Sulla morte di un figlio e il suicidio assistito.
Dal punto di vista del diritto (non in senso giuridico, ma di cosa sembri “giusto” o “sbagliato” ad un cervello medio come il mio, inserito nel contesto odierno) non lo trovo uno scandalo. Se ammettiamo che chi prova un dolore inguaribile e insopportabile può ricorrere al suicidio assistito, allora non ha più molto senso discutere la natura di tale dolore. Un dolore si “sente” prima di “conoscerlo”: io potrei avvertire un dolore atroce alla gamba e sapere che ho un muscolo strappato o un nervo malfunzionante non farebbe differenza. La morte di un figlio è un dolore guaribile? No. È un dolore insopportabile? Perché no? Allora, il diritto di scegliere ci può stare, a livello legislativo.
Il problema è che anche l’inguaribile e l’insopportabile sono curabili, la società se ne può “curare”. Credo di averlo già detto altre volte, ma una società di persone a cui conviene la cooperazione e l’attenzione ai bisogni dei vicini, con istituzioni e servizi democratici vivi e presenti, con lavori soddisfacenti non solo per chi gode di una ristretta combinazione di talenti o fortune e con occasioni di crescita culturale accessibili e desiderabili, potrebbe essere meglio in grado di curare l’inguaribile e di limitare l’insopportabile.
Ogni passo politico verso la garanzia del diritto al porre fine alla propria vita dev’essere un obbligo morale alla costruzione di un determinato tipo di società; ogni espressione personale favorevole a quel diritto dev’essere momento di riflessione. Ho prestato ascolto alle necessità altrui con la stessa forza con cui sostegno il loro diritto alla morte?
Ieri sera, a Cartabianca, Diego Della Palma ha detto che per lui è già tutto stabilito e, quando lo deciderà, porrà termine alla sua esistenza. Perché la vecchiaia non gli piace e, ha aggiunto Mauro Corona, lo metterebbe nella scomoda posizione di “bisognoso”. Simili posizioni potrebbero essere accettabili soltanto in questa società e non fanno che esaltarne le caratteristiche.
Se nemmeno la morte può più limitarci, perché pianificabile nel dettaglio, cosa potrebbe farlo? La richiesta dell’altro, del vicino? Se si descrive la vecchiaia “brutta” in quanto tale, non si corre forse il rischio di giustificare l’esasperazione moderna per la cura dell’aspetto fisico? E cos’è tale ossessione, se non una grande occasione di business, basata su un’ansia inutile? Infine (posso certificare), la condizione di “bisognoso” è una vera seccatura. Sapere che il tuo benessere si fonda sul sacrificio di familiari, non è una consapevolezza semplice da realizzare. Vedere che la tua necessità è una faccenda da sbrigare pur di ricevere lo stipendio, non sarà molto più piacevole.
Proprio la situazione del “bisognoso” è l’unica a poter divenire più accettabile a noi stessi solo grazie all’atteggiamento di chi ci assiste. Se la società fosse in grado di premiare la disponibilità a non percepire il bisogno del vicino come un fardello, anche la figura del “bisognoso” diverrebbe, se non guaribile, meno insopportabile.
In definitiva, visto che siamo parti in relazione al tutto, occorre andare cauti nel prendere decisioni ultime e chiedersi sempre: se io mi pronuncio in certi termini, cosa significheranno per il tutto di cui sono parte? Perché è il tutto a determinare la qualità della vita delle parti che lo compongono.
600 MILIONI su un pil di 2'258 MILIARDI di euro sono in grado di distruggere i piani di investimento di un paese, qualsiasi essi siano. Il nostro governo, invece di prendersela con la regola che permette tutto ciò (Patto di stabilità), critica l’Istat per non aver stimato il pil italiano superiore di una ventina di miliardi. Non solo, si dichiara rammaricato di non essere riuscito a rispettare la regola europea e incolpa, per un fallimento di cui dovrebbe inorgoglirsi, il Superbonus.
Perché economicamente disastroso? No, perché è stato positivo da quel punto di vista. Perché politicamente inefficace? No, perché l’aveva convintamente appoggiato fin dall’inizio.
Lo critica per i suoi effetti contabili, perché “è costato 150 miliardi”, ma ciò è stato stabilito dall’Eurostat sulla base di altre regole europee. Il “costo” è stato “creato” applicando un modello precostituito ad una serie di dati acquisiti. Esattamente come il pil italiano è stato “creato” applicando un modello precostituito ad una serie di dati acquisiti. Istat ha detto: “Sulla base dei dati acquisiti, il modello previsionale stima il pil a 2mila miliardi e spicci”. Eurostat ha detto: “Sulla base dei dati acquisiti, il modello regolamentare stima illegale spalmare i debiti del Superbonus. Occorre scontarli tutti assieme, 150 miliardi subito”.
Perché la Meloni attacca il modello previsionale dell’Istat e non il modello regolamentare dell’Eurostat? Perché purtroppo anche secondo il governo attuale i regolamenti europei sono più infallibili delle previsioni italiane. Detto altrimenti: rispettare un insieme di regole è obiettivo che precede ogni considerazione sulla validità delle stesse regole.
Volevo a questo punto proporre la solita tirata sul fatto che l’insieme di regole europee sia il risultato di precisi interessi, ma ho già dato. Il punto vero è proprio la validità delle regole. Secondo John Dewey la conoscenza è “pratica che ha successo”. Vuol dire che il comportamento che seguiamo non è giusto o sbagliato, ma risolutivo o meno dei problemi che abbiamo. Le regole da seguire sono quelle che migliorano la vita di chi le segue. L’Europa sta seguendo delle regole che ne complicano la vita.
Il Superbonus ha mostrato la rigidità europea riguardo il rispetto della regola del deficit al 3% e la possibilità per gli Stati nazionali di stimolare la propria economia senza ricorrere al mercato finanziario o (al massimo) ai prestiti a tassi agevolati comunitari (stile PNRR). L’Italia ha sempre assecondato tali posizioni, firmando il Fiscal Compact e manomettendo la Costituzione nel 2012 (governo Monti, sempre lodato, sostenuto da TUTTI i partiti).
Sono limitazioni che hanno rovinato l’Italia e i paesi mediterranei, ma per l’Europa sono state funzionali alla crescita: per questo motivo anche noi e forse noi mediterranei più di tutti le abbiamo rispettate. Nella convinzione di poter partecipare alle fortune del continente.
Per almeno 15 anni dopo la nascita dell’euro quelle regole furono “pratica che ha successo”. La Germania funzionava col conveniente gas russo, la Nato si occupava delle spese per la difesa e l’avventurismo militare americano apriva nuovi mercati, impediva la formazione di concorrenti (Jugoslavia) e garantiva il controllo occidentale di risorse strategiche e snodi commerciali (Est-europeo, Medioriente, Mar Rosso, Oceano indiano, Afghanistan). Sudamerica, Sudest-asiatico, India e Cina non erano certo rivali, ma enormi bacini da invadere di beni a suon di trattati di libero scambio. Le stesse esportazioni verso gli Usa hanno permesso al capitalismo europeo di acquisire asset importanti dell'economia statunitense.
Oggi tutte queste condizioni non esistono più. Abbiamo perso forniture energetiche, i nostri alleati ci odiano e i paesi in via di sviluppo ci stanno surclassando: in un mondo del genere le regole dell’Ue non sono più “pratica che ha successo”. Il caso Superbonus sarebbe stata l’ennesima occasione per ribadirlo a chi vorrebbe uscire dalla crisi esasperando ulteriormente il rigore.
Il nostro governo ha preso invece le difese di questi ultimi.
Alcune rozze considerazioni sul Superbonus 110%.
L’idea del Superbonus ha funzionato economicamente, è diventata un problema gravissimo del punto di vista politico, sia interno sia esterno (nel senso del rapporto Italia-Europa). A livello contabile è stata invece una Caporetto.
A livello economico, prima del Superbonus l'Italia segnava un pil decisamente negativo, mentre durante la sua esistenza il pil ha segnato alti livelli di crescita, come non se ne vedevano da tempo. Ok, non sottovalutiamo la crisi pandemica e la teoria del cosiddetto rimbalzo del gatto morto che di sicuro ha permesso al pil di crescere indipendentemente dal bonus edilizio, ma è impossibile negare il ruolo di quest'ultimo nella ripresa italiana del periodo 2021-24. Economicamente l'effetto di stimolo c'è stato.
A livello politico interno il quadro non è altrettanto roseo. L'incentivo tanto elevato, per tutte le fasce di reddito e zone del paese, la possibilità di cessione illimitata del credito e la difficoltà di effettuare controlli sulle concessioni sono alcuni dei fattori che hanno portato distorsioni del mercato, effetto spiazzamento, detassazione regressiva (a favore di chi disponeva già di capitali e immobili), facilitazioni alle truffe, costruzione sregolata di edifici dove non servivano o dagli scopi inutili (un quartiere popolare in una zona terremotata è più opportuno di un hotel di lusso a Milano) e a molti altri inconvenienti non desiderabili.
È stato drogato un settore fatto di piccole aziende (espulse dal mercato senza agevolazioni statali), che impiega figure professionali poco qualificate, in condizioni di sicurezza rivedibili e con paghe relativamente basse. Zone già ultra-cementificate sono state ulteriormente abusate, quando altre località spopolate o in rovina non hanno visto alcun intervento. Il tutto in un paese che sconta da sempre problemi di corruzione e mentre altri puntavano su microchip, rinnovabili e datacenter.
A livello politico esterno la catastrofe assume la forma definitiva. Non c’è stata coordinazione tra il governo e le autorità comunitarie. Si è chiesta alla Commissione la fattibilità del progetto? Si è chiesto a Eurostat come sarebbero stati classificati gli ammanchi per la fiscalità italiana? Se ne è discusso abbastanza al Consiglio degli Stati membri in modo da creare un clima politico favorevole all’Italia e addirittura la cooperazione tra paesi riguardo settori comuni da incentivare? Non abbastanza, a mio parere.
Soprattutto, un incentivo del 110%, valido per tutti i cittadini, della durata di 10 anni e cedibile illimitatamente assomiglia troppo ad una vera e propria moneta parallela all’euro. Ne ha le stesse caratteristiche: è d’interesse per tutti, spendibile in tutto il territorio nazionale, per un periodo esteso e senza limiti di circolazione. Possiamo chiamarlo euro o certificato di credito fiscale (cct), ma la sostanza è la stessa. Si è provato ad ammorbidire i sospetti comunitari riguardo i cct?
No, perché Eurostat ha sentenziato che il Superbonus è da considerare a tutti gli effetti una moneta. Una moneta che, appena emessa, è già debito. Non dopo 10 anni. Questo è il vero disastro: 150 miliardi di debiti che si pensava di poter spalmare su 10 anni sono stati immediatamente contabilizzati, facendo saltare il deficit.
Si è tentato di fare prima degli altri una mossa furba, ci si è messi sul filo tra incentivo e cct, esasperando la sfiducia europea verso l’Italia e la sua volontà di aggirare i regolamenti sull’emissione monetaria sfruttandone le zone grigie. Si è data troppa retta a potenti associazioni di categoria legate all’edilizia, senza contare l’enorme pressione mediatica e popolare cui era sottoposto quotidianamente un governo già sfibrato qual era il Conte II ad inizio 2021.
Almeno, l’affaire-Superbonus ha permesso di inquadrare bene le mancanze europee (regole di rigore finanziario obsolete, banca centrale troppo indipendente, debolezze di strumenti fiscali comuni e del bilancio comunitario, eccesso di sfiducia tra Stati, eccessivo ricorso al mercato nella creazione di credito, scarsità di alternative alla feroce concorrenza per la creazione di sviluppo tecnologico e di ricchezza e benessere in generale…).
Due domande interessanti. Perché l’Europa sconta tante mancanze? Perché in Europa la contabilità e preminente su economia e politica? Proverò a rispondere, senza pretese risolutive.
Oggi, al di là della incontestabile verità storica secondo cui i comunisti (cattivi e antidemocratici quanto si vuole) hanno liberato l’Italia e l’Europa dai nazifascisti (capaci “anche di cose buone” quanto si vuole), servirebbe una riflessione ulteriore.
Cosa furono il fascismo e il nazismo? Non certo delle rivoluzioni liberatorie. Piuttosto, delle ridefinizioni d’interessi del capitale sulla massa popolare.
In Italia durante la Grande Guerra si diffuse la consapevolezza che lo Stato, mobilitando risorse e pianificando la produzione, era in grado di garantire occupazione, salari e benessere. Ciò portò alle tensioni del ‘19/’20 e spaventò la borghesia, la proprietà terriera e il sempre più precario “ceto medio”, falcidiato dall’inflazione e terrorizzato dagli scioperi. Questo blocco sociale fece le fortune di Mussolini che ricambiò con politiche economiche tutt’altro che sociali. Austerità, pareggio di bilancio, privatizzazione delle attività statali e detassazione erano le nuove parole d’ordine. Un ordine vecchio.
In Germania il nazismo promette lavoro, ordine e rinascita nazionale, ma dietro quella promessa non c’è un progetto di giustizia sociale. L’economia nazista fu diretta e organizzata in simbiosi con i grandi gruppi industriali (Krupp, IG Farben, Siemens). Questi gruppi, privi di capitali e mercati dopo il ’29 e Versailles, trovarono nel regime un partner ideale perché lo Stato divenne il grande committente e la guerra il grande affare. L’eliminazione della disoccupazione sotto Hitler fu in realtà una gigantesca politica di riarmo e di lavori pubblici funzionali alla guerra.
In Russia i comunisti proponevano una liberazione delle masse dai lacci del capitalismo. Peccato ottennero il contrario, la classe operaia passò dal controllo dei padroni a quello del piani quinquennali. Lenin aveva reintrodotto, nel 1921, elementi di mercato: piccola proprietà privata, commercio, autonomia produttiva. Un successo, ma gli operai reclamavano autogestione, i contadini tornavano a vendere liberamente e la burocrazia bolscevica temeva di perdere il potere. Questo portò alla ribalta Stalin e il suo progetto di collettivizzazione e industrializzazione forzate. Lo Stato divenne onnipotente e la pianificazione strumento di coercizione.
Nazifascismo e stalinismo non liberarono nessuno e dobbiamo liberarci di simili concezioni.
Si potrebbe dire che la soluzione sarebbe il ritorno alla concorrenza perfetta di libero mercato. Questa, oltre ad essere un perfetto mito, ci riporterebbe alla disciplina delle masse e alla sottomissione ai capisaldi capitalisti. In quella libertà si nasconde una nuova forma di disciplina: la precarietà, la concorrenza tra lavoratori e la dipendenza dal credito privato.
Forse la soluzione non sta nel tornare al mercato, né nel riproporre il piano, ma nel riconoscere il carattere politico del lavoro. Restituire ai cittadini la possibilità di decidere cosa produrre, per chi, a che condizioni. Non significa abolire la proprietà privata, ma rivedere l’idea che la moneta, il lavoro e la produzione debbano dipendere dal consenso del solo capitale privato.
Il mercato può esistere come meccanismo di scambio regolato e subordinato ai diritti sociali. Lo Stato deve intervenire per garantire equità, servizi pubblici e partecipazione.
La liberazione è un processo in divenire e oggi è necessario ricordarlo.