Quale politica?

Non credo molto, anzi, sono sempre più insofferente alle divisioni nette tra forma e sostanza, metodo e merito, contesto e testo, pensiero e materia: basta, la forma è già sostanza, il metodo rivela il merito, il testo consegue il contesto come il pensiero origina dalla realtà concreta. Vale anche per il referendum. La riforma della giustizia è da valutare all’interno delle tendenze storiche di fondo degli ultimi decenni, altrimenti meglio astenersi. Soltanto un pazzo potrebbe non essersi reso conto della delegittimazione della politica attuata negli ultimi trent’anni da tutti: partiti, intellettuali, media. Addirittura l’antipolitica, ciò che avrebbe dovuto opporvisi, ha mirato allo stesso bersaglio. Cioè la figura del parlamentare e le sue annesse prerogative. È stato dipinto come un intralcio alla democrazia decidente e responsabile (di Berlusconi e Prodi, di Monti e Draghi, di Napolitano e Mattarella, di Renzi, Letta, Gentiloni e Giorgetti oltre a Salvini e Meloni) ed il M5stelle, al posto di difendere la democrazia rappresentativa, ha ben pensato di sostituirla con quella diretta del “mi piace”. Una teoria tradotta nella pratica di un taglio netto del numero dei seggi parlamentari. Risultato, oggi il M5stelle è al 10% e la democrazia rappresentativa lo è meno di prima. Dunque oggi, tra abolizione delle preferenze, liste bloccate, premi di maggioranza e integrazioni di maggioritario, il parlamento non conta più nulla. L’esecutivo ha sostituito del tutto il legislativo. Gli ultimi tre governi hanno governato per decreti notturni, fiducia, maxiemendamenti e prove di forza. Conte dispose limitazioni inimmaginabili con l’unica legittimazione del “comitato tecnico scientifico”, Draghi ricorse alla fiducia per 55 volte nonostante maggioranze del 90% e Meloni ha fatto votare al parlamento la sua riforma costituzionale per quattro volte senza cambiare una virgola. Napolitano e Mattarella, i garanti della Costituzione, ne furono i primi sabotatori. Risultato, il governo legifera ed applica, mentre i partiti sono ormai degli spartitori di prebende tramite cui improbabili figuri guadagnano il posto al sole. L’affluenza è crollata, ma tanto non serve più. Quegli stessi partiti che hanno portato a Montecitorio gente come Gasparri e Ciampolillo, Tajani e Borghezio, Ronzulli e Luxuria, Donzelli e Delmastro, Lorenzin e Picerno, Di Maio e Fascina vorrebbero insegnare la meritocrazia al Csm. Per mezzo del sorteggio, ovviamente. Allora, voglio dire quanto segue. Il potere legislativo è succube da tempo dell’esecutivo; il parlamento è un’estensione dei partiti; i partiti sono estensioni dei rapporti di potere all’interno di segreterie e direzioni. Il potere politico è, nei fatti, potere dei partiti ed i partiti sono, nei fatti, non più selezionatori della classe dirigente, ma agenzie di collocamento per luogotenenti dei segretari. Assegnare più influenza alla parte politica del Csm significa, nei fatti, assegnare più potere ai partiti, questi partiti. La riforma non avrà effetti sul funzionamento della giustizia, sullo svolgimento dei processi e sancirà di diritto ciò che già avviene di fatto: la separazione delle carriere. Ciò che verrà rivoluzionato è il rapporto di potere tra parte togata e politica della magistratura, a favore di quest’ultima. I membri del governo dicono: “Non è vero, nel testo non è scritto esplicitamente!”. Ma abbiate pazienza: se proponete il sorteggio indiscriminato per i magistrati e quello mediato per i membri del Csm designati dal parlamento (cioè dal governo, cioè dai partiti), non serve aggiungere altro. La politica avrà più peso all’interno della magistratura. Se non fosse stato questo il reale obiettivo, avreste proposto una via di mezzo e mi spiego. Quando si fanno delle elezioni occorre chiedersi se si desidera ottenere rappresentanza o competenza. Il metodo di elezione è determinante: proporzionale favorisce rappresentanza, maggioritario favorisce competenza. Se chi va a votare è competente e scopo della votazione è individuare competenze, non servirà favorire troppo la rappresentanza. Infatti oggi i 20 seggi togati sono assegnati 14 col maggioritario e 6 col proporzionale. Questo, unito al fatto che ogni votante può esprimere un solo voto e che le correnti conoscono il proprio peso e la propria distribuzione nel corpo elettorale, rende possibile alle stesse correnti di gestire il maggioritario di diritto come un proporzionale di fatto. Questo le rafforza e potrebbe far degenerare le correnti in agenzie di collocamento. Se il governo Meloni avesse voluto porre rimedio a tale problema, avrebbe provato a rimuovere la parte proporzionale del sistema elettorale, a dare la possibilità ai magistrati di indicare cinque voti anziché uno oppure proposto ai 9000 magistrati di indicarne 3000 da cui poi sorteggiarne 20. Insomma, tra il metodo di elezione attuale ed il brutale sorteggio ci sarebbe stato un giusto medio, no? Niente da fare, il governo ha deciso di non risolvere il problema. Per qualsiasi gruppo di persone potersi dare una rappresentanza scelta è strumento di potere, altrimenti non sarebbe stato storicamente così difficile ottenere il diritto di voto. Se ai magistrati membri del Csm togli anche la minima possibilità di darsi rappresentanza, però la lasci ai politici membri del Csm, è chiaro che vuoi aumentare la preponderanza di questi ultimi. Visto il contesto attuale in cui la politica è diventata affare di partiti molto più corrotti delle correnti della magistratura, io non vorrei che questi partiti fossero più influenti anche nel Csm. Lo sono già anche troppo nel parlamento.

Guerra ai mercati

L’aumento del prezzo del petrolio va benissimo, ci arricchisce sempre di più. Però intanto è meglio ridurre le sanzioni alla Russia. La guerra potrebbe durare in eterno, ma, visti gli incespichi borsistici di Blackrock, ci siamo accorti di aver già distrutto tutto! Questa è la solfa americana la cui traduzione sarebbe: “Ehi, scommettitori, il petrolio è salito, ma non lo farà più!”. Come a dire che il governo tutelerà i cittadini o comunque soltanto alcuni operatori del mercato. Non possono passarla liscia, noi non trattiamo e lo stretto di Hormuz resterà chiuso finché lo decideremo noi, perché la guerra durerà finché lo vorremo noi. Questa è invece la solfa iraniana la cui traduzione sarebbe: “Ehi, scommettitori, il prezzo del petrolio è salito, ma salirà ancora di molto!”. Come a dire che la guerra causerà una recessione per tutti, cittadini ed operatori del mercato che fanno la cuccagna. Dunque, la guerra è una questione di mercato: è la voglia di scommettere a determinarne la durata. Uno potrebbe dire “bene, il mercato è una cosa oggettiva, il rapporto costo/beneficio è molto più razionale dell’imperialismo americano e del fondamentalismo iraniano”. Avrei qualche dubbio. Dal 1945 in poi gli Usa sono il centro del capitalismo mondiale, grazie all’imposizione del dollaro come moneta più importante. Inizialmente la ricchezza proveniva dalle fabbriche e ciò richiedeva determinate condizioni: tassi d’interesse moderati; salari dignitosi e buona assistenza sociale; piena occupazione primaria rispetto all’inflazione. Politiche monetarie, fiscali e sociali erano orientate alla crescita della produzione, come governanti, parlamentari, banchieri centrali, accademici e cittadini comuni. Negli anni ’70 la redditività del capitale passa dalla produzione alla finanza. Agli operatori di borsa occorrono rendimenti corposi, stabilità dei prezzi e rassicurazioni: la banca centrale conterrà l’inflazione prima di garantire la piena occupazione; i governi non si preoccuperanno di redistribuire e trattenere i capitali. Negli anni ’80 la prospettiva di indipendenza della banca centrale divenne accettabile. Perché la realtà lo aveva già imposto: il governatore della Fed Volcker risolse l’inflazione con un violento innalzamento del tasso d’interesse. Causò recessione e disoccupazione, rese insostenibile il costo del debito in dollari dei paesi più poveri. Ma il ruolo di dominio del dollaro fu salvo. Tali misure furono descritte come necessarie e dolorose, obiettive e razionali ad una società già pronta a recepirle in questi termini. Da allora succede sempre la stessa identica cosa. Banche centrali, governi, parlamentari, economisti: tutti si impegnano a garantire la stabilità dei mercati finanziari e convincere tutti che questa valga disoccupazione e smantellamento dello stato sociale. Keynes descriveva il mercato azionario come una sorta di concorso di bellezza. Sappiamo che il mercato tende per sua natura ad un oligopolio funzionante per logiche via via meno razionali. Diventa quindi razionale l'obiettivo di garantire investitori nella loro irrazionale attività di scommesse, in modo da non fare collassare i mercati. Sappiamo che il mercato tende a concentrare le ricchezze maggiori in sempre meno mani e che la grande massa dei cittadini non partecipa al gioco. Eppure sono i loro sacrifici a tenere in piedi il sistema. A me sembra il culmine dell'irrazionalità. Oggi siamo di nuovo agli stessi passi. Per difendere il ruolo di dominio del dollaro gli Usa hanno inventato una guerra che pagheranno i cittadini comuni. Le banche centrali si sono affrettate a paventare aumenti dei tassi d’interesse necessari anche se dolorosi, anzi, necessari in quanto dolorosi perché sarebbero le nostre pretese di non svenarci dal benzinaio o per fare la tac a mettere a rischio, con la loro irrazionalità, la razionalità dei mercati. Le nostre pretese sarebbero più irrazionali del voler mantenere a tutti i costi il vantaggio del dollaro. Difendere i mercati finanziari sarebbe quindi la scelta più razionale. E fate pure, cari Volcker, Powell, Draghi e Lagarde, scaricate su di noi il peso di scelte che non abbiamo preso, tutelate il mercato con disoccupazione e tagli alla spesa pubblica. Però, almeno, non raccontateci che sia l’unica opzione per il benessere generale. È proprio l’opzione più particolare possibile. Affidare tutto, anche la guerra, al mercato non è razionale. Il mercato non è ciò che fermerà la guerra, ma è ciò che l’ha innescata e, in nome della sua razionalità, è ciò che rovina la vita delle masse popolari. La struttura finanziaria del sistema internazionale rende alcune guerre economicamente sostenibili o persino funzionali. Più che una guerra dei mercati occorre una guerra ai mercati.

Per non saper né leggere né scrivere

Molto banalmente. Finire sul banco degli imputati è relativamente semplice: ieri il tg5 ha parlato di un uomo condannato per omicidio colposo in quanto un altro uomo, introdottosi di nascosto nel suo giardino, è caduto in un pozzo aperto. Poi, Porro ha mostrato un’infornata di errori giudiziari per ingiusta custodia cautelare (da 22 a 1’200 giorni, comunque riconosciuti e risarciti dal tribunale del riesame, anche se non dal Csm) e scorrettezze rimaste senza conseguenze disciplinari per Pm e Giudice (il Gip aveva svolto l’interrogatorio di garanzia insieme al Pm e confermato il rinvio a giudizio con un “copia incolla” delle motivazioni del Pm). Ecco, credo il SÌ o il NO al referendum siano da valutare dalla prospettiva del signore condannato per omicidio e degli ingiustamente detenuti. Se fossi ingiustamente detenuto, cosa potrei augurarmi? Io, per non saper né leggere né scrivere, vorrei che accusa e giudice fossero entrambi e legalmente obbligati ad essere dalla parte della giustizia (quindi la mia) e che la difesa fosse legalmente obbligata ad essere dalla mia parte. Non vorrei che il giudice fosse su un altro piano e che accusa e difesa fossero concentrate a dimostrare di aver ragione. Non vorrei sentir parlare di squadre, arbitri e giocatori mentre io sarei il pallone; non vorrei badare troppo alla lealtà di un triello del quale io sarei bersaglio: vorrei più persone possibili a sparare per me. Precisazioni. 1) Se già adesso con un Csm di Giudici e Pm alcuni di questi non subiscono alcuna valutazione sulla condotta, cosa accadrà quando i Pm avranno il loro Csm? Perché l’Alta Corte disciplinare composta di nuovo da Giudici e Pm dovrebbe essere più rigorosa della Sezione disciplinare del Csm attuale? A questo punto sarebbe meglio far valutare la condotta dei Pm a soli Giudici. 2) Dobbiamo metterci d’accordo: quando sentiamo parlare di uno scippatore, uno spacciatore, un ladro o un mafioso a piede libero o non arrestato al primo vago sospetto andiamo su tutte le furie e diamo ragione al politico che metterebbe in galera chi pesta una formica. Ma è lo stesso politico che protesta contro l’abuso della custodia cautelare. Se vogliamo più carcere preventivo e diciamo che i magistrati liberano i criminali, allora dobbiamo andare fino in fondo, mettere in conto gli errori ed evitare lacrime ipocrite per degli innocenti suicidi dietro le sbarre. 3) In un sistema che resta misto (processo accusatorio/inquisitorio) e attribuisce al Pm obblighi di azione penale e ricerca della verità, la condivisione di cultura e formazione con il Giudice mi pare più ragionevole della separazione; dividere senza modificare il modello processuale crea una frattura simbolica più che funzionale.

La teocrazia non è

“La teocrazia non è una struttura in grado di produrre leader moderati”. È falso. Negli anni 1997-2004 Khatami introdusse liberalizzazioni economiche e politiche. Poca roba e d’altronde non è facile, se i pasdaran ti bastonano i ministri. Sarebbe stato utile l’aiuto internazionale, ma gli Usa inserirono l’Iran nell’asse del male. Ciò favorì Ahmadinejad, fautore della Grande Persia e della bomba su Israele. Nel 2015 Rohani e Zarif (laureato in America) accettarono l’accordo sul nucleare con gli Usa in cambio del ritiro delle sanzioni. Arabia Saudita e Israele andarono su tutte le furie e plaudirono il ritiro immotivato di Trump nel 2018. Ciò favorì gli oltranzisti fino al 2022, a Masha Amini. Le proteste popolari per il massacro della giovane mandarono al potere Pezeshkian, altro flebile moderato, nel 2024. Il giorno dell’insediamento Israele ammazzò Haniyeh. A novembre e poi a luglio 2025 Israele e Usa attaccarono Teheran. Quando l’Iran esprime la minima volontà popolare di apertura al mondo, capita qualcosa. “Usa, Ue, Israele e Arabia Saudita vogliono evitare che l’Iran abbia l’atomica”. È falso. Se l’obiettivo fosse questo, allora sarebbe bastato non ritirarsi dall’accordo del 2015. Quell’accordo fu una pietra miliare e impegnava l’Iran a discrete limitazioni sotto la supervisione di Francia, Germania, Inghilterra, Russia e Cina (oltre a Usa e Ue). Peccato rappresentasse un sassolino d’intralcio sul cammino di Arabia Saudita e Israele. Ora, se il tuo obiettivo è evitare a tutti i costi la bomba iraniana, dovresti accettare qualsiasi governo iraniano purché s’impegni a non costruirla. Se critichi l’accordo che prevede esattamente questo, l’ipocrita sei tu. Trump, Netanyahu e Bin Salman hanno fatto saltare l’accordo perché preferivano gli accordi di Abramo. Lo spettro del nucleare a Teheran serve a Tel Aviv. A Israele serve un leader iraniano disponibile a utilizzare la bomba che non c’è; un leader non disponibile a utilizzare la bomba che c’è è inutile. “Usa e Ue sono contro l’Iran perché vogliono instaurare a Teheran la democrazia”. È falso. Fosse vero, Usa e Ue si sarebbero impegnati a non irrigidire troppo il regime. Invece gli Usa dal 2015 in poi hanno esasperato i rapporti. Tra 2020 e 2025 assassinarono Soleimani; sabotarono un impianto nucleare; bombardarono il paese. L’Iran dopo il ritiro americano continuò a rispettare l’accordo: in cambio Trump reimpose le sanzioni e l’Ue innescò la votazione Onu per reintrodurne altre. È stata prostrata economicamente una dittatura già accerchiata diplomaticamente. Io non dico di regalare pasticcini agli ayatollah, che però si sono mostrati sensibili agli affari scambiando il nucleare con le sanzioni. Perché Usa e Ue non hanno insistito sulla strada dell’integrazione economica in cambio di riforme politiche e hanno indotto alla rivolta la popolazione dopo aver spinto la teocrazia su posizioni sempre più reazionarie? Le sanzioni, come per la Russia, sono state utilizzate da strumento bellico, non da stimolo alla pace. Risultato, in entrambi i casi: regimi più repressivi e legati alla guerra per sopravvivere. “Ci vorrebbero leader come Obama, Rohani, Merkel, Hollande, Cameron, Mogherini…” È falso. Ci vorrebbe una struttura mondiale adatta per leader come eccetera eccetera. Mi spiego: gli europei proposero di cercare un accordo con l’Iran nel 2003, contro le indicazioni americane. Obama lo persegui perché il ruolo dell’economia statunitense era ancora centrale per tutti e le finanze di Washington erano migliori delle attuale. Rohani riuscì a portare a termine le trattative, nonostante l’opposizione di Khamenei, perché queste erano l’occasione per l’Iran di venire legittimato nel ruolo di media potenza regionale. Potrebbe oggi l’Ue opporsi agli Usa essendone dipendente energeticamente? Potrebbe oggi l’Iran rinunciare al nucleare quando questo è l’unico modo per essere considerato? Potrebbero oggi gli Usa mantenere il privilegio del dollaro lasciando libero l’Iran di consegnare petrolio a basso costo alla Cina? Potrebbe un mondo economico fondato sulla più feroce competizione essere abitabile da amanti della collaborazione multilaterale? Qui non si vuole dire che l'Iran sia irreprensibile o comunque sia sempre tutta colpa di Usa e Israele, ma che l'irrigidimento di Teheran è anche una questione relazionale e, visto il peso di Usa e Ue, questi due soggetti potrebbero essere molto influenti verso la leadership iraniana. Poi, non si vuole minimizzare l'esigenza di sicurezza israeliana, ma per l'Israele odierno, con un governo molto contestato da tempo, l'agitazione di una minaccia estrema dall'esterno potrebbe essere più utile della sua soluzione. Nemmeno si vuole dire che i morti della repressione iraniana siano colpa di Usa e Ue, ma che un'analisi storica rivela che le sanzioni non sono propedeutiche alla transizione pacifica verso la democrazia, anzi. Infine si vuole dire che non sono i singoli a cambiare il mondo, ma è la struttura del mondo a definire il limite d'azione dei singoli.
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