Allegri nell’ultimo triennio juventino aveva raggranellato un quarto e due terzi posti in campionato, una semifinale di Europa League e due finali di Coppa Italia, di cui una vinta. Nei precedenti cinque anni di Juve dal 2014 al 2019 ha vinto 5 campionati, 4 coppe Italia e 2 supercoppe: 12 titoli in 8 anni, più un paio di finali Champions.
A spiegare che Allegri sarebbe buono a nulla sono Cassano, Adani e Trevisani, i quali preferiscono Guardiola, Fabregas, Luis Enrique, Arteta. Ad Allegri e Simone Inzaghi riservano battutine. Passiamo allora dalle parole ai numeri.
Guardiola ha vinto in 10 anni di Manchester City 20 trofei, ma 5 sono state coppe di lega, inesistente in Italia. Considerando campionato, coppa e supercoppa nazionali e trofei internazionali, Pep ha vinto 15 titoli in 10 anni. La media è la stessa: 1,5 titoli l’anno. Il piccolo problemino è che il M.City ha registrato un passivo dovuto al calciomercato di un miliardo di euro, la Juve uno di mezzo.
Allegri vince quanto Guardiola, costando la metà. Fabregas è appena agli esordi ed il suo Como ha un saldo acquisti/cessioni di -200 milioni da quando siede in panchina. Il Psg di Luis Enrique? -300. L’Arsenal di Arteta? -700. Il Bayern degli ultimi cinque anni? -190. Secondo Cassano/ Adani/Trevisani, Allegri non avrebbe la mentalità di Fabregas, Arteta e compagnia. Di certo non ha lo stesso portafoglio…
Ora, il Milan aveva in casa il suo Max, come la RedBull ha il suo Max. Allegri è un dannato vincente, come lo è Verstappen. La RedBull ha passato mille tempeste societarie, ma mai ha lontanamente pensato di rinunciare a SuperMax. Anche nei momenti più difficili, si è sempre stretta al suo asset più rilevante. Dandogli fiducia. Perché è un team vincente. Il Milan è un club perdente, che reagendo di pancia, da perdente, davanti al fallimento ha rinunciato al suo asset più rilevante.
Non è questo il problema e non lo è certo il chiacchiericcio dei tre moschettieri. La questione è che al giorno d’oggi puoi spendere bene o male, ma se non spendi per acquistare giocatori allora non vincerai. Questo è il punto dirimente e chi lo nasconde dietro la “mentalità” dimostra la propria de-mentalità. E chi non propone soluzioni concrete e rivoluzionarie, chi propone riformette di contorno o “facciamo come l’Atalanta” è soltanto un’anima bella, se non una cattiva coscienza.
Ci sono squadre piene di debiti e con proprietà ricchissime in grado di concentrare il talento tramite campagne acquisti stellari e squadre che si sono adattate ad un modello nel quale si finanziano vendendo giocatori ipervalutati al miglior offerente. Troppo import da una parte ed export dall’altra. Nella palude di mezzo sguazza una pletora di procuratori, intermediari, manager, capi federazione e commentatori.
Io direi ai club: volete campare di acquisti folli? Volete campare di sole rivendite gonfiate? Ok, però, oltre ad una certa soglia, dovrete versare la stessa somma eccedente in un fondo redistributivo. A ciò andrebbe aggiunto una sorta di Patto di stabilità per squadre di calcio private e magari andrebbe limitato il numero di operazioni consentite per sessione di mercato.
Una soluzione dinamitarda metterebbe spalle al muro coloro i quali si declamano ultimi difensori del calcio, dai presidenti ai dirigenti di federazione: volete salvare la dignità di uno sport che nasce popolare e accessibile oppure il vostro potere finanziario e la leva che può fare sulla politica?
Limitare la capacità di concentrazione del talento da parte di pochissimi club è garanzia di crescita per i club di media fascia già abituati a puntare molto sui vivai. Limitare la possibilità di rivendita evita l’impoverimento tecnico di alcune nazioni.
ANTONELLI 9
Stavolta patisce il ritorno di Russell. Nella gara lunga, pur se più veloce, è costretto ad inseguirlo fino alla provvidenziale rottura.
RUSSELL 9,5
Serial killer tra venerdì e sabato. La domenica fatica come una bestia per tenere dietro il più veloce compagno e, finché non gli si rompe la centralina, gli riesce.
HAMILTON 10
Che dire: una delle più belle gare della carriera!
LECLERC 5
Battuto due volte addirittura in qualifica, abbattuto (definitivamente?) nel morale da una macchina con cui non può lottare.
VERSTAPPEN 7
Tenta una francamente impossibile resistenza alla risalita del Re Nero.
HADJAR 4,5
Veloce è veloce, ma non tanto quanto pericoloso nella manovra difensiva nei confronti di Leclerc.
COLAPINTO 8
Non voglio pompare il Nuvolari della Pampa. Il Nordamerica lo ha riportato ai troppo antichi fasti.
GASLY 6,5
È così, quando si alzano le aspettative.
LAWSON 7,5
Incassa una serie di umiliazioni fino al momento in cui non fanno male.
LINDBLAD 8,5
A questo cavallo, direbbe Max Allegri, non serve il paraocchi. Gli basterebbe una macchina degna.
SAINZ 7
Se la sbatte come meglio può. E non potrebbe.
ALBON 5,5
Più innocente che colpevole.
BEARMAN 8
Portare la Haas tra i primi dieci comincia ad essere un’impresa mica da ridere.
OCON 4
Crisi profonda.
PIASTRI 3
Sperona incomprensibilmente Albon e la sensazione è che la lotta dell’anno scorso l’abbia svuotato.
NORRIS 6
Sta guidando da campione del mondo: raccoglie più che può.
HULKENBERG 7
Esce con un bel 3-1 su Bortoleto e marca da vicino le zona punti.
BORTOLETO 5,5
Non esattamente l’erede di Senna, qui in Canada.
STROLL 4
La gara di casa l’ha davvero esaltato!
ALONSO 6
Grande partenza.
PEREZ 6,5
Dà una bella lezione a Bottas.
BOTTAS 2
Riabilitare il Checo Perez è a metà tra impresa sportiva e cronaca giudiziaria.
Per essere un’impresa, lo è. Trovare la motivazione ed estenderla per un periodo mai visto, come mai si sono visti 6 master 1000 consecutivi, è ciò che rende il cannibalismo sportivo tanto apprezzabile. Tanto quanto pare a me, almeno. Vero, di motivi per cercare di vincere gli Internazionali ce n’erano, ma la forza per andare a cercarli cala con il diminuire di quella fisica. Ti si annebbia la visuale e, sapere della mancanza del tuo rivale più concreto (Alcaraz), abbassa ulteriormente il livello di guardia. Il serbatoio delle energie mentali rischia di rimanere a secco.
Dargli rabbocco, senza farlo tracimare nel vuoto insaziabile dell’autostima, è la vittoria di Sinner. La vittoria della mentalità. L’evento sportivo non dovrebbe avere caratteri “nazionali”, né edificanti. O meglio, dovrebbe risultare una messinscena edificante di per sé, non dopo una spiegazione. Dovrebbe rappresentare aspetti della vita quotidiana di facile intuizione. Il tennis lo fa, mette in mostra un duello uno contro uno e lo prolunga finché nessuno dei partecipanti può nascondersi.
Però non prevede quella parte di responsabilità che richiedono, per la vittoria, gli sport di squadra. Responsabilità verso il gruppo con il quale si lavora, verso l’obiettivo da raggiungere, verso chi guarda da casa e verso la storia con cui, inevitabilmente, il gruppo viene identificato. Il fatto che del legame con l’Italia debba sobbarcarsi uno sport individuale come il tennis, mi fa avvertire più urgente la necessità politica di riportare il paese a riconciliarsi con il calcio.
Non perché abbia una maggiore dignità, non per un qualche dovere nei confronti dei “tifosi” di cui ci si riempie la bocca sperando di farlo al più presto con il portafogli. Semplicemente perché nel tennis, se hai un problema con il preparatore atletico, lo cambi: nel calcio, se hai un problema con il compagno, devi risolverlo insieme. Chiedergli come vorrebbe ricevere la palla, se non corre dentro al campo per le preoccupazioni che ha fuori.
L’Italia ha una grande tradizione calcistica di responsabilità nelle scelte degli allenatori in panchina e dei giocatori schierati. Nel tennis, un colpo spettacolare e fine a se stesso, lo paghi tu. Nel calcio, un numero da circo fallito costerà un gol sbagliato o subito: lo pagano tutti. La responsabilità è il contrario dello spettacolo e lo spettacolo è la cifra della modernità. Lo spettacolo è il contrario della sostanza, del merito, del reale, del pensiero e di quasi tutto ciò di desiderabile per una società degna.
Proporre una rappresentazione sportiva spettacolare spinge i tifosi a voler vedere sempre più spettacolo. Chi si abitua allo spettacolare non sarà più abile a distinguerlo dal reale, sarà solo meno pronto a distinguere il confine. Il livello di guardia si abbassa.
Questa non è una critica al tennis o Sinner. È una critica allo scadere della rappresentazione calcistica. È una considerazione secondo cui la migliore rappresentazione tennistica rimarrebbe più sbilanciata verso la mentalità rispetto alla responsabilità di quanto potrebbe la rappresentazione calcistica.
Questa non è una critica sportiva. È una critica di natura politica. E quindi, perché non pensare che un calcio responsabile potrebbe creare tifosi e cittadini più attenti alla sostanza della democrazia? Anche più di quanto potrebbe un tennis responsabile?
Ma a chi davvero importa di vincere? Solo di vincere. Ieri sera il Milan ha giocato un’altra partita senza né capo né coda, contrassegnata dalla tipica reazione nervosa che scarica elettricità nel fascio di nervi rimasto al corpo morente. La classifica scricchiola, ma sulla divisa dei calciatori campeggiava il cognome della mamma! Perché il Milan ormai è un prodotto cosmetico da vendere e come tale dev'essere alla moda. Essere appetibile e conforme alla tendenza, al trendy. Ieri la tendenza era quella di una celebrazione mielosa della mamma e il Milan, pur di cavalcare l'onda, si è inventato questa sciocchezza dei cognomi. Perché il presidente è un biscazziere della finanza speculativa, l'amministratore delegato è un manager che gestisce una società sportiva come gestirebbe una lavanderia o un b&b e l'allenatore che questi due pretendono è un "massimizzatore di asset", di quello che c'è per poi rivenderlo. Per assurdo, se anche il Milan non si qualificasse in Champions quest'anno non sarebbe il massimo, ma nemmeno una tragedia. L'anno scorso non ci andò e grazie a cessioni eccellenti è riuscito comunque a chiudere il bilancio in attivo e comprare i giocatori adatti a giocarsi la qualificazione europea. Perciò anche se si andasse solo in Europa League, arriverebbero lo stesso dei ricavi aggiuntivi rispetto lo scorso anno. Meno del previsto, ma con qualche cessione eccellente...
…Allegri è l’unico, in un momento sportivo drammatico, a parlare di responsabilità. Storica, dei dirigenti nei confronti della dignità di un club con 127 anni di gloria alle spalle e morale, dei giocatori nei confronti di mesi di lavoro per l’obiettivo da non vanificare. I dirigenti non hanno alcun senso della storia, buttano giù San Siro. I giocatori non hanno alcun senso morale, di solidarietà e sacrificio del singolo. Adani, Trevisani e Di Canio criticano Allegri. Evviva la mamma.