Rivedendo l’azione al Var, si fa tutto più semplice. Uomo a terra senza casco, disarmato, colpito da uomo in piedi con martello: fermo immagine, fallo “per fare male”, cartellino rosso, squalificato per sempre. Ma questa è la realtà fisica di un dannato fermo immagine, non è la vita e non può esserne ricavato un provvedimento valido per la vita di un uomo.
Io ho la distrofia muscolare duchenne, ma ciò non significa nulla della mia vita, è un’informazione troppo specifica e generale allo stesso tempo. È un’informazione utile a definire la mia realtà fisica, nient’altro. Facciamo una fotografia? Benissimo, ne sapremo qualcosa di più e sarà utile, ma non avremmo ancora stabilito nulla della mia vita. E cioè: perché ho raggiunto i trent’anni? Perché ho un determinato aspetto?
Fossi nato nel 1895, in Burundi, in una famiglia indigente e/o problematica, le cose sarebbero cambiate. Non sarei arrivato a trent’anni, in queste condizioni, perché non avrei avuto accesso a certi medici, certe cure e non sarei stato seguito, sostenuto da una certa famiglia. Tempi, luoghi, relazioni, società, economia: questa è la mia vita, questo rappresenta la mia situazione. Una foto non stabilisce la mia situazione; la mia situazione stabilisce la foto. La realtà è fisica, la vita è fenomeno.
Non voglio dire che va bene prendere a martellate la gente o che il martellatore, poverino, è innocente, è colpa della società. “Pietà quanta se ne vuole, ma non lodate le cattive azioni: date loro il nome di male”. La penso come Dostoevskij. Però, però…
Se si vuole il benessere del singolo uomo (e tutti lo vogliamo) è necessario guardare le cose dal punto di vista generale. Il bene per la singola ape dipende dal bene dell’intero alveare. Si faccia pure la condanna alla violenza del martello ed a chi l’ha messa in pratica. Condanna morale e legale, entrambe meritate. Ma si abbia rispetto per chi l’ha subita oggi. Si abbia rispetto per chi ha usato violenza nel 1848 (esempio) e ne pagò le conseguenze, migliorando la nostra vita di oggi.
Se s’intende usare una violenza disorganizzata, praticata senz’altro scopo della stessa violenza, per impedire la violenza organizzata e finalizzata, io allora mi chiamo fuori. I metalmeccanici che bloccano la tangenziale, gli agricoltori col trattore in autostrada, i carcerati in sciopero della fame e gli ambientalisti con la zuppa di pomodoro usano violenza. Si organizzano e si danno il fine della tutela del lavoro, dei diritti umani, della natura. Non fanno male a nessuno e difendono tutti da libero mercato, arbitrio, inquinamento.
Non si può utilizzare la prima violenza per impedire la seconda.
La violenza di un operaio contro la circolazione del traffico non è la violenza gratuita di un uomo contro un altro uomo.
Guardando ieri sera Rete4 ho avuto l’impressione di essere in Russia nel gennaio 2022, quando alla tv si diceva l’Ucraina fosse minaccia impellente per il Cremlino, quasi ammassate in quantità ai confini russi fossero le truppe di Kiev e non il contrario. Ieri si diceva che l’Iran sarebbe pericolosissimo per l’ordine internazionale, la democrazia occidentale e la convivenza mediorientale; che gli Usa in fin dei conti hanno il diritto di sentire il dovere di difendere noi del mondo libero dagli ayatollah. Quasi siano le sanzioni iraniane a paralizzare l’economia euroamericana e le navi da guerra di Teheran a puntare i cannoni su Washington e non il contrario.
Mentre non credo l’Ucraina avrebbe attaccato la Russia, sono certo che l’Iran non rappresenti alcuna minaccia per noi. Negli ultimi 40 anni hanno scatenato più guerre ed invaso più paesi gli Usa o l’Iran? Del Debbio ha avvisato che è molto pericoloso un governo che utilizza la polizia morale. Invece il presidente del paese dotato del più forte esercito al mondo che dichiara di non avvertire altri limiti oltre la sua morale sarebbe rassicurante? Per Del Debbio anche la teocrazia è pericolosa perché non è pragmatica e realista, quindi allergica al compromesso. Fu invece pragmatico da parte occidentale sostenere la “fine della storia”? Fu realista spingere la NATO alle porte di Mosca? Furono cercati compromessi con Afghanistan, Iraq o Libia? Sarebbe realista tentare di nuovo quanto fatto in Afghanistan, Iraq o Libia credendo che in Iran andrebbe molto meglio?
La teocrazia farà pure schifo, ma devo dire che a me piace poco anche la nostra “nullacrazia”, che ha sostituito qualsiasi criterio etico con la redditività, qualsiasi criterio di valutazione morale del comportamento con l’autoreferenzialità ed è arrivata a sostenere la giusta razionalità della guerra alla Russia affittando il corpo dei soldati ucraini e l’esercito israeliano mentre bombardava scuole ed ospedali causando la morte di almeno 70mila palestinesi. Quando il pericoloso Iran avrebbe ucciso 70mila occidentali?
Non mi sognerei di scambiarla con la teocrazia, ma nemmeno la democrazia che impone sacrifici per riarmarsi senza chiedere niente mi è tanto simpatica. Una democrazia di aspiranti influencer, animalisti e vegani favorevoli ad aborto, divorzio e fine vita facili come ordinare una pizza da asporto non mi galvanizza. Sentire al tg che in futuro anziani e disabili saranno seguiti da robot e bambini che chiedono agli stessi robot se possono sostituire gli esseri umani (perché loro dovranno fare una diretta su Twich o portare il gatto a scegliere il vestito, non avranno più tempo per il nonno) non mi lascia proprio soddisfatto delle conquiste democratiche.
Gli ayatollah subiscono da decenni le sanzioni più dure sostenute da tutto il mondo, si trovano puntate contro le armi più micidiali gestite da un megalomane sempre più legittimato da noi democratici ad usarle. Eppure resistono con una violenza interna (purtroppo) mai vista ed una spregiudicatezza esterna notevole (minacciano senza chiudere al dialogo con gli Usa, cercano l’appoggio della Turchia). Dimostrerebbe lo stesso coraggio, a parti inverse, Trump? Nel frattempo il sistema scolastico sforna quasi 300mila laureati l’anno ed il tasso di alfabetizzazione tra i quindicenni è passato dal 40% al 80% tra il ’75 ed il 2015. Nonostante l’embargo economico occidentale, i ministri degli esteri hanno saputo rendersi rilevanti esportatori di petrolio, permettendo al governo di investire in istruzione il 5% del pil. Vorrei vederli, Tajani e Meloni, a parti inverse.
L’istruzione è orientata alla guerra, alla conquista dell’atomica e non va bene, certo. Ma la nostra istruzione non è forse orientata alla guerra commerciale? Ed è tanto irrazionale cercare la bomba nel mondo di oggi? Gli Usa in crisi tentano di preservare i loro privilegi per mezzo di forza e minaccia militare. L’Ucraina è stata ricattata, il Venezuela attaccato ed ora l’Iran è soggetto alla massima pressione. Perché non la Corea del Nord? C’è più democrazia in Corea del Nord che in Iran?
Del modo di trattare la giornata della memoria a livello televisivo contemporaneo delle reti che raggiungono il grande pubblico (Rai, Mediaset, La7) c’è un aspetto che proprio non riesco a digerire. In pratica sembra che l’idea, prima fascista, poi nazista, sia piombata sul mondo che avrà pur scontato qualche magagna, ma non era così messo male.
Io vorrei invece vedere descritto il mondo di allora per come realmente era messo e cioè tanto male da far emergere le più mortali ideologie della storia. Lo vorrei vedere, quel mondo, scavato nel suo sottosuolo, nel suo stato dei rapporti di produzione e dei rapporti tra chi deteneva capitali e mezzi di produzione e chi deteneva la forza lavoro. Lo vorrei vedere scandagliato nelle sue teorie economiche dominanti.
Sono quelle teorie, a loro volta basate su specifici rapporti economici, a spiegare l’origine di fascismo e nazismo. Queste dittature sono momenti specifici nella dialettica tra chi ha provato a rivoluzionare la distribuzione del potere e chi ha reagito al tentativo. È importante capire “quale momento” per due ragioni.
Intanto serve a tenere viva la dialettica stessa, che è la vita nella sua verità profonda. La società umana è fatta di uomini e respira l’aria degli uomini vivi, l’aria che entra ed esce dai polmoni consumandoli, ma ricambiando il sangue. L’aria non deve mai smettere di muoversi, la stasi è nociva per gli uomini e la società. Se qualcuno tenta di bloccare la corrente accadrà l’irreparabile ed un modo abbastanza efficace per ottenere il risultato da parte delle classi dominanti è annacquare le tensioni della storia entro una narrazione ideale.
Narrazione secondo cui sarebbe sufficiente essere tutti di larghe vedute, amanti di libertà e pacifismo non-violento per evitare derive pericolose. In realtà anche queste sono ideologie originate da precise condizioni materiali; sono delle dinamiche prodotte da uomini vivi e dunque non devono restare immutabili. Nelle contraddizioni occorre tuffarsi, portarle allo stremo.
Il secondo motivo è che anche le vicende storiche possono aspirare ad una loro scientificità. Ossia, come nella scienza naturale, a determinate cause possono essere ricondotti altrettanti effetti. Visto che il meccanismo dialettico è ricorrente, capire il momento precedente al nazifascismo diventa cruciale.
Negli anni 1919-20 le masse capirono che lo Stato, mobilitando risorse e pianificando la produzione, era in grado di garantire occupazione, salari, benessere. Il fascismo nasce come rivoluzione preventiva, movimento che riporta le masse alla disciplina del lavoro e alla fede nella gerarchia. I primi governi fascisti applicarono una politica economica liberista, tagliando la spesa pubblica, riducendo i salari, privatizzando.
Dopo il 1918, la Germania vive l’umiliazione di Versailles, poi il crollo del 1929 distrugge ogni fiducia nella Repubblica di Weimar. Il nazismo promette lavoro, ordine e rinascita nazionale. L’economia nazista fu subordinata agli obiettivi militari e organizzata in simbiosi con i grandi gruppi industriali (Krupp, IG Farben, Siemens). Per questi lo Stato divenne il grande committente e la guerra il grande affare.
Mussolini viene chiamato al governo dal re nel 1922 dopo la Marcia su Roma, una messa in scena violenta che sfrutta la paura del bolscevismo. Hitler nel 1933 è nominato cancelliere da Hindenburg: anche qui, le istituzioni stesse consegnano il potere a chi vuole distruggerle. In entrambi i casi, le classi dirigenti credono di poter “usare” il dittatore e legalizzano la violenza della sua parte politica contro le altre.
Liberismo, riarmo, violenza sistematica contro democrazia parlamentare ed istanze popolari: nel giorno della memoria occorre ricordare di avere la memoria. Ed usarla.
È possibile farsi un’idea generale sul pensiero di un gigante come Dostoevskij in un’ora e mezza? Sì! “L’ultima vendetta” è impregnato delle tematiche dello scrittore russo nel profondo e l’ho per questo motivo trovato un film bellissimo, tra i migliori visti negli ultimi cinque anni almeno.
Finbar Murphy (Liam Neeson) lavora da serial killer per un mafioso irlandese insieme al più giovane Kevin. Mentre Finbar è cosciente di agire per il male in quanto ha l’intuizione del bene, Kevin semplicemente compie delle azioni che ritiene giuste nella misura in cui lo soddisfano e dunque, nichilista, non ha nessuna idea di bene o male.
La differenza emerge con prepotenza quando Kevin viene colpito al volto da Finbar dopo avergli raccontato di aver ucciso una donna e deriso la condizione di un uomo che aspettava il suo colpo di fucile. “Ma forse il dolore… più forte… è di sapere con certezza che, ecco, tra un'ora, poi tra dieci minuti, poi tra mezzo minuto, poi ora, subito… non sarai più un uomo. Chi ha detto che la natura umana è in grado di sopportare questo senza impazzire?”. Anche un killer, soprattutto un killer, dev’essere conscio che non sta per ammazzare un uomo, ma un intero mondo!
Siamo al confine tra Irlanda ed Irlanda del Nord nel ’74: bande armate di entrambe le parti organizzano attentati dinamitardi ed una di queste, dopo un plurimo omicidio a Belfast, attraversa il confine per attendere in Irlanda il quietarsi delle acque.
I rivoluzionari, nascosti nel villaggio di Finbar, sono quattro. Due mostrano fedeltà alla causa finché questa non richiede loro dei sacrifici concreti, la vita da latitante braccato ad esempio.
Poi, due fratelli. Curtis assomiglia al personaggio di Stavrogin del romanzo “I demoni” e cioè uno che si dedica alla causa per noia e, fatalità, abusa di una bambina, proprio come il Demone.
La sorella Doirreann è il rivoluzionario che crede di agire solo in nome della causa, ciò che gli darebbe una sorta di immunità morale per i suoi crimini, ma anche lei alla fine si ritrova a perseguire obiettivi particolari, personali come la vendetta di un fratello cui ha sempre perdonato tutto senza mai fargli scontare il negativo. Il pretesto della lotta al potere dispotico del Regno Unito nei confronti degli irlandesi (dunque pretesto legittimo) si rivela ben presto maschera del conflitto psicologico, interiore al rivoluzionario.
Nella scena finale Finbar si riconosce in parte simile a Doirreann in quanto entrambi hanno commesso azioni che riconoscono come malvage e di cui si pentono anche, ma di cui hanno il coraggio di assumere la responsabilità.
Entrambi sanno che ciò che hanno fatto è male, ma non perdono tempo in un’ipocrita autoassoluzione e riconoscono la paternità delle proprie azioni. Azioni cui sono stati spinti uno dall’alcolismo, l’altra dall’assassinio del padre e tutti e due dal cinismo della politica. Azioni, tuttavia, perfettamente congrue alla loro specifica situazione. Azioni di cui sentono di meritare il peso delle conseguenze.
È un atto di libertà. Forse l’unico atto di libertà concesso all’uomo moderno: dire “l’ho voluto io” anche quando tutto spingerebbe a dire “non potevo fare altrimenti”.
Insomma, magnifico.