Credo il modello informativo dei telegiornali riguardo la violenza sulle donne sia inutile e dannoso, forse un’aggravante per un problema detestabile da sé. Si collegano casi di omicidi abbastanza distanti fra loro e li si riunisce nella fattispecie del femminicidio e, se l’obiettivo fosse cercare motivazioni comuni da ricondurre al funzionamento della società, lo potrei condividere, ma sembra piuttosto il contrario. Cioè che lo scopo ultimo sia nascondere dinamiche sociali preoccupanti sotto il tappeto del maschio impazzito. L’unica soluzione rimarrebbe prospettargli pene inenarrabili.
Così diventa normale vedere donne di 47 anni, con tre figli, separate ed il fidanzato di 15 anni di meno, posare lascive allo specchio come ragazzine di 14, le quali girano con l’ex fidanzato di 19 nel cuore della notte senza che la famiglia ne abbia idea. Gli uomini sono tutti uguali, si tratti di uomini adulti in cerca di emozioni forti, ragazzi palesemente incapaci di gestire sentimenti e rifiuti o refrattari alle responsabilità, pronti a uccidere e poi tornare in lacrime dai genitori che lavano i vestiti insanguinati.
La pena dovrebbe essere sempre la stessa per tutti, gattabuia vita natural durante e, capitasse ogni tanto un suicidio, poco male, avremmo ottenuto giustizia piena e risparmiato attenzioni ad un elemento indesiderato.
Non si dovrebbe inoltre perdere tempo a chiedersi perché le famiglie durino lo spazio di un mattino di primavera, il “finché morte non ci separi” sia ormai formalità da talk show, le bambine abbiano fretta di diventare donne per poi regredire ad oggetto di loro stessa proprietà e perché certi uomini vadano ai pazzi al primo “no” o quando gli si prospetta di diventare padri, quasi non sapessero come si fanno i figli.
Il problema riguarda solo i maschi malati, mentre i sani possono guardare tranquilli Temptation Island.
Cari amici, pubblico una riflessione personale sul pensiero di Maurice Merlau-Ponty (MP) forse un po' lunga, ma vera nel senso che la sceglierei come testamento spirituale. Per ora è soltanto l'introduzione di un programma filosofico ed etico che vorrei fosse il mio.
MP è esistenzialista in quanto interessato al rapporto dell’uomo singolo con il mondo, che non è semplicemente la “realtà”: la realtà è insensata, il mondo è sensato. Un quadro è nella realtà un oggetto come tanti, ma nel mondo è La Gioconda. Il mondo è il senso che le esperienze dei singoli uomini conferiscono alla realtà.
L’esperienza umana è l’esistenza e l’esistenza è caratterizzata dalla percezione: l’uomo percepisce oggetti e sensazioni e gli conferisce un senso. Quel senso è il mondo. Ecco la verità secondo cui “lo spirito si fa attraverso il corpo”: il corpo, per sua configurazione, percepisce ed origina la coscienza in grado di dare senso alla percezione. Le mie esperienze intersecate con quelle altrui “creano” il mondo.
Da tale impostazione emerge la prospettiva di MP riguardo il rapporto soggetto/oggetto, coscienza/corpo ed individuo/società. L’uomo è allo stesso tempo soggetto e oggetto: un uomo può essere considerato puro oggetto (sistema di muscoli, ossa, tendini…) o puro soggetto (posso scrivere una lettera d’amore). Nella realtà il corpo non è puro, è oggetto “sporcato” di soggettività, spiritualità e soggetto “sporcato” di oggettività, materialità.
Questo è il modo nel quale l’uomo “si dà” a se stesso nell’esperienza e quindi nell’esistenza.
Anche coscienza e corpo hanno questo rapporto inscindibile e, forzando un po’, lo stesso rapporto hanno individuo e società: l’individuo può essere considerato singolarmente o socialmente, ma nell’esperienza l’individuo è “quello” soltanto grazie alla sua interazione con il gruppo sociale.
MP la chiama opposizione funzionale: considerare l’uomo come oggetto o la realtà del tutto indipendente dall’uomo è utile a fini scientifici, ma l’opposizione non è anche sostanziale.
Ne consegue la differenza tra scienza e filosofia: la scienza è certa ed indifferente all’esperienza, la legge di gravitazione è valida allo stesso modo per tutti, mentre la filosofia studia proprio l’esperienza, la percezione del singolo. E, appunto perché “singola”, l’esperienza è ambigua.
L’uomo crea il mondo tramite percezioni ambigue intersecate a percezioni ambigue di altri uomini, di cui c’è assoluto bisogno per ottenere un mondo più ricco, soddisfacente, bello. L’uomo dà senso alla società ed ha senso solo in relazione alla società. Nel pensiero di MP ritrovano unità soggetto/oggetto, coscienza/corpo e individuo/società.
Quindi l’opposizione che sorge istintiva con le altre persone non è causata dalla natura guerriera dell’uomo, ma è l’effetto di una opposizione solamente funzionale.
Ogni volta che rinunciamo ad accogliere l’altro essere umano, ad avere un rapporto con qualcuno, rinunciamo ad una parte del mondo e, quando una persona muore, perdiamo una parte di noi stessi. Qualunque persona, anche un criminale che sceglie liberamente il male, perché la libertà è per MP limitata dalla condizione materiale: se un individuo agisce in modo deplorevole lo fa per responsabilità sua, ma anche per le condizioni materiali che la società gli offre. E, se individuo e società hanno senso solo se relazionati, la responsabilità è un po’ di tutti.
Agire nella realtà per creare il mondo e migliorarlo per gli altri è un imperativo morale, perché significa migliorare noi stessi.
Cercare il modo di estraniarsi dalla realtà e rinunciare al corpo ed ai suoi desideri, sensazioni e sofferenze è rinunciare a noi stessi, togliere agli altri il nostro punto di vista e fare di un’opposizione funzionale una realtà sostanziale.
Le peggiori dittature della storia, le più autenticamente totalitarie, hanno attinto a piene mani da una cassetta degli attrezzi lasciata in bella vista da Hegel che, se certamente è stato abusato e distorto in modo raccapricciante (il lavoro rende liberi), ha d’altra parte fornito “ampio materiale disponibile a tale abuso” (lo Stato è il cammino di Dio del mondo).
E, soprattutto: “Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale”.
Sembrerebbe l’epitaffio di un vecchio reazionario ed è invece l’inizio di una rivoluzione che trovo (con linguaggio tecnico filosofico) bellissima! Giovane e fresca più che mai. Al di là di ogni problematica di un pensiero gigantesco di cui peraltro poco m’intendo, credo siano utili tre considerazioni.
Dal suo concetto di Assoluto (ciò che ci circonda e di cui siamo parte fisica insieme ai nostri pensieri) come qualcosa di dialettico (un mare tumultuoso, piuttosto che un acquitrino stagnante), deriva un invito per l’uomo ad agire nel mondo e sporcarsi le mani della realtà, perché un idealista non è uno che parla a vanvera. In poche parole, noi potremmo nutrire le migliori intenzioni e non volerle vedere corrotte dalla loro messa in pratica: io potrei voler scrivere come Dante e, provandoci, riuscire a farlo come un trapper. Eppure, dopo la messa in pratica, l’idea iniziale perderebbe la perfezione e guadagnerebbe la Verità. Il messaggio è che una cosa vera è migliore di una perfetta e quella percepita come corruzione non lo è affatto. L’ottimo è nemico (perché falso) del bene (perché vero). Forse a parlare a vanvera sono io, ma è un punto di vista straordinario.
Se rinunciare alla perfezione è l’unica maniera per partecipare alla Vita Vera, quella che si svolge in questo mondo e l’unica di cui abbiamo attualmente prova, ne deriva una speciale visione della morte. Non ne ridurrà la drammaticità, anzi. Però ne chiarirà la necessità al fine della vita. Io sono egoista e penso sempre all’uomo: la sua vita inizia da embrione che, se vuole nascere, deve negarsi come tale per ritrovarsi neonato. Questa è la dialettica: idee che si auto negano e si ritrovano. Morire per rinascere più consapevole. Il neonato diventerà bambino, adulto, vecchio e dovrà lasciare morire qualcosa di sé per ritrovarsi più consapevole: l’adulto perderà l’innocenza del bambino, il vecchio il vigore dell’adulto, ma avrà guadagnato il vivere la vita. La morte è necessaria alla vita, vivere eternamente sarebbe forse l’idea perfetta, ma non potrebbe essere vera, la struttura dialettica della realtà non lo permetterà mai. Mi sembra una concezione degna di nota.
Ed una volta morto? Una volta morto il singolo ritrova se stesso nell’Assoluto, non proprio una visione cristiana, ma poco ci manca: per Hegel, Dio che si fa uomo è l’Assoluto che si mostra a sé tramite l’uomo, entriamo nel campo della credenza. Però, se l’Assoluto (la Verità) veramente avesse accettato di conoscersi tramite l’uomo, ne deriverebbe la capitale importanza di ogni singolo soggetto umano: “Ma l'uomo più odioso, il delinquente, è pur sempre uomo; un malato, uno storpio, è pur sempre un uomo ancora vivente: l'affermativo, la vita, è malgrado il difetto, ed è appunto questo affermativo che bisogna considerare”.
La frase sul reale ed il razionale non è da intendersi letteralmente, ma se queste tre prospettive fossero le nostre, se tutti riconoscessimo la necessità del vivere nel mondo, della morte per la vita e di ogni essere umano, la realtà sarebbe molto più razionale.