A Lucho

L’osannato nazional-pragmatismo inzaghiano, Tuffo nell’arrangiarsi metodico istinto italiano È finito rivoluzionato dal social-virtuosismo Collettivo mondato dal vizio di protagonismo. Lucho, decostruita ogni dialettica oppositiva Tra solidità difesa e puntuta qualità offensiva, Ha ottenuto il suadente “tutto abbracciante”, Sintesi di “brillante” quanto e più che “vincente”. Sembrerebbe un facile gioco da ragazzi, Equilibrio di santi, poeti e navigatori, Rifiuto di cedere al richiamo da pazzi, Di chi propone tragicomici psico-tattici orrori, Affolla di bomber aggiunti i tempistici avanzi Fuggendo liberi e mediani, neo pestiferi untori.

Il decespugliatore II

Apertosi il cielo a spiraglio, Fra mille nuvole di maggio, Fai scintille, sole caldo, Tanto che mi risento baldo. Caldo, sì che pare luglio, Estate al profumo di tiglio E, sarà il bene che ti voglio, Nella mente io, te, spoglio! Appari a mo’ di miraggio; Io, risvegliato Caravaggio, Ti carezzo il corpo asciutto: Tanto è un sogno e posso tutto. Disegno come sopra un foglio, Parto dal centro del bersaglio. Nelle tue gote mi rifugio, Schivo i particolari, per pudore. Punto dritto agli occhi, neri, Più di loro è fondo il mio amore. Assopito nei tuoi dolci pensieri, Il capolavoro si fa orrore! Il solito sordo rumore Mi ha indotto all’errore, Mi disgusti, sferragliare, Mi tormenti, decespugliatore! Aspetta solo un altro sonno, Aspetta il prossimo sogno, La futura visione verace Sarà il tuo incubo feroce! Con quel filo che un giorno ti taglio Lego il tuo padrone arrosto, Poi berrò d’un fiato il serbatoio Lasciandoti, fermo a terra, guasto!

Dal barbiere

Capelli. L’aria nuova lo impone. Rito procedurale. Odissea temporale. Risuona, del rasoio, il clangore. Sibilare, più che rumore, chiudo le palpebre e, dal fondo delle ombre, sale fumo insapore, anzi, sono avanzi di colore. Bianco. Marea bianca di panna, neve da montare si mangia le sfumature, altre forme di colore, sbiadite nel candore, gli anni più freschi sepolti, nel mare senza colore. Lame. Apro lo sguardo sul ferro. Lo temo, taglia tutto uguale, sempreverdi tempie e nudo corpo frontale, non gl’importano bene e male. Mi vedo nel bagliore dei rimpianti e chi li ha tagliati? Come ha fatto a rubarli? Chi ha gettato, sopra gli anni più belli, il bianco dei miei radi capelli? Trapianto. Mi richiudo nel nero, istanti, pochi: ancora bianco, dentro gli occhi. Qualcuno si muove… Ballano uomini ricchi, ricchi e poveracci, quei disperati ricorrenti (prede d’incubi nostalgici), contro i principi logici, a trucchetti tricologici. Inizia a piacermi… Inizio a ballare… Gli anni sembrano fermi… Ritorno. Mi ritrovo nello specchio: Dileguate, pazzi incoscienti! Lasciate i miei sogni, come i capelli la fronte, voi, se credete di evitare la fine poggiando stoppa e chiamandola crine!

Poesia del dazio

Ora qui ci sono io, Comandante in capo solo io, Puoi chiamarmi grande Zio! Ho deciso insieme al tizio, Quello che va nello spazio: Questo è l’attimo propizio! Senza linguaggio corinzio, Prenditi un po’ d’assenzio Perché non è artifizio: Io ti stendo con il dazio! Lo so, sei al mio servizio E mi spiace, ma ti cazzio! Sono in affanno creditizio, Non è un gioco redditizio, Ballo in riva al precipizio Ed io come mi finanzio? Minaccia pure il contro dazio, Sono re del campo marzio: Non ti lascio più un sesterzio E non bado al tuo ronzio! È ufficiale il mio giudizio, Di colpo ti giustizio, Di certo non ti grazio! Bacia l’anello di topazio, È forse un buon inizio, Chiedi anche l’armistizio, Tanto non negozio! Non sarà uno sposalizio E se il dollaro è da ospizio Ai privilegi non rinunzio! Stai ancora in silenzio? Dai, è tutto fittizio! Scherzo, abuso edilizio Come se l’equinozio Si facesse solstizio! Era per ingannare l’ozio, Vederti preda di supplizio, Godere del tuo strazio, Propaganda da comizio, Ma non sarà l’ultimo screzio: Ho perso il pelo, non il vizio!
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