Post eccessivamente lungo.
Una questione per la quale non si ha ancora ben chiara la soluzione definitiva è un problema; un problema per il quale si realizza l’impossibilità di una soluzione definitiva è un’angoscia e ciò può essere un bene oppure un male.
Gli Stati Uniti di Trump e la Russia di Putin sarebbero pronti a smettere immediatamente la guerra di Ucraina, il primo non fornendo più aiuti militari e assistenza tecnica a Kiev, il secondo “accontentandosi” di quanto arraffato finora e concedendo dettagli interessanti all’Ucraina (600mila uomini, armi, sbocco sul mare condiviso e caccia NATO in Polonia), in cambio di riammissione al G8 e accordo di non espansione con la NATO. In pratica Putin si accontenterebbe di aver qualcosa da brandire come vittoria per far digerire la già descritta perdita d’influenza.
Questo esito sarebbe terribilmente sgradito agli imperialisti della nazionalità russa (alla Dugin), agli esaltati patrioti ucraini pronti a tutto per la nazione (dall’alleanza con il diavolo, al martirio atomico) ed agli europei più volenterosi che necessitano di nemici per giustificare il riarmo (Germania), per rilanciare il proprio ruolo nella cornice della difesa comune (Francia) e che desiderano la disfatta russa da sempre (Uk, Baltici). A metà tra questi due gruppi di europei stanno Olanda, Polonia o Rep. Ceca.
Dunque la maggior parte di chi conta nella UE è contro la pace, a favore della resistenza alle pretese putiniane, ma solo fintantoché a morire continueranno ad essere gli ucraini. È tutta qui l’angoscia europea, mantenere vivo l’incendio senza scottarsi. Altro che le roboanti dichiarazioni di principio.
Ora, se analizzata concretamente, la situazione ci dice che l’Ucraina avrebbe bisogno di assistenza militare, finanziaria e umana che soltanto gli Usa potrebbero fornire. Peccato che Trump non voglia farlo. L’Europa, pur volendolo, non lo può fare per tre motivi: 1) non ha le armi adatte e non può reggere i ritmi russi di produzione; 2) non ha un budget comunitario sufficiente; 3) non ha la coesione interna necessaria per fornire truppe.
Quindi si possono fare tutte le condanne del mondo riguardo la Russia, ma la realtà questa è: perché non prenderne atto e accettare anche noi europei il piano concordato da Trump e Putin, senza lasciare scappatoie a Zelensky? Il piano impone: 1) la perdita di importanza della UE nella sua regione d’influenza e la sua sottomissione economica agli Usa (e ce la siamo cercata in ogni modo); 2) all’Ucraina di salvare il salvabile, tenersi una discreta sovranità ed essere ricostruita; 3)alla Russia di riconoscere la conquista di un obiettivo esistenziale prima di perdere il controllo di altre regioni oltre Caucaso, Medioriente e confine cinese. Troppo cinico? Certo, ma è forse qualcosa di non giustificato alla luce dei fatti? Esiste qualche altro strumento per salvare le vite dei rimanenti ucraini?
Il male dell’angoscia è che lascia adito alla speranza e l’UE spera di poter tirare avanti con questa melina macabra fino al 2028, quando Trump potrebbe essere scalzato da un rappresentante dell’altra parte che rifiuta il piano di mutuo rispetto con Putin e cioè la classe politica decisa a ignorare il declino americano come impero, del dollaro come valuta di riserva mondiale e disponibile alla guerra nucleare (combattuta in Europa) pur di riaffermarlo.
Per questo partito trasversale tra democratici e repubblicani nemmeno il blando multilateralismo trumpiano delle sfere d’influenza sarebbe accettabile, figurarsi quello keynesiano che non prevede alcun privilegio per il dollaro! Contemplano il multilateralismo di Washington, con gli europei al codazzo del sovrano e non può essere un caso che in Europa una voce forte di richiamo al multilateralismo e all’ordine internazionale inviolabile sia quel Mattarella ministro della difesa nel ’99.
A parte il cinismo anche maggiore di prolungare le traversie ucraine, ma è possibile aspettarsi che dinamiche economiche tanto profonde come quelle che vedono il degradamento della posizione finanziaria americana possano mutare in tempi brevi? Aspettarsi di imporre il ruolo dominante del dollaro con la minaccia militare e delle ritorsioni tariffarie, cioè esattamente ciò che rende più debole l’attrattività del modello Usa? Potrà essere eletto, da un paese deindustrializzato ed a misura di ricchi, un presidente che promette di sconfiggere Putin e contenere Cina o India nelle loro aspirazioni o di reinvestire nella NATO?
Ha senso sperarlo?
Il MONDO CONTEMPORANEO
IRRAZIONALE.
Non è razionale che blocchi commerciali competano tra loro per riuscire a produrre un numero infinito, il più grande possibile, di beni uguali e indipendentemente dal reale bisogno di questi; per di più lo scopo di tante vendite non è generare ricchezza da redistribuire, ma garantire l’interesse e le esigenze contabili di precisi gruppi di pressione.
ANTIDEMOCRATICO.
Non è democratico imporre alle popolazioni i costi di un sistema alla ricerca di squilibri tra surplus smisurati(produttività a buon mercato) e deficit cronici (continua necessità di finanziamento); significa anteporre il risultato alla tutela del lavoro e il rimborso del debito alla spesa sociale.
BELLICISTA.
Non è pacificante interpretare le importazioni come dipendenza da spezzare e le esportazioni come vantaggio da conservare, vitale anche più delle vite umane spinte nelle trincee, a morire credendo di difendere questioni di principio, Dio e Patria, piuttosto che interessi specifici e di parte.
SPROVVEDUTO.
Non è lungimirante correre al ribasso per battere autocrazie prive di adeguato rispetto per i diritti di lavoro e ambiente: non possiamo superarle su ritmi e convenienza, non è possibile vincere tutti contemporaneamente e prima o poi si andrà incontro a dazi insormontabili, crisi di sovrapproduzione e della domanda dei mercati esteri.
ANTICRISTIANO.
Non è cristiano che paesi esportatori ricchi godano di entrate sempre maggiori e speculino sulle mancanze di paesi in difficoltà, a cui fanno un’ipocrita morale senza avvertire il minimo sussulto di coscienza verso l’aiuto e il perdono.
Vedere in questi giorni lo stesso mondo, palesemente ingiusto, provare a mostrarsi bello e nascondere i suoi tratti sotto una patina di decorazioni luccicanti è indegno.
Mi muove ad una paralizzante malinconia e rinnova l’appetito per un mondo razionale, democratico, pacifista, lungimirante e cristiano.
“Dazi e guerre, ma l’export vola!” titolava il tg5, commentando i prodigi dell’export italiano balzato al quarto posto della classifica degli squilibri. Perché la strategia di puntare tutto sulle esportazioni è naturalmente antidemocratica per il paese che la persegue, punta sulle necessità croniche o la deindustrializzazione dei paesi che la subiscono ed innesca pericolose reazioni di protezione tra blocchi commerciali. Agevola soltanto le aziende parte del meccanismo, non certo lavoratori e classe media cui impone disciplina salariale, taglio della spesa pubblica e compressione della domanda interna; agevola anche la grande finanza che si occupa di gestire i flussi di ritorno di capitali verso chi importa ed il finanziamento dei deficit e non è nemmeno lungimirante, dato che prima o poi il castello di carte delle disuguaglianze tra Stati su cui poggia verrà travolto da crisi di produzione o della domanda dei mercati esteri.
L’unica mossa lungimirante sarebbe quella di proporre, ora che si è in posizione di forza, un meccanismo di compensazione import/export che impegni chi registra grossi surplus a sostenere chi patisce deficit: ci guadagnerebbero tutti, gli esportatori si garantirebbero mercati più stabili, smettendo di imporre austerità alla popolazione e gli importatori potrebbero ricostruire le proprie industrie senza battaglie daziarie. Ma non accadrà mai, occorrerebbe abbattere il privilegio del dollaro ed inimicarsi i fondi d’investimento che comprano titoli di debito e aziende italiane in difficoltà.
Accadrà, per semplice funzionamento del capitalismo, che alla prossima crisi della bilancia commerciale tutta l’impalcatura moralista costruita sull’esaltazione dell’export (dal virtuosismo del rapporto deficit/Pil al 3% al plauso per le poche pretese e la laboriosità calvinista) ci verrà rovesciata in testa: abbiamo voluto troppi agi, speso troppo per le pensioni, lavorato poco efficacemente, serve la spending review, i giovani sono sfaticati eccetera eccetera.
Intanto festeggiamo la cucina patrimonio dell’Unesco e la trasformazione della nostra economia in prodotti d’eccellenza che garantiranno rendite sempre più elevate ad elite sempre più ristrette ed ammanicate ad una politica che semplicemente ignora la perdita di consenso e voti della grande massa, dei licenziati dalle fabbriche di acciaio o automobili in dismissione.
Viva il Made in Italy, sigh!
L’Italia sbaglia a mio avviso tanto da destra quanto da sinistra.
Il governo Meloni è accanitamente realista ed è una posizione molto interessante, anche razionale. Potrebbe l’Unione europea, dopo anni di austerità masochista, di teoria e prassi della competizione interna tra Stati che hanno prodotto la totale crisi di valori come la solidarietà politica tra popoli con interessi diversi, potrebbe mai ricreare ADESSO ciò che ha distrutto negli ultimi due DECENNI? La premier risponde chiaramente no e non saprei che torto darle.
E se l’Europa continuasse con la solita musica al suo interno, provando a mettere i bastoni tra le ruote agli Stati Uniti, allora meglio chiamarsene fuori e dare ragione a Trump. Meglio con gli Usa e contro Russia e Cina piuttosto che in Europa e contro Usa, Russia e Cina.
Il partito di opposizione nazionale, il PD, propone, tramite la segreteria Schlein, idee alternative ed innovative. “O l’Europa fa un salto in avanti di integrazione politica oppure rischia di essere schiacciata”. Giusto! “L’Europa sarà federale o non sarà. Significa proseguire nella strada degli investimenti comuni europei come il Next Generation EU per puntare sull’autonomia strategica europea”. Bellissimo! “Nessuno Stato da solo avrà la forza di competere con Usa, Russia e Cina”. Ecco, qui casca tutto.
La Schlein è retriva e vorrebbe rinforzare l’Europa soltanto per iscriverla ad una zuffa infinita contro altre potenze, una gara a chi conquista prima i mercati più grandi e costruisce il sistema di deterrenza militare più efficace ed un’eterna competizione tra complessi industriali, da vincere per “difendere la democrazia, il welfare europeo e i principi dello stato di diritto che tutelano tutte le cittadine e i cittadini”.
Mi sembra la stessa logica e la stessa dinamica che ha prodotto gli squilibri nel commercio mondiale che hanno portato alla situazione odierna.
La Meloni propone di battere Russia e Cina alleandoci con gli Usa.
La Schlein propone di battere Usa, Russia e Cina alleandoci con l’Europa.
L’Europa dovrebbe dotarsi al suo interno di un meccanismo di compensazione automatica degli squilibri import/export; poi dovrebbe proporre a Russia e Cina di parteciparvi; infine tutti dovrebbero obbligare gli Usa a parteciparvi.
Un meccanismo secondo cui chi esporta oltre una determinata percentuale del proprio fabbisogno di un prodotto qualsiasi (elettricità, auto, vino), contribuisce ad un fondo che sosterrà gli importatori nella ricostruzione interna.
Ci sarebbero da sopportare dei licenziamenti, dei limiti di produzione e la perdita d’importanza di alcuni prodotti di eccellenza, ovvio. Però i paesi europei non sono deboli come quelli africani o dipendenti da esportazioni come la Russia: possono assorbire le conseguenze senza pregiudicare il benessere degli europei. I licenziati potrebbero essere riassunti nei settori sguarniti e i costi di produzione (energia) abbattuti. Pechino e Mosca dovrebbero pagare qualcosa, ma garantirebbero ai propri colossi industriali ed energetici la domanda costante di un mercato florido e ricco come quello europeo. Inoltre scriverebbero le regole insieme a Bruxelles. Vedrebbero anche terminare il privilegio del dollaro senza sparare un proiettile.
Quello della competizione commerciale tra Stati è un sistema antidemocratico, perché fa pagare alla popolazione scelte politiche di parte; ipocrita, perché i paesi in surplus lo sono grazie a quelli in deficit cui fanno la morale; anticristiano, perché non perdona la difficoltà e ne approfitta; antiumano, perché ignora la sofferenza di popoli costretti a migrare e prepara il terreno allo scontro frontale tra chi percepisce il deficit come dipendenza ed il surplus come vitale, più delle vite che muoiono per difenderlo.