Per essere un’impresa, lo è. Trovare la motivazione ed estenderla per un periodo mai visto, come mai si sono visti 6 master 1000 consecutivi, è ciò che rende il cannibalismo sportivo tanto apprezzabile. Tanto quanto pare a me, almeno. Vero, di motivi per cercare di vincere gli Internazionali ce n’erano, ma la forza per andare a cercarli cala con il diminuire di quella fisica. Ti si annebbia la visuale e, sapere della mancanza del tuo rivale più concreto (Alcaraz), abbassa ulteriormente il livello di guardia. Il serbatoio delle energie mentali rischia di rimanere a secco.
Dargli rabbocco, senza farlo tracimare nel vuoto insaziabile dell’autostima, è la vittoria di Sinner. La vittoria della mentalità. L’evento sportivo non dovrebbe avere caratteri “nazionali”, né edificanti. O meglio, dovrebbe risultare una messinscena edificante di per sé, non dopo una spiegazione. Dovrebbe rappresentare aspetti della vita quotidiana di facile intuizione. Il tennis lo fa, mette in mostra un duello uno contro uno e lo prolunga finché nessuno dei partecipanti può nascondersi.
Però non prevede quella parte di responsabilità che richiedono, per la vittoria, gli sport di squadra. Responsabilità verso il gruppo con il quale si lavora, verso l’obiettivo da raggiungere, verso chi guarda da casa e verso la storia con cui, inevitabilmente, il gruppo viene identificato. Il fatto che del legame con l’Italia debba sobbarcarsi uno sport individuale come il tennis, mi fa avvertire più urgente la necessità politica di riportare il paese a riconciliarsi con il calcio.
Non perché abbia una maggiore dignità, non per un qualche dovere nei confronti dei “tifosi” di cui ci si riempie la bocca sperando di farlo al più presto con il portafogli. Semplicemente perché nel tennis, se hai un problema con il preparatore atletico, lo cambi: nel calcio, se hai un problema con il compagno, devi risolverlo insieme. Chiedergli come vorrebbe ricevere la palla, se non corre dentro al campo per le preoccupazioni che ha fuori.
L’Italia ha una grande tradizione calcistica di responsabilità nelle scelte degli allenatori in panchina e dei giocatori schierati. Nel tennis, un colpo spettacolare e fine a se stesso, lo paghi tu. Nel calcio, un numero da circo fallito costerà un gol sbagliato o subito: lo pagano tutti. La responsabilità è il contrario dello spettacolo e lo spettacolo è la cifra della modernità. Lo spettacolo è il contrario della sostanza, del merito, del reale, del pensiero e di quasi tutto ciò di desiderabile per una società degna.
Proporre una rappresentazione sportiva spettacolare spinge i tifosi a voler vedere sempre più spettacolo. Chi si abitua allo spettacolare non sarà più abile a distinguerlo dal reale, sarà solo meno pronto a distinguere il confine. Il livello di guardia si abbassa.
Questa non è una critica al tennis o Sinner. È una critica allo scadere della rappresentazione calcistica. È una considerazione secondo cui la migliore rappresentazione tennistica rimarrebbe più sbilanciata verso la mentalità rispetto alla responsabilità di quanto potrebbe la rappresentazione calcistica.
Questa non è una critica sportiva. È una critica di natura politica. E quindi, perché non pensare che un calcio responsabile potrebbe creare tifosi e cittadini più attenti alla sostanza della democrazia? Anche più di quanto potrebbe un tennis responsabile?
Ma a chi davvero importa di vincere? Solo di vincere. Ieri sera il Milan ha giocato un’altra partita senza né capo né coda, contrassegnata dalla tipica reazione nervosa che scarica elettricità nel fascio di nervi rimasto al corpo morente. La classifica scricchiola, ma sulla divisa dei calciatori campeggiava il cognome della mamma! Perché il Milan ormai è un prodotto cosmetico da vendere e come tale dev'essere alla moda. Essere appetibile e conforme alla tendenza, al trendy. Ieri la tendenza era quella di una celebrazione mielosa della mamma e il Milan, pur di cavalcare l'onda, si è inventato questa sciocchezza dei cognomi. Perché il presidente è un biscazziere della finanza speculativa, l'amministratore delegato è un manager che gestisce una società sportiva come gestirebbe una lavanderia o un b&b e l'allenatore che questi due pretendono è un "massimizzatore di asset", di quello che c'è per poi rivenderlo. Per assurdo, se anche il Milan non si qualificasse in Champions quest'anno non sarebbe il massimo, ma nemmeno una tragedia. L'anno scorso non ci andò e grazie a cessioni eccellenti è riuscito comunque a chiudere il bilancio in attivo e comprare i giocatori adatti a giocarsi la qualificazione europea. Perciò anche se si andasse solo in Europa League, arriverebbero lo stesso dei ricavi aggiuntivi rispetto lo scorso anno. Meno del previsto, ma con qualche cessione eccellente...
…Allegri è l’unico, in un momento sportivo drammatico, a parlare di responsabilità. Storica, dei dirigenti nei confronti della dignità di un club con 127 anni di gloria alle spalle e morale, dei giocatori nei confronti di mesi di lavoro per l’obiettivo da non vanificare. I dirigenti non hanno alcun senso della storia, buttano giù San Siro. I giocatori non hanno alcun senso morale, di solidarietà e sacrificio del singolo. Adani, Trevisani e Di Canio criticano Allegri. Evviva la mamma.
NORRIS 10
Guida da campione del mondo tentando di soffocare Antonelli.
LECLERC 10
Italiano quanto Sinner, gentile quanto Antonelli. Peccato per lui i regolamenti non facciano mai il minimo sconto e la squadra sappia sempre penalizzarlo al meglio. Varrebbe come Max. La Ferrari ha distrutto la carriera di un potenziale vincitore seriale. Uno scempio che non riesco a concepire. Gli mancano 30 cavalli sul dritto e Vasseur gioca con la macarena. Assurdo.
ANTONELLI 9
Qualifica e gara lunghe da Oscar, questa è però una valutazione cumulativa di qualifica e gara precoci, dove la sua stella ha brillato meno. Poi, l’accostamento a Sinner posso sopportarlo, invece il saperlo alfiere della “rivoluzione restauratrice” di Toto Wolff non riesco proprio a soffrirlo.
COLAPINTO 8
Deve ancora scendere dalla mitica Mercedes W196 di Fangio. Che macchina…
GASLY 7
Per romperne la solidità di rendimento occorre il numero da circo di Lawson.
STROLL 7
Si adegua al vestito da pilota impostogli da un padre tirannico. Commovente e patetico.
VERSTAPPEN 6,5
Emerge alla distanza come i veri squali, che ti prendono per sfinimento. Sbaglia la partenza, chissenefrega!
SAINZ 6,5
Abile ad approfittare delle disgrazie altrui e comunque sempre davanti ad Albon.
PIASTRI 6
Ok la sprint, ma per il resto vede l’altra McLaren col binocolo.
BORTOLETO 6
Sarebbe questa carriola l’”Avanguardia della tecnica” della casa dei quattro anelli? Dedicatevi ai Suv!
HULKENBERG 6
All’avanguardia della terza età!
LINDBLAD 6
Guida un rottame riuscendo almeno a non creare problemi al traffico.
PEREZ 6
Potrebbe fare tanto di più?
ALBON 5,5
Quel punticino non può essere sufficiente.
RUSSELL 5
Antonelli non lo tiene. Rimane aggrappato all’effetto-Lando: a 9 gare dal termine dello scorso mondiale, Norris accusava un bel -34 punti dal compagno Piastri. Gliene recuperò 47. George è a -20 dopo appena 4 gp. Può tranquillamente tornare grande. A patto di essere meno bLando…
HAMILTON 5
Gli entusiasmi oceano-asiatici sono evaporati più in fretta dei propositi di pace di Trump.
BEARMAN 5
Ancora inebetito dal botto di Suzuka.
ALONSO 5
Perché si trova sempre in certe situazioni drammatiche?
HADJAR 4
Pastura per Max.
OCON 4
Ancora in formula uno?
BOTTAS 4
Potrebbe fare tanto di meno?
LAWSON 3
Riesce a dare nell’occhio.
Prendiamo gli allenatori italiani più di successo degli ultimi anni: Ancelotti, Mancini, Conte, Allegri e Simone Inzaghi. 5 Champions, l’ultimo Europeo, diversi titoli nazionali e 4 finali di Champions. Traguardi tagliati con una continuità di 10-15 anni, alla guida di spogliatoi complessi e ai comandi di dirigenti volubili, da Florentino Perez a De Laurentiis. Resilienza e adattamento che altri (Spalletti, Gasperini, Sarri) non hanno avuto.
Questo “gruppo dei 5”, pur nella differenza stilistica, è fedele al principio della responsabilità. Mai li ho visti assumere posizioni dogmatiche, ma sempre in linea con le situazioni specifiche: se si può tenere la difesa alta 45 metri, bene. Altrimenti non ci sono problemi a ricorrere al contropiede. Se si sta vincendo occorre amministrare, se si deve recuperare occorre esporsi con la prudenza necessaria a non subire ulteriormente.
Secondo alcuni, la soluzione dei problemi sarebbe quella di abbandonare la responsabilità in favore della cosiddetta mentalità. Prendono esempio da Psg-Bayern 5-4, descrivendola come partita manifesto del nuovo che avanza, ma a mio parere è stata solo una partita spettacolare, non bella. Insomma, come si può chiamare mentalità vincente una pratica che porta a subire gol evitabili e a rimettere in discussione qualcosa (3 gol di vantaggio) per cui si è faticato?
Almeno tale visione mette in luce uno schema che non spiegherà tutto, però è difficile da ignorare: capitalismo – spettacolo – informazione – spettacolo – capitalismo.
Il calcio contemporaneo è inserito in un sistema economico che tende alla concentrazione del capitale e del talento. Psg e Bayern (come Real, Barcellona o City) possono permettersi un gioco più esposto perché dispongono di campionissimi (attratti da stipendi faraonici) in grado di creare molto più di quanto concedono.
Ora, di cosa ha bisogno il moderno capitalismo? Di spettacolo, non di responsabilità. I soldi devono essere reinvestiti, i consumi non possono rallentare anche a costo di pagare a rate e non si deve riflettere sulla necessità degli acquisti. Proporre un gioco spettacolare spinge i tifosi a voler vedere sempre più spettacolo. Mi sembra alto il rischio di un meccanismo che trasforma i tifosi in un mercato ed il calcio in un prodotto.
In questo modo una differenza economica viene mascherata da diatriba tra progresso illuminato e tradizione oscurantista. La responsabilità viene derubricata a mancanza di coraggio da una classe di opinionisti che lavora per tv e media funzionanti come aziende. Più il prodotto è spettacolare e più è vendibile a tifosi sempre più bisogni di assistere, più che ad un evento sportivo, ad uno spettacolo di cui non si rendono conto di essere una delle attrazioni. E pagano.
Non solo lo scontro ideologico tra filosofie di gioco nasconde questa situazione materiale, ma rende accettabile il fatto che chi “ha i soldi” possa naturalmente vivere meglio di chi non li ha. Fa credere a “chi può” di meritare uno status ottenuto grazie alla giusta mentalità. È anche una questione politica: differenze materiali tra Stati nazionali (disponibilità di risorse, modelli economici, contesti sociali) vengono trasformate in contrapposizioni morali. Perché dunque non pensare che un calcio responsabile potrebbe creare tifosi e cittadini più attenti alla sostanza della democrazia?
Io dico che il calcio italiano debba cambiare integrando i nuovi principi di ritmo, verticalità e pressione con i principi di responsabilità. Proprio la capacità di integrare vecchio e nuovo è il segno distintivo dei "5 saggi". Imitare il Psg senza i capitali è suicida. Ancorarsi a un pragmatismo puro è autoescludente. Il calcio italiano oggi non ha capacità di spesa: gli rimangono tradizione tattica e allenatori responsabili. Questi devono essere punti di partenza, non catene da spezzare.