Monaco '26

Il Gp di Monaco è “il Gp di Monaco”, l’alfa e l’omega della Formula 1, anche per ciò che è la Formula 1 e per ciò che rappresenta Monaco: un’occasione di conferma di autostima, ben diversa dall’autoconsapevolezza, per giovani arricchiti di boria e vecchi borghesi dalle dissolute virtù, mascherate da quella filosofia da bigiotteria che attrae, ma non costa nulla, nessun sacrificio. Il Gp di Monaco è la bellissima modella vestita di un elettrizzante vedo/non vedo che promette tanto e mantiene zero, lasciando spazio ad un immaginifico anche meglio del reale. Ed è importante la capacità d’immaginazione (chiedere ad Annibale Carracci), perché mantiene l’illusione di un paradiso ultraterreno che a volte ispira la tenacia per scuotere le fondamenta del terreno inferno. Il Gp di Monaco è il “memento” del limite, perché i muretti sono lì a un passo, ma li cerchi per una prova di coraggio della velocità impossibile, se non ci fossero. Perché è il limite a definire il carattere, a distinguere la tenuta nervosa dalla nervosa reazione, a setacciare il bacio accademico dal bacio mortale ed a riconciliare l’autoperfezionamento interiore con il miglioramento del mondo. Pagelle! ANTONELLI 10 Il suo (eventuale) tallone d’Achille non è certo la saldezza mentale. RUSSELL 4 Lui e la sua stella a tre punte vanno d’accordo quanto l’imbranato e la bella ragazza della pubblicità dell’Estathè. HAMILTON 8,5 Incontenibile perfino nella corsia box! Per qualcuno (io) era cotto. Lo è, ma della Kardashian. LECLERC 5 Vedendosi bloccato al semaforo reagisce come Russell Crowe in “Il giorno sbagliato”. HADJAR 9 Un podio agevolato e sudatissimo causa tosse improvvisa del motore Ford. VERSTAPPEN 7 Non giudicabile per la gara ovviamente, ma in qualifica è dinamite, un animale. PIASTRI 5,5 Non combina nulla, mai un acuto, niente di niente. Però è quarto. NORRIS 5 Il fumo della batteria arrostita non può nascondere il sorpasso subito da Gasly. LAWSON 8 Clamoroso nella sua irrilevanza, non se lo fila nessuno! LINDBLAD 7,5 Grande rimonta come nella migliore delle tradizioni salmonare. Lamine Yamal! GASLY 8 Non gli riesce la magia del podio e forse sarebbe stato eccessivo nonostante la continuità di rendimento. COLAPINTO 5,5 Torna in Europa per tornare ai suoi standard. ALBON 7 Finalmente una prestazione degna della sbiadita reputazione. SAINZ 6 Santa Devota non guarda verso il torero durante la pazza corrida finale. OCON 6,5 Recupera otto, dicasi otto, posizioni. BEARMAN 5 Forse distratto dal futuro, farebbe meglio a concentrarsi sul presente in cui gira a vuoto. ALONSO 9 Un punto che vale un mondiale. STROLL 6 Accende di ricchi premi e cotillon una festa fin lì solo desiderata. BORTOLETO 6 Quasi sfonda la zona punti partendo dai box. HULKENBERG 5 Paga cara l’irruenza non consona all’età. PEREZ 5,5 Dannata fotocellula. BOTTAS 4 Dannato e basta.

Diavolo di una Signora!

Il Milan avrebbe dovuto a gennaio confermare la fiducia ad Allegri, in modo potesse concentrarsi sulla qualificazione Champions e non sul contratto con il Napoli. Poi, con i soldi di quella e le cessioni di Leao, Pulisic, L.Cheek e Gimenez, avrebbe dovuto inserire un gruppo di giocatori giovani, ma pronti per vincere: Pellegrino, Davis, Laurienté, Zaniolo, Koné, Fagioli, Goretzka, Gila, Solet. Due o tre colpi per reparto, per assaltare il campionato e non sfigurare in Europa. Invece abbiamo perso tutto. Per correre dietro ad Iraola e Ragnick, perché una dirigenza dissennata vorrebbe fare del Milan una barzelletta, un Bournemouth che compra a 10 e rivende a 50. Una realtà senza alcuna propensione alla vittoria, con l’unico scopo di “competere”: usare i risultati per garantire la sostenibilità contabile e vivacchiare tra le coppe per i diritti tv. Nessun riguardo all’eredità storica di un club mitico, di cui è testimone la furia demolitrice di San Siro. D’altronde il Diavolo può godere della compagnia di una Vecchia Signora anch’essa ostaggio di una dirigenza terrificante secondo cui, per una squadra fondata sul “vincere non è importante, ma l’unica cosa che conta”, puntare apertamente allo Scudetto sarebbe “azzardato”. Azzardato! Lo vincerà il Como, il dannato Scudetto! Per noi l’importante, dice Comolli, è “tornare a competere”. Massi dai, competiamo tutti insieme appassionatamente, con 55 Scudetti, 9 Champions e 12 Palloni d’Oro, Milan e Juve possono permettersi di lasciare vincere gli altri e convolare a nozze nel letto della mediocrità. Auguri e figli competenti, nonostante i genitori!

Super Max

Allegri nell’ultimo triennio juventino aveva raggranellato un quarto e due terzi posti in campionato, una semifinale di Europa League e due finali di Coppa Italia, di cui una vinta. Nei precedenti cinque anni di Juve dal 2014 al 2019 ha vinto 5 campionati, 4 coppe Italia e 2 supercoppe: 12 titoli in 8 anni, più un paio di finali Champions. A spiegare che Allegri sarebbe buono a nulla sono Cassano, Adani e Trevisani, i quali preferiscono Guardiola, Fabregas, Luis Enrique, Arteta. Ad Allegri e Simone Inzaghi riservano battutine. Passiamo allora dalle parole ai numeri. Guardiola ha vinto in 10 anni di Manchester City 20 trofei, ma 5 sono state coppe di lega, inesistente in Italia. Considerando campionato, coppa e supercoppa nazionali e trofei internazionali, Pep ha vinto 15 titoli in 10 anni. La media è la stessa: 1,5 titoli l’anno. Il piccolo problemino è che il M.City ha registrato un passivo dovuto al calciomercato di un miliardo di euro, la Juve uno di mezzo. Allegri vince quanto Guardiola, costando la metà. Fabregas è appena agli esordi ed il suo Como ha un saldo acquisti/cessioni di -200 milioni da quando siede in panchina. Il Psg di Luis Enrique? -300. L’Arsenal di Arteta? -700. Il Bayern degli ultimi cinque anni? -190. Secondo Cassano/ Adani/Trevisani, Allegri non avrebbe la mentalità di Fabregas, Arteta e compagnia. Di certo non ha lo stesso portafoglio… Ora, il Milan aveva in casa il suo Max, come la RedBull ha il suo Max. Allegri è un dannato vincente, come lo è Verstappen. La RedBull ha passato mille tempeste societarie, ma mai ha lontanamente pensato di rinunciare a SuperMax. Anche nei momenti più difficili, si è sempre stretta al suo asset più rilevante. Dandogli fiducia. Perché è un team vincente. Il Milan è un club perdente, che reagendo di pancia, da perdente, davanti al fallimento ha rinunciato al suo asset più rilevante. Non è questo il problema e non lo è certo il chiacchiericcio dei tre moschettieri. La questione è che al giorno d’oggi puoi spendere bene o male, ma se non spendi per acquistare giocatori allora non vincerai. Questo è il punto dirimente e chi lo nasconde dietro la “mentalità” dimostra la propria de-mentalità. E chi non propone soluzioni concrete e rivoluzionarie, chi propone riformette di contorno o “facciamo come l’Atalanta” è soltanto un’anima bella, se non una cattiva coscienza. Ci sono squadre piene di debiti e con proprietà ricchissime in grado di concentrare il talento tramite campagne acquisti stellari e squadre che si sono adattate ad un modello nel quale si finanziano vendendo giocatori ipervalutati al miglior offerente. Troppo import da una parte ed export dall’altra. Nella palude di mezzo sguazza una pletora di procuratori, intermediari, manager, capi federazione e commentatori. Io direi ai club: volete campare di acquisti folli? Volete campare di sole rivendite gonfiate? Ok, però, oltre ad una certa soglia, dovrete versare la stessa somma eccedente in un fondo redistributivo. A ciò andrebbe aggiunto una sorta di Patto di stabilità per squadre di calcio private e magari andrebbe limitato il numero di operazioni consentite per sessione di mercato. Una soluzione dinamitarda metterebbe spalle al muro coloro i quali si declamano ultimi difensori del calcio, dai presidenti ai dirigenti di federazione: volete salvare la dignità di uno sport che nasce popolare e accessibile oppure il vostro potere finanziario e la leva che può fare sulla politica? Limitare la capacità di concentrazione del talento da parte di pochissimi club è garanzia di crescita per i club di media fascia già abituati a puntare molto sui vivai. Limitare la possibilità di rivendita evita l’impoverimento tecnico di alcune nazioni.

Canada '26

ANTONELLI 9 Stavolta patisce il ritorno di Russell. Nella gara lunga, pur se più veloce, è costretto ad inseguirlo fino alla provvidenziale rottura. RUSSELL 9,5 Serial killer tra venerdì e sabato. La domenica fatica come una bestia per tenere dietro il più veloce compagno e, finché non gli si rompe la centralina, gli riesce. HAMILTON 10 Che dire: una delle più belle gare della carriera! LECLERC 5 Battuto due volte addirittura in qualifica, abbattuto (definitivamente?) nel morale da una macchina con cui non può lottare. VERSTAPPEN 7 Tenta una francamente impossibile resistenza alla risalita del Re Nero. HADJAR 4,5 Veloce è veloce, ma non tanto quanto pericoloso nella manovra difensiva nei confronti di Leclerc. COLAPINTO 8 Non voglio pompare il Nuvolari della Pampa. Il Nordamerica lo ha riportato ai troppo antichi fasti. GASLY 6,5 È così, quando si alzano le aspettative. LAWSON 7,5 Incassa una serie di umiliazioni fino al momento in cui non fanno male. LINDBLAD 8,5 A questo cavallo, direbbe Max Allegri, non serve il paraocchi. Gli basterebbe una macchina degna. SAINZ 7 Se la sbatte come meglio può. E non potrebbe. ALBON 5,5 Più innocente che colpevole. BEARMAN 8 Portare la Haas tra i primi dieci comincia ad essere un’impresa mica da ridere. OCON 4 Crisi profonda. PIASTRI 3 Sperona incomprensibilmente Albon e la sensazione è che la lotta dell’anno scorso l’abbia svuotato. NORRIS 6 Sta guidando da campione del mondo: raccoglie più che può. HULKENBERG 7 Esce con un bel 3-1 su Bortoleto e marca da vicino le zona punti. BORTOLETO 5,5 Non esattamente l’erede di Senna, qui in Canada. STROLL 4 La gara di casa l’ha davvero esaltato! ALONSO 6 Grande partenza. PEREZ 6,5 Dà una bella lezione a Bottas. BOTTAS 2 Riabilitare il Checo Perez è a metà tra impresa sportiva e cronaca giudiziaria.
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