L'interesse per la solidarietà

Le soluzioni per rendere l’Europa un vero e proprio soggetto politico, basato sulla solidarietà tra diversi Stati nazionali, non sono un mistero e dei politici animati da questa precisa volontà saprebbero individuarle in quattro e quattr’otto. Non è affatto una questione di capacità, non è che fino ad oggi nessuno sia riuscito a proporre qualcosa di abbastanza intelligente. È un problema di interessi, di come questi sono rappresentati e con quanta forza portati avanti (intesa nel senso di “coordinamento”). Quando fu scritta la Costituzione, non è che i democristiani, i liberali ed i comunisti si misero alla ricerca delle regole più eque per tutti. Fu una “battaglia” di interessi, tra chi li rappresentava, a dare vita al testo. Gli episodi di nuove battaglie ne hanno via via plasmato la sostanza. Se oggi la Costituzione è quel che è, non è per colpa (o merito) suo: qualcuno l’ha voluta così. Anche l’Europa è così perché qualcuno l’ha voluta tale. Se non diventa solidale è perché qualcuno non la vuole tale e qualcun altro non rappresenta abbastanza intensamente l’interesse per la solidarietà. Chi? Questa è la prima grande domanda cui occorre provare a rispondere se si vogliono cambiare le cose. Chi vuole questa Europa? Vi sono a mio avviso cinque categorie di partiti. Federali (Lega, Partito Basco e simili), uniti solitamente a partiti di Destra (Vox, Fratelli d’Italia, Afd, Le Pen) e Centrodestra (Popolari spagnoli, Forza Italia, Cdu, Repubblicani francesi). Poi, Sinistra (Psoe, Pd e socialisti europei) e Sinistra estrema (Melenchon, Wegenknecht), che non vanno affatto d’accordo. Federali, Destra e Centrodestra vogliono questa Europa. I primi rappresentano zone industrializzate, insofferenti al legame con le capitali. Regioni come i Paesi Baschi, la Catalogna, la Lombardia e le Fiandre esigono un rapporto diretto con Bruxelles per proteggere i propri distretti industriali. Il rifiuto della solidarietà è razionale: se l'Ue diventasse un ente redistributivo, il loro surplus economico verrebbe drenato verso le periferie. Libero mercato ed austerità sono imprescindibili per loro, come per partiti di destra e centrodestra. Questi rappresentano banche, piccola e media impresa, risparmiatori: per questo mondo, la solidarietà (debito comune, inflazione controllata, tasse redistributive) è una minaccia. I federalisti difendono il mercato per vendere i loro prodotti, la destra difende l'austerità per proteggere i capitali. Sinistra e Sinistra estrema non sono in grado di portare avanti l’interesse della solidarietà o non lo difendono affatto. La sinistra "di governo" (modello Sanchez) ha accettato la cornice neoliberista, limitandosi a gestirne gli effetti collaterali tramite la spesa pubblica. Alla lotta per la redistribuzione della ricchezza e la piena occupazione è subentrata la tutela dei diritti individuali e civili. La solidarietà richiede cooperazione tra nazioni e classi che la sinistra moderna ha sostituito con la competizione regolata tra singoli. La Sinistra estrema vuole energia a basso costo (anche tornando al gas russo) per proteggere il potere d'acquisto dei propri lavoratori. Non cerca un'autorità europea che riequilibri il continente, ma uno Stato nazionale forte che sia libero dai vincoli per spendere in deficit. Così la solidarietà muore al confine nazionale. Se un gruppo riesce a difendere i propri interessi meglio di un altro, il problema è di quest’ultimo.

Principio di non contraddizione

Non sono in contraddizione il rigetto di Trump ed il caloroso abbraccio riservato a Zelensky da parte di Giorgia Meloni. Ce lo confermano le dichiarazioni di Mattarella a Praga e di ieri (durante l’incontro proprio con Zelensky) e quelle rilasciate da Tajani al Corriere stamattina. In questo tempo che ci tocca di vivere, si verificherà una rivoluzione dei rapporti di potere globale di portata enorme, tale a quella vista durante la Belle Époque, quando il primato geopolitico di Washington iniziò a rilevare quello di Londra. Un mutamento della forma politica rivelatore del cambiamento del sistema economico: il nuovo epicentro del capitalismo era già spostato in America. Sta succedendo qualcosa di simile perché, anche se gli Usa rimangono solidamente il centro finanziario del mondo e possono giovarsi di privilegio del dollaro ed abbondanza di risorse, a livello produttivo le cose non vanno altrettanto bene: la Cina produce il triplo dei veicoli. La tecnologia americana ha bisogno delle materie prime cinesi e sempre la Cina possiede quelle necessarie al futuro, alla transizione ecologica. Il ruolo del dollaro è in via di ridimensionamento e mantenere il caravanserraglio delle basi militari estere diviene man mano più esoso. Il processo non è ne sarà lineare e privo di tensioni, già evitare 30 anni di guerra mondiale sarebbe un ottimo risultato. E durante un processo di simili proporzioni è lecito attendersi collisioni tra il potere degli Stati Uniti e tutti gli altri poteri del mondo, temporali (Nato, Cina, Russia, Ue…) e spirituali. Anche con il Papa, ovviamente. Ogni singolo conflitto può essere indagato nella sua dimensione particolare (quello tra Trump e Leone XIV è analizzato dettagliatamente dal vaticanista Piero Schiavazzi), ma non può essere compreso se non inquadrato nella cornice della storia generale. Pure, ogni conflitto particolare innesta le proprie conseguenze sulla storia generale, spostandone le dinamiche Dio solo (è davvero il caso di dirlo) sa dove. Altra ovvietà: la riduzione dell’influenza americana comporta un riassetto relazionale tra gli Usa ed i loro alleati, della stessa portata di quello con i nemici. Israele è molto attivo in tal senso, nella definizione di un nuovo rapporto con il padrone e cerca di orientare il processo a proprio vantaggio. Dice Schiavazzi che il sionismo esasperato degli israeliani Smotrich e Gvir è sempre più saldato con le posizioni del cristianesimo evangelico statunitense, a sua volta parte rilevante dell’elettorato di Trump e allineato alla politica estera di Netanyahu. Questo fronte unico del “sionismo cristiano” è strumentalizzato da Netanyahu perché favorevole alla sua politica di potenza e, in quanto legato a Trump, “costringe” il presidente a dirottare risorse verso Israele ed i suoi disegni egemonici. Questi collidono con gli interessi della Chiesa cattolica in Medioriente. E collidono con gli interessi europei ed italiani di “costringere” gli Usa a non abbandonare la Nato. I paesi europei non sono ancora in grado di difendersi autonomamente, non nei tempi che vorrebbe Trump. Lo devono convincere a spendere per difendere l’Europa. Come? Sabotando la trattativa russo-ucraina e prendendo le parti di Leone XIV contro lo stesso Trump e Netanyahu. Ecco spiegati i baci e abbracci per Zelensky ed i rimproveri a Trump della Meloni. Ecco spiegate le parole al miele di Mattarella per la Nato (a Praga) e per Zelensky (ieri al Quirinale). Ecco spiegato l’intervento di Tajani sul Corriere di oggi: “Agli Stati Uniti lo spiegheremo: essere alleati serve anche a voi”. “Anche” perché serve soprattutto a noi.

Opera d'arte

Sto per dire una banalità e ne sono consapevole, ma al diavolo: capita a volte di pensare che vivere sia vano perché alla fine si muore, ma è proprio perché alla fine si muore che vivere è sensato. Un tempo illimitato non avrebbe alcun senso, l'impossibilità di perdere qualcosa di importante rende tutto ininfluente e, se si potesse evitare di morire anche mentre si vive, allora vivere sarebbe davvero vano. Si può morire mentre si vive? In parte si può, perché quando ci si dedica a qualcosa di impegnativo, come mantenere una relazione di qualsiasi genere con un'altra persona e poi questa persona muore, muori un po' anche tu. Tu eri "tu" perché quella relazione, quell'impego facevano parte del tuo mondo. Formavano il tuo mondo e ora non ci sono più. È ovvio che, un po', muori anche tu. In quel momento potresti desiderare di frenare, di non volere "cose importanti". Ma dev'essere un attimo. Un attimo che ti fa venire voglia di fare della vita qualcosa di importante. Voglia di andare ancora più forte. Dev'essere questo il significato profondo di quelle frasi che tempo fa snobbavo, tipo: "Fai della tua vita un'opera d'arte". Sì, riempi la tua vita di cose importanti. Di persone con cui puoi condividere la verità, di persone che si danno scopi alti e non si accontentano della mediocrità. Non mediocrità dei risultati scolastici, lavorativi, economici. L'altezza a cui penso non ha a che vedere con l'utilità. Ha a che vedere con l'irrilevanza, un'irrilevanza che può essere bellissima. Un'irrilevanza fragile che, per essere definita “bella”, ha bisogno del riconoscimento degli altri. Questa è un'opera d'arte: qualcosa di inutile, che richiede sacrificio immediato e, per essere definita "bella", necessita del rapporto con gli altri esseri umani. Qualcosa che può andare distrutto in un attimo e, per essere tanto vulnerabile, ha senso.

Il peso del privilegio

Lo scontro riguarda la Nato. Trump vorrebbe scrollarsi definitivamente di dosso un privilegio fattosi, nel progressivo degrado della posizione di supremazia mondiale americana, sempre più fardello insostenibile per le dissestate casse di Washington. L’economia statunitense non è più in grado di sobbarcarsi le spese di difesa di paesi alleati e però distanti come Europa o Israele. Soltanto che questi non vogliono e non sono in grado di affrancarsi immediatamente dalla protezione d’oltreoceano. Quindi Israele deve inventare nuove guerre ed utilizzare il potere ricattatorio nei confronti di Trump per costringere gli Usa a “rimanere lì” e dispiegare i loro armamenti nel Medioriente. Netanyahu ci sta riuscendo benissimo. Ha invischiato gli Stati Uniti in un clamoroso pantano e, non appena sembrano in grado di ripulirsene accordandosi con l’Iran, bombarda all’impazzata Libano, Yemen, Siria, Iraq: tanto un antisemita lo trova di sicuro. L’Europa per fortuna non può imitare l’avventurismo militare israeliano. Può sabotare in ogni modo la ricomposizione della frattura con la Russia e rimpiangere i tempi antichi. Mattarella ha detto per l’ennesima volta, durante l’ultima gita a Praga, che la Nato è fondamentale per gli equilibri globali (si vede, no? Basta accendere il telegiornale!), utile ad entrambe le sponde dell’oceano (perché per il nostro presidente la vera Nato è quella composta da Usa ed Ue, Australia, Corea del Sud, Giappone e compagnia sono soci di minoranza) e dovrebbe recuperare lo spirito degli anni duemila (quando si è spinta fino al confine russo). In altre parole: “Cari americani, i padroni siete voi, noi seguiremo le vostre iniziative: ma dovete continuare a pagare voi”. La risposta di Trump è, a mio avviso, la strategia del tanto peggio tanto meglio. Visto che gli europei non si decidono a difendersi da soli, dice: “Cari europei, volete lasciarci il comando e pure il conto finale? Ecco le conseguenze”. Le conseguenze possono essere una guerra come quella in Iran, decisa non si capisce bene se a Washington o Tel Aviv e pagata nei suoi effetti più nefasti dall’Europa. Perché è vero che il prezzo del gasolio al gallone sta abbattendo la popolarità del tycoon, ma gli Stati Uniti sono autosufficienti sul fronte delle materie prime e quelle che importano non passano da Hormuz. L’eventuale riapertura dello Stretto, la stabilizzazione dell’Iran e la concordia del Medioriente e del tratto dal Baltico al Mar Nero andrebbero ad esclusivo vantaggio di Europa ed Asia. Allora, perché favorirli? La guerra c’è già, tirarsene fuori è sempre più complicato e, dunque, piuttosto di un conflitto sedato, che produce danni economici per il popolo americano e comunque gestibili da europei e cinesi, è molto meglio una guerra totale, che distrugga le certezze energetiche del continente asiatico (l’80% del petrolio che transita da Hormuz è diretto lì) e spinga la cricca di Bruxelles a chiedersi se sia più conveniente pagare per la propria difesa o per le guerre decise allo Studio Ovale. La buona posizione degli Usa nel mercato delle fonti fossili rispetto ai competitor li agevola e permette loro, se messi alle strette, di far esplodere una granata nella sala da ballo per vedere l’effetto che fa. Tanto peggio tanto meglio.
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