Il peso del privilegio

Lo scontro riguarda la Nato. Trump vorrebbe scrollarsi definitivamente di dosso un privilegio fattosi, nel progressivo degrado della posizione di supremazia mondiale americana, sempre più fardello insostenibile per le dissestate casse di Washington. L’economia statunitense non è più in grado di sobbarcarsi le spese di difesa di paesi alleati e però distanti come Europa o Israele. Soltanto che questi non vogliono e non sono in grado di affrancarsi immediatamente dalla protezione d’oltreoceano. Quindi Israele deve inventare nuove guerre ed utilizzare il potere ricattatorio nei confronti di Trump per costringere gli Usa a “rimanere lì” e dispiegare i loro armamenti nel Medioriente. Netanyahu ci sta riuscendo benissimo. Ha invischiato gli Stati Uniti in un clamoroso pantano e, non appena sembrano in grado di ripulirsene accordandosi con l’Iran, bombarda all’impazzata Libano, Yemen, Siria, Iraq: tanto un antisemita lo trova di sicuro. L’Europa per fortuna non può imitare l’avventurismo militare israeliano. Può sabotare in ogni modo la ricomposizione della frattura con la Russia e rimpiangere i tempi antichi. Mattarella ha detto per l’ennesima volta, durante l’ultima gita a Praga, che la Nato è fondamentale per gli equilibri globali (si vede, no? Basta accendere il telegiornale!), utile ad entrambe le sponde dell’oceano (perché per il nostro presidente la vera Nato è quella composta da Usa ed Ue, Australia, Corea del Sud, Giappone e compagnia sono soci di minoranza) e dovrebbe recuperare lo spirito degli anni duemila (quando si è spinta fino al confine russo). In altre parole: “Cari americani, i padroni siete voi, noi seguiremo le vostre iniziative: ma dovete continuare a pagare voi”. La risposta di Trump è, a mio avviso, la strategia del tanto peggio tanto meglio. Visto che gli europei non si decidono a difendersi da soli, dice: “Cari europei, volete lasciarci il comando e pure il conto finale? Ecco le conseguenze”. Le conseguenze possono essere una guerra come quella in Iran, decisa non si capisce bene se a Washington o Tel Aviv e pagata nei suoi effetti più nefasti dall’Europa. Perché è vero che il prezzo del gasolio al gallone sta abbattendo la popolarità del tycoon, ma gli Stati Uniti sono autosufficienti sul fronte delle materie prime e quelle che importano non passano da Hormuz. L’eventuale riapertura dello Stretto, la stabilizzazione dell’Iran e la concordia del Medioriente e del tratto dal Baltico al Mar Nero andrebbero ad esclusivo vantaggio di Europa ed Asia. Allora, perché favorirli? La guerra c’è già, tirarsene fuori è sempre più complicato e, dunque, piuttosto di un conflitto sedato, che produce danni economici per il popolo americano e comunque gestibili da europei e cinesi, è molto meglio una guerra totale, che distrugga le certezze energetiche del continente asiatico (l’80% del petrolio che transita da Hormuz è diretto lì) e spinga la cricca di Bruxelles a chiedersi se sia più conveniente pagare per la propria difesa o per le guerre decise allo Studio Ovale. La buona posizione degli Usa nel mercato delle fonti fossili rispetto ai competitor li agevola e permette loro, se messi alle strette, di far esplodere una granata nella sala da ballo per vedere l’effetto che fa. Tanto peggio tanto meglio.

Per colpa di chi

Gli squilibri energetici europei non nascono con la guerra in Ucraina, né con quella in Iran. Per esempio, i Paesi Bassi sono la porta d’ingresso nord al continente del gas via nave, mentre Spagna e Italia si contendono il ruolo a sud; la Francia esporta all’interno dell’Ue elettricità prodotta col nucleare, la Spagna con le rinnovabili e la Polonia col carbone; la Germania importa da Parigi e Varsavia, ma ha la capacità fiscale per pagare la transizione, a differenza dell’Italia che importa gas e petrolio da Algeria, Caucaso e Medioriente; l’est (Ungheria, Slovacchia) mantiene legami con la Russia e altri paesi europei senza l'impaccio della moneta unica (Norvegia) ne inondano il mercato di petrolio. L’Ue nasce come strumento per garantire la concorrenza tra Stati membri, tutti si sfidano a chi esporta di più e gli squilibri non soltanto non vengono corretti, ma risultano incentivati: chi importa troppo è costretto a “riforme strutturali” che abbattano la domanda interna e chi ha la bilancia commerciale attiva è indicato come modello di efficienza. Le regole di Bce e Trattati sul controllo di inflazione e deficit fanno il resto, impedendo di fatto il superamento delle differenze. Se lo scopo è la competizione, l’energia è un asset: il prezzo finale è preminente su ogni altra considerazione. Se il petrolio algerino fosse più conveniente dell’installazione di turbine e pannelli, l’Italia dovrebbe puntare sul primo. Produrre beni ad un prezzo più basso della Francia è più importante della dipendenza estera o dell’inquinamento. L’energia stessa diventa un bene: se la Germania avesse bisogno di elettricità, cosa sarebbe più conveniente per la Spagna? Venderle quella che produce in eccesso o aiutare Berlino a diventare indipendente? Questo si traduce in sprechi, inefficienze, prezzi differenti e più alti e frammentazione politica. Una possibile soluzione almeno in parte lenitiva, consiste in un meccanismo compensativo di tipo keynesiano. Nella pratica si tratta di istituire una soglia massima di import/export energetico per ogni paese europeo. Se esporti troppo, devi contribuire a investimenti nei paesi che importano. Se importi troppo, devi investire per ridurre la dipendenza. Chiaramente ci vorrebbe un’autorità comunitaria che definisse chi deve investire quanto e dove, che avesse capacità di controllo e di obbligare trasferimenti di miliardi di euro da una parte all’altra del continente. Possiamo stare tranquilli: ciò non accadrà mai. Per colpa dei partiti di destra, degli indipendentisti e nazionalisti estremi? Non sono abbastanza svegli e non capiscono la convenienza della solidarietà, al contrario dei partiti di sinistra? Bisogna guardare alle vicende della sinistra europea degli ultimi trent’anni. Diciamo che anche la sinistra ha ceduto alla visione individuale della storia e sostituito la solidarietà “statalista” con la concorrenza “mercatista”: alla classe operaia è subentrato il gruppo lgbt, all'obiettivo della piena occupazione è subentrato quello di accesso ai corsi di formazione. Dinamiche di cui hanno sofferto gran parte dei partiti europei di area socialista. Per quanto riguarda la Spagna, che oggi tutti indicano come ultimo paese europeo di sinistra, lì si è vissuta in anticipo la stagione che avrebbe poi attraversato l’Italia. Il Psoe di Sanchez è nei fatti simile al Pd della Schlein. Questo è stato protagonista di un grosso cambiamento a livello dirigenziale a partire dai primi anni duemila, passando per stagioni nelle quali, da sinistra, sono state applicate misure di destra: risanamenti, privatizzazioni, riforme delle tutele del lavoro. Tanto il Psoe quanto il Pd sono infiltrati, di figure sinistre più che di sinistra. “Capibastone” e “Barones” che hanno pesantemente contributo alla costruzione dell’Ue sopra descritta. Se anche Sanchez e Schlein volessero attuare il meccanismo di compensazione energetica, non potrebbero farlo perché perderebbero il consenso politico. Per Sanchez la situazione è peggiore. Il suo governo ha bisogno dei voti di partiti indipendentisti baschi (Pnv) e catalani. Questi sono paragonabili alla Lega delle origini: rappresentano le istanze di gruppi industriali e ceti produttivi di regioni benestanti nei rispettivi paesi, insofferenti al legame con il governo centrale e le sue prerogative di redistribuzione (Madrid, Roma) ed ostili ad un’Ue davvero solidale. Infatti, se Bruxelles imponesse agli Stati nazionali di usare delle ipotetiche risorse comunitarie o permettesse di indebitarsi a patto di usare le risorse aggiuntive in chiave di riequilibrio interno, Pnv e Lega perderebbero consenso politico. Gruppi del genere sono molto più uniti e compatti nel preservare un'Europa poco solidale (come lo è ora in fin dei conti, perché austerità economica, limiti al debito e deficit nazionali e controllo dell'inflazione sono politiche favorevoli alla popolazione ricca che rappresentano) di quanto lo siano i partiti della sinistra europea nel cercare di dare all'Europa una vera solidarietà tra diverse nazioni. A Bilbao, nel gennaio scorso, partiti di 14 delle regioni più prospere del continente (Baschi, Catalogna, Lombardia, Sassonia, Fiandre, Hauts de France…) hanno firmato una dichiarazione che li vede preferire allearsi tra loro per difendere la leadership piuttosto che accettare una regia politica che redistribuisca i loro vantaggi competitivi a territori meno sviluppati. Sanchez e Schlein sono molto più cauti nel richiedere un piano di controllo di livello europeo. la sinistra estrema è anche peggio. Melenchon, Wagenknecht, Diaz: i loro piani prevedono per Francia, Germania e Spagna di spingere sull’export energetico, tornare al gas russo e tassare i colossi del settore. Vogliono recuperare competitività per poter garantire stipendi minimi, pensioni, redditi universali e spese pubbliche da sogno ai loro cittadini. Questa Europa non è di sinistra. È solo sinistra.

Il Maestro

Mentre del resto so poco e niente, di cinema non m’intendo affatto e forse proprio per questo non conosco freni inibitori delle sciocchezze che potrei scrivere a riguardo. Come le seguenti, in merito al film tennistico “Il Maestro”, tra i cui interpreti Pierfrancesco Favino nei panni dell’allenatore/ex-giocatore Raoul Gatti. Pietro lo assume perché segua il figlio adolescente Felice durante una serie di tornei nazionali. Pietro insegna al ragazzino un tipo di gioco attendista, solido, semplice, poco appariscente, costante e teso a contrastare la qualità tecnica dell'avversario attraverso il piano tattico. Felice non va mai "sotto rete" perché significherebbe esporsi. Anche se al pubblico odierno piace l'azione immediatamente appagante, ritmata e veloce, il papà impone al figlio di "prendersi campo", estenuare l'avversario con colpi di logoramento mentale e se il pubblico non gradisse, amen! Importante è la vittoria della partita, non lo show, perdere dando spettacolo non è moralmente superiore alla vittoria sporca, tattica. Gli trasmette inoltre una disciplina fisica e abitudinaria che si trasforma in autocontrollo morale. Questo è in tutto e per tutto SPORTIVO. Tuttavia Pietro spiega il suo stile di gioco come una specie di lotta di classe. Cioè: i ricchi giocano per divertirsi e dunque attaccano, noi siamo proletari e li sconfiggiamo con il lavoro. Ne fa una questione politica, ma allora conferisce allo sport una connotazione utilitaristica. Per di più rinfaccia a Felice i suoi sacrifici economici, scarica sulla famiglia le sue scelte di seguire Felice con lo scopo di godere di un futuro ritorno monetario. Questo rovina tutto ciò che di positivo caratterizza l’attività sportiva. Raoul è diverso. Non sembra rigido su uno stile di gioco codificato e questo è un fattore positivo nell'ottica della vittoria. Anche vincere attaccando ha la stessa dignità della vittoria sporca. Però insiste molto sul divertimento, sul giocare per divertirsi. Ciò rischia di fargli apprezzare una sconfitta divertente più di una vittoria noiosa. A Raoul piace impressionare il pubblico perché ciò gli arreca gratificazione. Ama il tennis, forse quanto se stesso; per e contro se stesso gioca in campo, non per il pubblico e contro l'avversario. Tra l'altro non bada minimamente alla disciplina e infatti non ha il minimo autocontrollo morale: piange, poi fa sesso, poi prova il suicidio, poi balla e il tutto nella stessa giornata. È il punto fondamentale: darsi delle regole formali inutili, ma non irrilevanti e rispettarle plasma anche la nostra sostanza, il carattere. Predispone alla responsabilità. Raoul, si scoprirà, ha drammaticamente fuggito la sua responsabilità di uomo. Perché aveva già fuggito la sua responsabilità di sportivo. La scena finale del film, in cui non si capisce come giocherà e se Felice vincerà l’ultima partita, mi è sembrato il giusto coronamento del dissidio. Tra due visioni dello sport. E della vita.

Mi vergogno e mi indigno

1) Per sconfiggere l’Iran o quantomeno poter dire di non aver perso in Iran occorre liberare Hormuz. Tornarsene a casa con il regime ancora al potere (indebolito, e ci mancherebbe altro visti i termini di paragone militare tra Usa/Israele e Teheran) e lo stretto a scartamento ridotto sarebbe politicamente improponibile, seppur economicamente conveniente. Improponibile per la posizione internazionale degli Usa, costretti a valutare, quando compiono certi sprechi di credibilità, se il risultato diplomatico vale la candela. E, se il risultato di una guerra che rende bene l’idea del rischio di fare accordi con gli Stati Uniti a Putin, Xi e soprattutto agli alleati e a chi è sul “chi va là” tra Washington e Pechino (Sudamerica, Sudest asiatico, Africa, India) fosse un nulla di fatto e un disastro per il commercio globale, chiaramente non potrebbe andare bene. Per ottenere la riapertura occorre una trattativa o un’azione di guerra vera. Le parole di Trump significano sicuramente che l’ha realizzato anche lui. Non ho le stesse certezze che significhino la preferenza del presidente per la seconda opzione. 2) L’Europa è lontana dal realizzare alcunché? Magari, magari i capi europei fossero soltanto incapaci, magari i governi nazionali fossero soltanto incapaci di scorgere la convenienza dell’agire solidale. No, la realtà è molto peggiore, tutti seguono uno schema ripetitivo, preciso, prevedibile. Lagarde parla di aumentare i tassi di interesse per abbassare l’inflazione perché l’Unione monetaria europea è nata con il preciso scopo di tutelare il grande capitale finanziario. La teoria di Milton Friedman permise negli anni ‘70/’80 a Francia e Germania di trovare l’accordo: i galletti guadagnarono la possibilità di influenzare il Marco senza cedere potere ad istituzioni sovranazionali, i crucchi la possibilità di esportare beni a dismisura senza intralci di solidarietà fiscale verso i paesi del sud e timore di picchi inflattivi. Da qui la regola secondo cui primo obiettivo della Bce è il controllo dell’inflazione. Iberici, Italia e Grecia sono stati massacrati da una ideologia di parte imposta come teoria scientifica generale. 3) Riguardo la questione energetica, il problema è quello di tutti gli altri settori: l’Europa non dispone di meccanismi di compensazione import/export. Chi esporta vince, chi importa perde e chi perde paga. Semplice, spietato. Nel territorio Ue ci sono paesi che esportano energia (Francia, Olanda, Norvegia, Polonia) e altri che importano (Germania, Italia). Ciò porta a squilibri, sprechi, inefficienze, prezzi alti, posizioni di rendita e inquinamento. La Germania ha la capacità fiscale di passare a fonti rinnovabili, la Norvegia gode del mercato unico e non sconta l’onere dell’euro mentre inonda l’Unione di petrolio, la Polonia vende energia prodotta da carbone, l’Olanda è hub del gas atlantico e l’Italia vorrebbe imitarla per quello mediterraneo (leggere Crosetto al Corriere). Non c’è nessun obbligo di solidarietà e riequilibrio, in pieno stile anni ’80. L’Europa nasce nel cinismo e morirà nel cinismo. Ridurre questi squilibri non risolverebbe tutti i problemi, ma non sarebbe affatto male. Ma ognuno difende il suo ombelico. 4) Austerità, egoismo e sottomissione alle esigenze americane: la ricetta dell’Ue. Infatti Crosetto ha detto stamattina al Corriere che oggi, senza la Nato, l’Europa sarebbe minacciata dall’Iran. Quasi fossero stati i pasdaran ad attaccare gli americani. Rivedere il nostro rapporto con gli Usa? “Soltanto chi è stupido può pensare che si possa rompere questa alleanza”. Parola di ministro. E noi piuttosto di passare per stupidi e prenderci il gas russo, di accordarci con Cina e India per costruire una zona commerciale con compensazioni import/export e di mollare gli israeliani in favore della concordia col mondo islamico, sanzioniamo la Russia, aiutiamo l’esercito americano nella guerra contro l’Iran e riempiamo di soldi Bin Salman. Perché siamo intelligenti! 5) Io mi vergogno e mi indigno in quanto cittadino europeo e italiano del fatto che Nicola Porro abbia ospitato ieri sera a Quarta Repubblica la gracchiante vocina di Edward Luttwak per consentirgli di dire che l’Europa si rifiuterebbe di “pagare agli Usa il tributo per aver annullato la capacità nucleare iraniana”, dopo la schifosa intervista rilasciata dallo stesso Luttwak al Riformista nella quale ha definito gli italiani come insensibili alle violenze del regime di Teheran e schizzinosi nei confronti della guerra. Chiosa sulla Meloni? “È andata sei volte al Vaticano di Palm Beach per prostrarsi e dimostrare la sua infinita lealtà”. Luttwak è ciò che si è sempre dimostrato, ma Porro si è del tutto sconfessato.
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