NORRIS 10
Guida da campione del mondo tentando di soffocare Antonelli.
LECLERC 10
Italiano quanto Sinner, gentile quanto Antonelli. Peccato per lui i regolamenti non facciano mai il minimo sconto e la squadra sappia sempre penalizzarlo al meglio. Varrebbe come Max. La Ferrari ha distrutto la carriera di un potenziale vincitore seriale. Uno scempio che non riesco a concepire. Gli mancano 30 cavalli sul dritto e Vasseur gioca con la macarena. Assurdo.
ANTONELLI 9
Qualifica e gara lunghe da Oscar, questa è però una valutazione cumulativa di qualifica e gara precoci, dove la sua stella ha brillato meno. Poi, l’accostamento a Sinner posso sopportarlo, invece il saperlo alfiere della “rivoluzione restauratrice” di Toto Wolff non riesco proprio a soffrirlo.
COLAPINTO 8
Deve ancora scendere dalla mitica Mercedes W196 di Fangio. Che macchina…
GASLY 7
Per romperne la solidità di rendimento occorre il numero da circo di Lawson.
STROLL 7
Si adegua al vestito da pilota impostogli da un padre tirannico. Commovente e patetico.
VERSTAPPEN 6,5
Emerge alla distanza come i veri squali, che ti prendono per sfinimento. Sbaglia la partenza, chissenefrega!
SAINZ 6,5
Abile ad approfittare delle disgrazie altrui e comunque sempre davanti ad Albon.
PIASTRI 6
Ok la sprint, ma per il resto vede l’altra McLaren col binocolo.
BORTOLETO 6
Sarebbe questa carriola l’”Avanguardia della tecnica” della casa dei quattro anelli? Dedicatevi ai Suv!
HULKENBERG 6
All’avanguardia della terza età!
LINDBLAD 6
Guida un rottame riuscendo almeno a non creare problemi al traffico.
PEREZ 6
Potrebbe fare tanto di più?
ALBON 5,5
Quel punticino non può essere sufficiente.
RUSSELL 5
Antonelli non lo tiene. Rimane aggrappato all’effetto-Lando: a 9 gare dal termine dello scorso mondiale, Norris accusava un bel -34 punti dal compagno Piastri. Gliene recuperò 47. George è a -20 dopo appena 4 gp. Può tranquillamente tornare grande. A patto di essere meno bLando…
HAMILTON 5
Gli entusiasmi oceano-asiatici sono evaporati più in fretta dei propositi di pace di Trump.
BEARMAN 5
Ancora inebetito dal botto di Suzuka.
ALONSO 5
Perché si trova sempre in certe situazioni drammatiche?
HADJAR 4
Pastura per Max.
OCON 4
Ancora in formula uno?
BOTTAS 4
Potrebbe fare tanto di meno?
LAWSON 3
Riesce a dare nell’occhio.
Prendiamo gli allenatori italiani più di successo degli ultimi anni: Ancelotti, Mancini, Conte, Allegri e Simone Inzaghi. 5 Champions, l’ultimo Europeo, diversi titoli nazionali e 4 finali di Champions. Traguardi tagliati con una continuità di 10-15 anni, alla guida di spogliatoi complessi e ai comandi di dirigenti volubili, da Florentino Perez a De Laurentiis. Resilienza e adattamento che altri (Spalletti, Gasperini, Sarri) non hanno avuto.
Questo “gruppo dei 5”, pur nella differenza stilistica, è fedele al principio della responsabilità. Mai li ho visti assumere posizioni dogmatiche, ma sempre in linea con le situazioni specifiche: se si può tenere la difesa alta 45 metri, bene. Altrimenti non ci sono problemi a ricorrere al contropiede. Se si sta vincendo occorre amministrare, se si deve recuperare occorre esporsi con la prudenza necessaria a non subire ulteriormente.
Secondo alcuni, la soluzione dei problemi sarebbe quella di abbandonare la responsabilità in favore della cosiddetta mentalità. Prendono esempio da Psg-Bayern 5-4, descrivendola come partita manifesto del nuovo che avanza, ma a mio parere è stata solo una partita spettacolare, non bella. Insomma, come si può chiamare mentalità vincente una pratica che porta a subire gol evitabili e a rimettere in discussione qualcosa (3 gol di vantaggio) per cui si è faticato?
Almeno tale visione mette in luce uno schema che non spiegherà tutto, però è difficile da ignorare: capitalismo – spettacolo – informazione – spettacolo – capitalismo.
Il calcio contemporaneo è inserito in un sistema economico che tende alla concentrazione del capitale e del talento. Psg e Bayern (come Real, Barcellona o City) possono permettersi un gioco più esposto perché dispongono di campionissimi (attratti da stipendi faraonici) in grado di creare molto più di quanto concedono.
Ora, di cosa ha bisogno il moderno capitalismo? Di spettacolo, non di responsabilità. I soldi devono essere reinvestiti, i consumi non possono rallentare anche a costo di pagare a rate e non si deve riflettere sulla necessità degli acquisti. Proporre un gioco spettacolare spinge i tifosi a voler vedere sempre più spettacolo. Mi sembra alto il rischio di un meccanismo che trasforma i tifosi in un mercato ed il calcio in un prodotto.
In questo modo una differenza economica viene mascherata da diatriba tra progresso illuminato e tradizione oscurantista. La responsabilità viene derubricata a mancanza di coraggio da una classe di opinionisti che lavora per tv e media funzionanti come aziende. Più il prodotto è spettacolare e più è vendibile a tifosi sempre più bisogni di assistere, più che ad un evento sportivo, ad uno spettacolo di cui non si rendono conto di essere una delle attrazioni. E pagano.
Non solo lo scontro ideologico tra filosofie di gioco nasconde questa situazione materiale, ma rende accettabile il fatto che chi “ha i soldi” possa naturalmente vivere meglio di chi non li ha. Fa credere a “chi può” di meritare uno status ottenuto grazie alla giusta mentalità. È anche una questione politica: differenze materiali tra Stati nazionali (disponibilità di risorse, modelli economici, contesti sociali) vengono trasformate in contrapposizioni morali. Perché dunque non pensare che un calcio responsabile potrebbe creare tifosi e cittadini più attenti alla sostanza della democrazia?
Io dico che il calcio italiano debba cambiare integrando i nuovi principi di ritmo, verticalità e pressione con i principi di responsabilità. Proprio la capacità di integrare vecchio e nuovo è il segno distintivo dei "5 saggi". Imitare il Psg senza i capitali è suicida. Ancorarsi a un pragmatismo puro è autoescludente. Il calcio italiano oggi non ha capacità di spesa: gli rimangono tradizione tattica e allenatori responsabili. Questi devono essere punti di partenza, non catene da spezzare.
No, che sia bellissima una partita di alto livello nella quale vengono segnati 9 gol, io non lo trovo normale. Sarà spettacolare, ma niente di più. Non è né sportivo né segno di intelligenza. Certo, per chi volesse divertirsi non ci sarebbe nulla di meglio, se non una partita nella quale vengono segnati 10 gol. Io non voglio divertirmi, distrarmi dalla vita, piuttosto voglio sublimarla e goderne più intensamente. Nella vita di tutti i giorni non si può semplicemente mettere in sequenza le azioni più appaganti nell’immediato, non si può dedicarsi per intero alla ricerca del piacere. Nella vita di tutti i giorni ci si pongono degli obiettivi, si prepara un piano per ottenerli e lo si misura con la realtà. In base al risultato, si rivede il piano, si riadattano mezzi e fini alle nostre possibilità, al contesto in cui operiamo. Alla fine si raccoglie quanto seminato, si corona un sogno o si perde a testa alta e nel viaggio ognuno trova se stesso. Questa è la bellezza vera. Lo spettacolo è altro. Lo spettacolo ti colpisce all’improvviso, ti travolge e ti svuota di energie, dura un attimo e lo dimentichi, lo insegui e ne vorresti sempre di più e, se riesci a trovarlo, perdi te stesso. Il bello devi costruirlo e, mentre lo fai, lui costruisce te, ti riempie e ti lascia soddisfatto.
Nella vita di tutti i giorni non puoi ignorare il contesto, utilizzare sempre lo stesso metodo e correre il rischio di vanificare gli sforzi per far divertire gli altri. Non puoi dare il 100% anche quando basterebbe il 75% e non vanno disperse energie inutilmente. Altrimenti, perdi. E non è divertente. Questa è de-mentalità.
Fabregas, dopo l’ennesimo ribaltone subito, ha detto, con un accento spagnolo a metà tra il giustificazionismo di Marc Marquez e l’alterigia di Jorge Lorenzo, che i suoi hanno giocato bene tranne quello che ha sbagliato un gol e che l’Inter ha vinto soltanto grazie ai giocatori più forti. Ma possibile non ci sia mai un’assunzione di responsabilità? Possibile non si riconoscano mai i meriti degli avversari?
Che il calcio sia una questione di giocatori più o meno capaci, era un mistero buffo solo per lui e dunque gli rivolgo un caloroso “bentornato sulla terra dall’altro lato della luna”. Il punto non è “avere i campioni”, ma “cosa fare dei campioni”.
Al di là di tutti i meccanismi di squadra che un allenatore può inventare, gli servono i giocatori adatti. Anche ad Allegri piacerebbe giocare come il Bayern, non è che non lo faccia perché è un pirla. A mio avviso, se Fabregas avesse i campioni di Chivu, lo spogliatoio salterebbe in aria. Chivu ha adattato le sue idee ai giocatori del momento, cercando di non stravolgere nulla ed è riuscito a coccolare i senatori ed ottenere il massimo impegno dai più giovani. Fabregas ha il suo metodo, per cui servono determinati giocatori, disposti al totale sacrificio della propria identità.
In una grande squadra farebbe un disastro. È pure un’ottima lezione di vita, perché spesso si sentono persone che “io non cedo ai compromessi, io non accetto mezze verità, io dico sempre quello che penso, io tengo alla giustizia”. Generalmente restano da soli, non parlano con i parenti, non sopportano i colleghi. Dalle scarse relazioni sociali ricavano l’assioma della loro radicale diversità dal mondo. Non giustificano la realtà per rimanere ostile alla loro volontà, ma scendono volentieri a compromessi quando si tratta di giustificare loro stessi: se perdono, qualcuno li ha sabotati o gli avversari erano avvantaggiati; se vincono, tutti li hanno finalmente ascoltati a dovere.
Invece di rivedere le cause della loro insoddisfatta solitudine, ne acuiscono gli effetti di soddisfatta autoesaltazione.