qualche tempo il gioco funziona.
Loro passano per amanti del “libero mercato anticomunista”, garanti di “spirito imprenditoriale e posti di lavoro” e poeti dell’”eccellenza della ciliegia/pera”.
Quando i rispettivi mercati saranno saturi e le rispettive economie saranno ancora più legate ad una singola produzione, sarà il momento delle elezioni!
RIMEDI
Tale è la natura di accordi come quello tra Ue e Mercosur, Ue e Canada e, prossimo obiettivo della commissione europea, l’India.
Simili intese non sono l’antidoto a Trump, ma il veleno che porta a Trump.
Il parlamento europeo ha battuto recentemente due colpi importanti bloccando il procedimento di approvazione del Mercosur e l’accordo capestro Ue-Usa sui dazi: atti che commissione e consiglio dei governi Ue hanno tentato di imporre a noi cittadini.
Il parlamento europeo ha detto di no, un atto di dignità che non a caso ha scatenato la furia di Ursula VdL e Merz, numi tutelari degli squilibri europei a favore delle esportazioni tedesche.
Oggi l’unico rimedio è un atto di fede del popolo nel parlamentarismo, unica tutela contro la dittatura mascherata da democrazia.
Viva il parlamento europeo!
Sul discorso di Trump non c’è nemmeno da soffermarsi troppo. Se il presidente degli Stati Uniti è costretto ad usare un linguaggio da gangster con Groenlandia, Danimarca, Venezuela e Cuba; se il presidente degli Stati Uniti è costretto a mostrare ai cittadini una montagna di fogli riguardo i successi della sua politica, significa una cosa sola: gli Stati Uniti sono alla frutta secca.
La nazione più potente del mondo non ha bisogno di ricattare con i dazi né di bombardare dei nani per farsi obbedire. È più forte il genitore cui basta un’alzata di sopracciglia di quello costretto ad agitare la cintura. E più la agita, più invita suo figlio a iscriversi alla scuola dei parricidi.
I risultati di politica economica non vanno “fatti vedere”, non sono da “dimostrare”. La somma degli angoli interni ad un triangolo è 180 gradi. Punto, dannazione, non devi farmi un disegnino, me ne rendo conto da me! Se mi fai il disegnino sei tu ad avere qualche difficoltà!
E qualche difficoltà deve averla pure chi, vedendo in Trump la causa e non l’effetto dei problemi del mondo attuale, plaude le risposte piccate della Lagarde, stizzite di Macron e studiate di Carney.
La signora Lagarde lo sa che la sua Banca, quella che dovrebbe sostenere il debito buono e la crescita degli Stati europei, ne è in realtà il più grande ostacolo, tra chiusure mentali ed assurde pretese d’indipendenza totale della politica? Si ricorda che, per tutelare i cittadini europei dai dazi di Trump, ha proposto loro di comprare americano?
Macron, che da due anni tiene sotto sequestro la democrazia francese, difende la Groenlandia perché la vorrebbe nell’orbita europea e teme un colpo di mano di Trump in Guyana, residuo coloniale a due passi dal Venezuela. Dovrebbe però spiegare come mai, visto che gli Stati Uniti sarebbero così pericolosi, ha insistito per trascinare l’Europa nella guerra a Putin e oggi minaccia Xi di nuovi dazi. Se l’Europa è ora incapace di sottrarsi ai ricatti di Trump, è in larga parte merito suo.
Carney, il Draghi del Québec ed ex Goldman Sachs, ha paragonato il sistema trumpiano al comunismo (pensa un po’…) e suggerito, per abbatterlo, una raffica di accordi di libero scambio tra “medie potenze” tipo Canada, Sudamerica, Sudest asiatico e pure Cina. Nel frattempo ha confessato che il suo paese ha usato il diritto internazionale come un taxi.
Ma è proprio il libero scambio la base degli squilibri che hanno permesso a Trump di prosperare politicamente. Il libero scambio ha prodotto Trump, molto prima di esserne minacciato.
A Lagarde, Macron e Carney preferisco la frutta secca.