Quei NO che aiutano a crescere. Riguardo al fatto di Modena, Donzelli ha detto su Rete4 che El Koudri sarebbe stato subito giustificato, perché “poverino”, “voleva lavorare”, “era matto”, “non l’hanno compreso”. Secondo il luogotenente di FdI “si tratta di un criminale, ha agito da criminale e deve pagare fino in fondo, magari nel suo paese”. E su cosa si baserebbero tali conclusioni tanto definitive? Su di una frasetta del Gip, il giudice per le indagini preliminari. Ora, i preliminari hanno importanza, a qualcuno piacciono, altri debbono accontentarsene ed altri ancora li sogneranno tutta la vita, ma per stabilire qualcosa di attendibile occorre andare al sodo. Se siamo stati bravi ce lo diranno soltanto dopo: ci sarà un motivo per cui si chiama indagine “preliminare”. Poi, il Gip non è sempre appiattito sulle accuse del Pm? Non dovevamo votare SÌ al referendum per differenziare finalmente l’Italia da Russia e Cina? Per garantire finalmente il giusto processo? La terzietà del giudice, la disparità tra accusa e difesa, la garanzia per l’imputato eccetera non sono più un problema? Non dovremmo usare la stessa cautela usata per la Santanchè anche per El Koudri? Infine, il rimpatrio per i criminali stranieri è già previsto, basta il realizzarsi di alcune condizioni giuridiche specifiche. Chi parla in questo modo e sovrappone il termine “garanzia” con “giustificazione” può pretendere gli sia dato il permesso di manomettere la Costituzione? NO.
Dunque anche gli spagnoli ci capiscono poco o nulla, di politica e, quando si tratta di votare, ne combinano di cotte e di crude. I dati economici direbbero che le cose vanno a gonfie vele, la disoccupazione, il Pil, la crescita, l’energia: ognuna delle spine italiane è una piacevole rosa nel bouquet alla madrilena. Eppure, dopo aver consegnato Estremadura, Aragona e Castiglia-Leon ai popolari, gli elettori hanno sottratto ai socialisti l’Andalusia. Considerando Catalogna e Baschi, le regioni più benestanti, feudi degli indipendentisti, cosa rimane alla sinistra? Finché la sinistra perde in Inghilterra ed è strapazzata in Germania, ignorata in Italia e placcata in Francia, va bene. Ma se cede pure laddove per Elly Schlein sorge il sol dell’avvenire, forse qualcosa non va. Al di là del prezzo della corrente, della generosità dei sussidi e della severità della tassazione sui patrimoni, dev’esserci un’altra questione. La sinistra progressista è pronta a promuovere l’interesse della solidarietà in Europa? Perché la destra, da quella federale a quella post-fascista passando per la popolare e liberale, è assolutamente granitica nella difesa dell’Europa così com’è: austera, contro la redistribuzione, a protezione dei capitali a scapito d’inflazione ed occupazione, a favore di concorrenza e libertà di mercato interne.
Su questi punti la destra è coordinata a livello nazionale e continentale, ha chiari referenti locali, bacini elettorali e settori economici cui rivolgersi con messaggi precisi. La sinistra è concentrata sulle primarie.
Lo strutturalismo filosofico giunge a conclusioni che lasciano perplessi. Secondo questo atteggiamento “gli uomini, al pari dei pezzi nel gioco degli scacchi, non esistono al di fuori delle relazioni che ne specificano il comportamento. Gli uomini sono forme e non sostanze”. Se nulla esiste al di fuori di una struttura, significa che ad esistere sono solo le strutture. Se è così, le conseguenze per il singolo elemento sono chiare: non ha alcun senso. Per un’analisi scientifica il singolo di per sé non ha rilevanza.
Insomma, dal concetto della morte di Dio si passa alla morte dell’uomo. Al di là del fatto che una posizione del genere schiaccia col rullo compressore il pensiero di secoli riguardo questioni come libertà o responsabilità, credo si possa tranquillamente concludere che né la riflessione su Dio né quella sull’uomo sono state risolte. Nel senso che non rimanga altro da dire in merito.
Io non credo la realtà sia fatta di sole strutture e credo non soltanto alle strutture tocchi tale dignità. Detto ciò, credo anche le strutture possano risultare un utilissimo mezzo di rappresentazione della realtà. Rappresentazione utile a sua volta a permetterci di passare serenamente i giorni che ci rimangono a disposizione. La questione filosofica è tutta qui.
Oggi credo sia proprio il caso di analizzare il “problema” dell’immigrazione dal punto di vista della struttura economica. Di chiedersi perché moltitudini di persone debbano spostarsi tra continenti. Prendiamo il caso europeo.
Da dove origina l’immigrazione irregolare verso l’Europa? Africa occidentale (Mali, Nigeria, Senegal…) e Nord Africa (Marocco, Algeria, Libia…). Osservando la bilancia commerciale di queste zone si può notare che tanti paesi registrano deficit cronici (spendono più di quanto incassano per il 10-20% del Pil). Altri segnano dei surplus altalenanti e legati alle materie prime.
Cosa vendono e cosa comprano questi paesi? A chi vendono e da chi comprano? Esportano principalmente materie prime (petrolio, gas, terre rare, metalli e derrate alimentari) e importano prodotti lavorati (beni industriali, elettronici, farmaceutici, raffinati). Esportano in gran parte in Cina ed Europa, senza dimenticare Stati Uniti e India. Importano dagli stessi luoghi.
Con quali risorse? Vendono materie prime nei mercati internazionali per procurarsi dollari, euro o yuan oppure se li fanno prestare da istituzioni internazionali, ma soprattutto da enti e fondi d’investimento privati. In cambio acquistano beni cinesi, europei, americani e promettono tassi di interesse per attirare i capitali. I quali affluiscono in quantità per strappare condizioni di lavoro vantaggiose e obblighi fiscali e legali minime. Poi, quando non ci sono più soldi, gli interessi vengono rimborsati con altre materie prime o concessioni secolari di bacini estrattivi.
Ci guadagnano tutti, paesi benestanti, multinazionali, industriali, intermediari finanziari, paradisi fiscali e classi dirigenti locali , pronte a spartire tra i migliori offerenti risorse pubbliche come fossero proprietà private. E che, l’immigrazione, la incoraggiano. È un’utile valvola di sfogo per la popolazione più ribelle. Perché non c’è interesse politico alla nascita di una classe media diffusa che reclama diritti politici e sviluppo economico.
Sopra la struttura si può discutere di molte cose, la religione, gli usi e costumi, i codici linguistici, morali e comportamentali. Cose validissime, ma afferenti all’ideologia e che discorsi solamente ideologici possano incidere a livello strutturale mi risulta poco credibile. Come l’idea che l’immigrazione dovuta al rapporto dell’economia mondiale verso l’Africa potrà mai essere “controllabile”. Più facile ogni tanto ci si schianti sul palazzo dell’ipocrisia.
Altre due osservazioni sul discorso di Draghi, le più importanti che sono riuscito ad elaborare: mi spiace. La soluzione del banchiere per i problemi europei è il “federalismo pragmatico”. In poche parole si tratta di individuare una priorità (difesa), i paesi europei nei quali sono presenti elementi di vantaggio in quel settore specifico (Germania, Francia, Polonia) ed i paesi più toccati dal tema (baltici e nordici) e farli aderire a piani di investimento, strumenti finanziari e progetti di ricerca, sviluppo e condivisione comuni, senza passare per il processo decisionale classico a 27 paesi.
Il primo punto mi sembra, a livello teorico e filosofico, l'ammissione definitiva del fatto che l'Europa non può trovare una vera sintesi comunitaria e lo potrebbe fare solo limitatamente nel tempo, nello spazio e nel settore. Poi, chi ha già dei vantaggi rischierebbe di consolidarli ulteriormente, con quanta propensione alla condivisione? Il federalismo pragmatico nascerà con le migliori intenzioni, ma è forte il rischio possa venir percepito come un liberi tutti all'interno del continente e dimostrazione di sfaldamento all'esterno. Lo stesso Draghi nomina per quanto riguarda la difesa Uk e Ucraina, cioè paesi non tecnicamente europei. Insomma, dove sarebbe localizzata l'Europa? Con che estensione? Andrebbe da Londra a Kiev per la difesa e da Madrid ad Atene per l'energia rinnovabile?
Il secondo punto mi sembra un problema di pratica, di storia e di politica democratica. Detto brutalmente: il federalismo pragmatico somiglia ad un bolscevismo istituzionale. Secondo la teoria di Marx il comunismo non era realizzabile nella Russia zarista poiché non disponeva di un capitalismo né di un proletariato abbastanza maturi. Tali condizioni erano presenti in Germania e avrebbero dovuto portare alla liberazione delle masse dai desiderata di chi deteneva capitali e mezzi di produzione. La struttura statale borghese sarebbe stata sostituta dalla breve dittatura operaia per poi venire dismessa. Lenin si chiese: la teoria dice quello che ha postulato Marx, ma la pratica?
Il progetto di Marx era democratico. La realizzazione di Lenin no e la tendenza dittatoriale era presente nella sua concezione originaria del partito. Il comunismo sovietico fu qualcosa di tendente al comunismo di Marx, ma non proprio quello. Però fu la forma pratica di comunismo più longeva, non perfetta, ma effettiva. Lenin provò a calare dall'alto l'idea del comunismo sul popolo russo. In modo simile Bismarck calò il federalismo tedesco dall'alto sui vari popoli e Stati della Germania. Anche in quel caso non si sviluppò un vero processo di integrazione, ma il tentativo di superare un vincolo teorico con una forzatura pratica
Entrambi i tentativi non ebbero esiti democratici e soprattutto in Germania la federazione imposta dall'alto non generò democrazia e solidarietà tra popoli dal basso. Quella di Draghi mi sembra la forzatura pratica di un vincolo teorico che vede l'Europa impossibile da federare, una forma di economicismo secondo cui determinate condizioni materiali generano effetti di insperate solidarietà e democrazia. Non mi pare abbia avuto fortuna storicamente.
Ad esempio si pensava che il bisogno dell'Europa di fonti energetiche e il bisogno russo di moneta forte avrebbero garantito la pace, eppure oggi Europa e Russia sono ai ferri corti. Ancora, il bisogno di Usa e Europa di tenere bassa l'inflazione e il bisogno cinese di mercati floridi per i propri beni ha portato Usa e Cina in rotta di collisione, non a pacifica cooperazione.
Forse occorrerebbe organizzare la relazione di bisogno tra chi produce beni, vende fonti energetiche e acquista prodotti in una relazione solidale (sistema di compensazione globale import/export e moneta di riserva internazionale non legata ad una nazione particolare, teorie di Keynes) per ottenere davvero un mondo democratico e pacifico. Draghi non parla mai di Europa in termini di parte di un sistema mondiale, il suo pragmatismo è troppo… pragmatico.
Cina, Russia e Stati Uniti hanno interessi troppo profondi per accettare passivamente una piena autonomia europea. La competizione per mercati, energia, tecnologia e finanza rende improbabile che l’Europa possa ridefinire il proprio modello senza attriti sistemici