Discorso di fine anno

Cosa resta, per me, dopo quest’ultimo anno, dopo questi trent’anni? La mia malattia credo possa aver agevolato una concezione, figlia della sensazione di essere una mente normale in un corpo menomato, secondo cui oggetto percepito, soggetto pensante, corpo che percepisce e mondo che tutto contiene sono tra loro separati: io percepisco un segnale visivo che poi il mio cervello rielabora, dandogli un senso. Invece tutto è più integrato: il segnale che percepisco è già costruito dal cervello in modo da apparire al mio IO (a sua volta originato dal cervello) nella forma più adatta e favorevole alla sopravvivenza. Oggetto percepito e soggetto pensante sono integrati e la percezione è già sensata. Il corpo è inoltre contenuto nel mondo, ma anche ciò che permette l'esistenza di un IO in grado di dire “questo è il mondo" e se tale IO non esistesse anche il mondo in un certo senso sarebbe inesistente. Noi prima di nascere non sappiamo nulla di noi stessi quanto del mondo. Dunque soggetto, oggetto, corpo e mondo sono fattori integrati di come l'uomo esiste ed essere ed esistenza umana sono in continuità. L'uomo, con le sue singole percezioni, crea un mondo. Limitato a quelle. Se però si scontrasse con altri individui potrebbe innestare le proprie percezioni su quelle altrui. Sarebbe un processo dialettico di scontro, trauma e lotta, ma ne deriverebbe un mondo più ricco. Allora, vero che l'uomo potrebbe cavarsela da solo, ma se veramente volesse godere del mondo, viverlo e non sopravviverci, dovrebbe passare per la convivenza sociale. Non potrebbe sottrarvisi non solo perché non conveniente, ma perché priverebbe ingiustificatamente gli altri delle sue percezioni. Dovrebbe provare a migliorare la società per sé e per responsabilità collettiva di creare un mondo che faccia sentire tutti accolti. L’idea è di non mitizzare la socialità, riconoscere l’evidenza scientifica dell’utilità della solidarietà e farne un obiettivo cristiano cui tendere. La cristianità va intesa per ciò che rappresenta: un invito alla concretezza della vita terrena, alle cui possibilità la divinità si è lasciata ridurre. Se non si pensa ad una via simile, che permetta alla teoria di farsi pratica, allora è meglio abbandonare ogni riflessione. Quindi serve battere la strada dell’integrazione dei dualismi, alla ricerca di una teoria pratica economica (il modo di soddisfare gli interessi) e politica (il modo in cui la comunità compone gli interessi). Sono da evitare gli assetti definitivi, le posizioni di conservazione e le assunzioni di ordine e stabilità come valori preminenti rispetto a progresso e partecipazione. Significa favorire la maggior distribuzione di beni tra classi sociali il più possibile mobili e comunicanti. Cioè indirizzare la naturale competizione umana verso l’innovazione tecnologica e deviarla dalla difesa anche armata di determinati gruppi di potere, spaventati dalla partecipazione della popolazione allo stesso esercizio del potere. Una decina di proposte di concretezza variabile la lascerò nei commenti ed è ciò su cui “lavorerò” nei prossimi (spero) anni, ma vorrei concludere con i vantaggi che secondo me caratterizzano questo modo di pensare. Innanzitutto cerca di dare eguale legittimità all’aspetto della realtà fisica e a quello del mondo vissuto; integrare i dualismi non deve annullarne i termini. Poi, rinuncia al racconto mitico dei principi cristiani, senza farli svilire dalla ricerca scientifica. Inoltre sembra fecondo di sviluppi per attenuare lo scontro fine a se stesso tra opposizioni funzionali nei campi più svariati. Infine, si sforza di proporre soluzioni impattanti la struttura economica della società, quella di gran lunga preponderante nel creare un mondo accogliente. Chi è arrivato fin qui, accolga dunque i miei migliori auguri di felice anno nuovo!

Brigitte Bardot

Rimango dell’idea che il miglior modo di salutare una figura di rilevanza simile sia quello di interrogare il significato della sua storia per la storia della società nella quale ha vissuto, come provai a fare per Giorgio Armani. “Io personalmente, dovessi assurgere il ruolo di un Armani, sognerei questo dopo la mia dipartita: che si parlasse della mia vita in relazione a ciò che essa ha rappresentato della società e della narrazione delle quali è stata parte”. Tg5 delle 13, 28 dicembre. “Ha avuto il coraggio di mostrare il proprio corpo nudo”. Diamolo per atto di coraggio, anche se ne ho un’altra idea. “Ha avuto quattro mariti oltre ai molti amanti, perché viveva tutto liberamente, anche l’amore”. Un conto è sentirsi liberi di interrompere una relazione nella quale non si è felici, perché ciò non renderebbe felice nemmeno il partner e un’azione del genere richiede il coraggio della sincerità. Quando però arriviamo a certi numeri (10 compagni almeno) significa essere innamorati dell’idea di essere innamorati più che del partner. “Ha rifiutato di invecchiare davanti alla cinepresa”. Questo non è di certo un atto temerario, è il rifiuto della realtà, una fuga dalla realtà dialettica della vita umana. Corriere della Sera, 29 dicembre. Dichiarazioni di Brigitte Bardot. “Riconosco le ingiustizie tra gli uomini, ma quelle imposte da questi ultimi agli animali sono infinitamente maggiori”. Io non ho mai sentito parlare in questo modo chi le ingiustizie della società umana le ha vissute sulla propria pelle, perciò questo afflato mistico verso altre specie altro non mi sembra che un rifiuto ingiustificato della relazione con l’altro, perfettamente in linea con quanto detto al tg. “Mio figlio come un tumore che si è nutrito del mio corpo, avrei preferito partorire un cagnolino”. Non serve commentare. Ultima, riguardo la moda: ”Il mio stile sono io”. Il problema è che qui esiste soltanto IO, un IO nutrito e celebrato per la propria autoreferenzialità e misantropia. Un IO fragile che non accetta il confronto tutto cristiano con la realtà, il fisico che mostra i segni del tempo e il resto dell’umanità. Un IO che si rifugia in quell’animalismo tanto simile alla pacificazione dei sensi, alla noluntas di Schopenhauer che ripudio con tutte le mie forze. Non giudico la persona e le sofferenze patite, ma se questo è un esempio di vita allora io sono Mister Muscolo.

Nigeria

La Nigeria, parliamone. 240 milioni gli abitanti, di cui 70 in condizioni di povertà grave ed il 42% ha meno di 14 anni. Ricchissima di petrolio e gas, più del resto d’Africa. L’emigrazione è molto forte. Perché un paese giovane, popoloso, fertile e dotato di materie prime non conosce tregua da guerre civili tra fazioni islamiste, non è riuscito ad industrializzarsi e sconta tanta povertà? Perché i cittadini scappano a milioni (1,3 nel 2017)? Il petrolio (85% delle esportazioni, 70% del bilancio statale) non viene utilizzato per la crescita interna, ma è scambiato nei mercati con valuta estera (dollari, euro) per ripagare il debito estero, riequilibrare la bilancia commerciale e mantenere in vita la popolazione con importazioni di ogni tipo, dalle derrate alimentari ai carburanti. A guadagnarci sono paesi ricchi, investitori privati, compagnie di raffinazione e politici locali. Visto che la vendita di idrocarburi è il mezzo più rapido di procurarsi dollari o euro e sterline e di lenire le mancanze dei cittadini (e placarne le ire) importando beni di prima necessità, tutto il resto viene sacrificato: costruzione di raffinerie e infrastrutture civili, agricoltura e cura della domanda interna e crescita della classe media. Per di più, parte del petrolio estratto non è utile per i nigeriani e, oltre a mantenerne l’indigenza, inquina il pianeta. Se esistesse un meccanismo di compensazione import/export internazionale (secondo cui chi esporta oltre una determinata percentuale del proprio fabbisogno di un prodotto qualsiasi contribuisce ad un fondo che sosterrà gli importatori nella ricostruzione interna), il governo nigeriano non sarebbe costretto a raccattare monete di riserva e verrebbe costretto a investire all’interno del paese, grazie anche a risorse degli Stati che guadagnano dalle importazioni del mercato nigeriano. Se si cominciassero a penalizzare le eccessive esportazioni quanto le importazioni, dato che si tratta di squilibri contrari, forse i nigeriani non dovrebbero emigrare. Il governo italiano propone invece di aumentare le esportazioni e bloccare i nigeriani in qualche prigione libica o albanese.

Santa Alleanza

Io non temo gli altri perché conosco loro; io temo gli altri perché conosco me stesso. Io non temo gli altri per ciò che loro potrebbero fare a me; io temo gli altri per come potrei reagire io a ciò che loro potrebbero fare a me. Io non temo Putin, Xi e Trump per ciò che potrebbero fare a Mattarella, Meloni e Draghi; io temo Putin, Xi e Trump per come potranno reagire Mattarella, Meloni e Draghi a ciò che potrebbero fare a noi. Ormai, è chiaro, questi tre hanno firmato la Santa Alleanza. Contro la Russia? Contro la concorrenza cinese? Contro i dazi americani? Macché! È un’alleanza contro un nemico molto più pericoloso: il popolo, noi. Per tutti e tre il popolo è una bestia da domare, necessita di qualcuno che ne tenga a freno gli appetiti e diriga lo sforzo verso corretti obiettivi. Si tratta di una teoria seducente, tipicamente conservatrice, secondo cui serve sempre qualcuno pronto ad arginare la deriva populista con quella uguale e contraria dell’antipopulismo. Normale per un postfascista come la Meloni le cose siano così e l’uomo, quando si trova in massa, sia da porre sotto tutela, facendolo però sentire importante. L’economia non gira? Non importa, lo spread è basso. I salari sono ancora più bassi? Non importa, l’export vola. La lira a quota 90 tira il collo al credito? Non importa, la moneta è forte. È una visione che affonda nella notte dei tempi, propria della Destra Storica italiana e dei conservatori inglesi, degli economisti liberali prestati al fascismo e quelli cileni del piano del mattone del ’73. Di loro e di tutti quanti fanno una categoria morale della bilancia commerciale in pareggio e del basso deficit e non trovano di meglio da fare che regolare entrambi con tagli alla spesa pubblica. Poi le cose si mettono male e riscoprono Keynes, richiedono interventi massicci dello Stato per difendere quote di mercato. Perché Quintino Sella, De Stefani, Milei e Draghi sono corsi e ricorsi storici. Mattarella è la perfetta fusione di occupazione del potere, paternalista e antipopolare, e controllo finanziario, antidemocratico e conservatore. Oggi tutto ciò ha assunto un carattere protezionista e aggressivo, tanto da non disdegnare la deriva dello scontro ideologico sul piano bellico. Nell’ultimo discorso bi-presidenziale ciò che è impopolare è necessario e fa bene ai cittadini; il libero mercato e l’unione europea con la sua austerità sono scelte irrinunciabili e vantaggiose; le guerre si evitano con la deterrenza militare e le libertà si difendono con le armi. In realtà il controllo di moneta, bilancia commerciale e spesa pubblica è il controllo degli interessi dei potenti; il libero mercato serve a garantire gli squilibri commerciali mondiali sui quali l’Europa ha campato negli ultimi trent’anni; l’esercito ben armato serve, ora che altri ci superano e ostacolano, a preservare il proprio ruolo in un mondo di blocchi di economie che si sfidano a tutto campo. Certe uscite testimoniano che chi dovrebbe difenderci ha la guerra in testa, ma non dobbiamo farla entrare nella nostra.
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