Bolscevismo istituzionale

Altre due osservazioni sul discorso di Draghi, le più importanti che sono riuscito ad elaborare: mi spiace. La soluzione del banchiere per i problemi europei è il “federalismo pragmatico”. In poche parole si tratta di individuare una priorità (difesa), i paesi europei nei quali sono presenti elementi di vantaggio in quel settore specifico (Germania, Francia, Polonia) ed i paesi più toccati dal tema (baltici e nordici) e farli aderire a piani di investimento, strumenti finanziari e progetti di ricerca, sviluppo e condivisione comuni, senza passare per il processo decisionale classico a 27 paesi. Il primo punto mi sembra, a livello teorico e filosofico, l'ammissione definitiva del fatto che l'Europa non può trovare una vera sintesi comunitaria e lo potrebbe fare solo limitatamente nel tempo, nello spazio e nel settore. Poi, chi ha già dei vantaggi rischierebbe di consolidarli ulteriormente, con quanta propensione alla condivisione? Il federalismo pragmatico nascerà con le migliori intenzioni, ma è forte il rischio possa venir percepito come un liberi tutti all'interno del continente e dimostrazione di sfaldamento all'esterno. Lo stesso Draghi nomina per quanto riguarda la difesa Uk e Ucraina, cioè paesi non tecnicamente europei. Insomma, dove sarebbe localizzata l'Europa? Con che estensione? Andrebbe da Londra a Kiev per la difesa e da Madrid ad Atene per l'energia rinnovabile? Il secondo punto mi sembra un problema di pratica, di storia e di politica democratica. Detto brutalmente: il federalismo pragmatico somiglia ad un bolscevismo istituzionale. Secondo la teoria di Marx il comunismo non era realizzabile nella Russia zarista poiché non disponeva di un capitalismo né di un proletariato abbastanza maturi. Tali condizioni erano presenti in Germania e avrebbero dovuto portare alla liberazione delle masse dai desiderata di chi deteneva capitali e mezzi di produzione. La struttura statale borghese sarebbe stata sostituta dalla breve dittatura operaia per poi venire dismessa. Lenin si chiese: la teoria dice quello che ha postulato Marx, ma la pratica? Il progetto di Marx era democratico. La realizzazione di Lenin no e la tendenza dittatoriale era presente nella sua concezione originaria del partito. Il comunismo sovietico fu qualcosa di tendente al comunismo di Marx, ma non proprio quello. Però fu la forma pratica di comunismo più longeva, non perfetta, ma effettiva. Lenin provò a calare dall'alto l'idea del comunismo sul popolo russo. In modo simile Bismarck calò il federalismo tedesco dall'alto sui vari popoli e Stati della Germania. Anche in quel caso non si sviluppò un vero processo di integrazione, ma il tentativo di superare un vincolo teorico con una forzatura pratica Entrambi i tentativi non ebbero esiti democratici e soprattutto in Germania la federazione imposta dall'alto non generò democrazia e solidarietà tra popoli dal basso. Quella di Draghi mi sembra la forzatura pratica di un vincolo teorico che vede l'Europa impossibile da federare, una forma di economicismo secondo cui determinate condizioni materiali generano effetti di insperate solidarietà e democrazia. Non mi pare abbia avuto fortuna storicamente. Ad esempio si pensava che il bisogno dell'Europa di fonti energetiche e il bisogno russo di moneta forte avrebbero garantito la pace, eppure oggi Europa e Russia sono ai ferri corti. Ancora, il bisogno di Usa e Europa di tenere bassa l'inflazione e il bisogno cinese di mercati floridi per i propri beni ha portato Usa e Cina in rotta di collisione, non a pacifica cooperazione. Forse occorrerebbe organizzare la relazione di bisogno tra chi produce beni, vende fonti energetiche e acquista prodotti in una relazione solidale (sistema di compensazione globale import/export e moneta di riserva internazionale non legata ad una nazione particolare, teorie di Keynes) per ottenere davvero un mondo democratico e pacifico. Draghi non parla mai di Europa in termini di parte di un sistema mondiale, il suo pragmatismo è troppo… pragmatico. Cina, Russia e Stati Uniti hanno interessi troppo profondi per accettare passivamente una piena autonomia europea. La competizione per mercati, energia, tecnologia e finanza rende improbabile che l’Europa possa ridefinire il proprio modello senza attriti sistemici

Da Taranto a Lubecca

Secondo me, oltre al tema razziale c’è qualcos’altro e lo dico perché, mi pare, non ho ancora sentito o letto nulla riguardo la nazionalità degli aggressori. Non so se si tratti di italiani bianchi che ammazzano maliano nero e, per quanto riguarda le baby gang “di seconda generazione”, queste sono razziste tanto con i bianchi quanto con i neri. Non so nemmeno se abbiano una concezione di sé come membri di un gruppo con dei (dis)valori comuni da opporre ad altri. Quei “branchi”, nel senso di individui che si accompagnano, sono pronti ad azzannare qualsiasi oggetto gli si pari davanti ed abbia ancora la sfortuna di respirare. So per certo invece che si tratta di una persona che andava al lavoro scannata da un gruppetto di gente che bighellonava. Una persona che alle 5 del mattino si era alzata dal letto per andare al lavoro è stata uccisa da ragazzetti che a letto avrebbero passato tutto il giorno, dopo una nottata alle slot machine. È una regressione culturale a quando Kant e Constant non ritenevano degni dei diritti politici lavoratori e mendicanti. Bakari Sako è stato definito con benevolenza al tg perché lavoratore onesto, pronto a sobbarcarsi un lavoro gravoso ed umile pur di aiutare la famiglia d’origine. Immigrato integrato, ma bisognerà pur chiedersi perché viene definita integrata una persona che accetta un lavoro gravoso, reso però umile dalle condizioni del mercato del settore agricolo e dal rifiuto di essere svolto da chi si ritiene superiore o comunque non lo vede come possibile fonte di realizzazione personale ed economica. Un lavoro manuale che potrebbe anche piacere, dare soddisfazione e crescita caratteriale, se non fosse gestito nella stragrande maggioranza dei casi in modo degradante e vicino allo sfruttamento. Per un periodo, non che uno debba passarci la vita. E bene che qualcuno aspiri a qualcosa di più, benissimo. A patto non lo faccia in quanto lo reputi un lavoro umiliante, che lo squalificherebbe agli occhi del gruppo. Se odi il lavoro e lo percepisci detestabile in quanto tale, finirai per odiare anche chi lo svolge. Su questo lo Stato può fare tantissimo. Un esempio si trova nel romanzo familiare del ‘800 di Thomas Mann. È ambientato nella città di Lubecca basata allora sul ceto dei mercanti. Mentre questi vivevano di scambi e di libertà dei capitali, gli industriali in ascesa chiedevano protezionismo commerciale. I primi si ritenevano eroi della libertà e guardavano i secondi con disprezzo considerandoli dei buzzurri. I secondi si ritenevano i veri difensori dei sacri confini della patria e ricambiavano l’affetto. Entrambi difendevano interessi di parte. I mercanti di Lubecca, Amburgo e Brema si scambiavano apprezzamenti ai limiti del razzismo con gli industriali della Ruhr, della Sassonia e della Prussia. Ciò è collegato anche al razzismo odierno. Il nero, che lascia il Mali devastato da un modello economico predatorio verso il sud globale in cerca di lavoro in Europa, è visto come l’approfittatore dell’assistenza pubblica italiana. La vittima del sistema che ha arricchito chi ha scassato lo stato sociale europeo a suon di detassazioni, passa per il carnefice dello stesso stato sociale. Mi sembra un meccanismo di ribaltamento tipicamente razzista.

Per un nuovo liberalismo

Anche il liberalismo non esiste di per sé, ma solo come tentativo di soluzione per problemi che si presentano nella vita di tutti i giorni. I giorni cambiano e cambiano i problemi, dunque è normale che anche il liberalismo abbia potuto e potrà cambiare. Ne esistono dei tratti fondamentali, certo. Intanto, l’individualismo. “Senza individualismo non vi è liberalismo”. Poi, l’impossibilità di coincidenza con la democrazia. “Il punto d’incontro più alto fra liberalismo e democrazia, conferma che un’identificazione tra i due termini è impossibile”. Infine, la libertà come precondizione della democrazia: non l’uguaglianza. “È la libertà e non l’uguaglianza a determinare l’idea di democrazia”. Non si tratta dei contorni di una palude, ma delle coste di un mare vivo. Per dire che, appunto, problemi nuovi (innescati dalle soluzioni ai vecchi) richiedono nuove soluzioni ed il processo ridefinisce mezzi e fini. Liberale era Raymond Aron, secondo cui la società industriale moderna ha reso antiquato il rapporto tra libertà formale e sostanziale: i diritti “formali” riguardano la vita concreta delle persone e sono quindi “sostanziali”. Se però lo Stato non ha la possibilità di intervenire per sanare le disuguaglianze di fatto, quei diritti tornano soltanto “formali”. Impiegati, operai e tecnici non possono godere effettivamente degli stessi diritti di politici, industriali e managers. Solo con interventi in tal senso lo Stato può far coesistere liberalismo e democrazia, altrimenti prevarrebbe la forma di quest’ultima più radicale. Sarà pure estremo, ma da questo punto di vista il liberalismo può incorporare molte istanze socialdemocratiche senza rinunciare ad alcun principio fondamentale: è ciò che avvenne tra gli anni ’30 e ’80. Poté avvenire grazie al confronto con la realtà comunista. La presenza dell’Urss ed il peso politico dei movimenti socialisti costrinsero le democrazie capitaliste a integrare elementi di compromesso. Con il crollo del muro, una parte delle élite occidentali interpretò la fine della Guerra Fredda come la vittoria definitiva del liberalismo più individualista. Fondato su disciplina monetaria, riduzione del ruolo dello Stato, sfiducia verso pianificazione e redistribuzione. L’Ue è la realizzazione pratica di quel paradigma: indipendenza della Bce, stabilità monetaria, disciplina fiscale, limitazione degli aiuti di Stato, libera circolazione dei capitali, centralità della concorrenza interna ed esterna. Il mondo per cui quell’architettura era stata costruita non esiste più. La Cina è diventata una potenza concorrente, la globalizzazione si è frammentata, il costo dell’energia è cambiato radicalmente, la protezione americana non è più garantita e gli Stati Uniti stessi stanno tornando a pratiche protezionistiche e di politica industriale. Occorre reagire e farlo con responsabilità storica, verso la dignità culturale europea e morale, nei confronti del benessere di un continente di 500 milioni di persone. Occorre avere senso della storia e di solidarietà, per tornare a riflettere sulle origini del liberalismo e proporre soluzioni aperte al sacrificio del singolo per il bene comune. Trump pensa di rappresentare il popolo più di quanto non lo faccia il Congresso e si percepisce giustificato ad eludere il controllo della Corte Suprema quanto i limiti della Fed. I suoi oppositori intendono le altre istituzioni come organi di limitazione alle istanze popolari piuttosto che alle pretese egemoniche di un presidente megalomane. La soluzione non può essere né la rimozione della separazione dei poteri, né l'attuale Ue, nella quale la frattura istituzionale trova compimento giuridico. Il liberalismo classico prevedeva sì la separazione, ma non la frattura tra poteri. Dovevano essere autonomi, ma non del tutto indipendenti. Un ottimo esempio è la Magistratura italiana: un organo indipendente dal controllo legislativo ed esecutivo, ma dotato di forte contrappeso interno grazie alla convivenza tra parte inquirente e giudicante nel Csm, a sua volta integrato dal potere legislativo (membri laici di nomina parlamentare) e presieduto dal Presidente della repubblica. Il governo italiano dovrebbe proporre una riforma simile per la Bce ed aggregare intorno a questa un gruppo di paesi rilevanti: Portogallo, Spagna, Francia, Grecia. Invece ha provato a passare con il rullo compressore sul Csm ed è in continua competizione con Parigi e Madrid, deridendo gli incespichi di Macron e Sanchez. Perché, inutile negarlo, il liberalismo più individualista dissolve l’idea stessa di responsabilità, senso della storia e della solidarietà sociale. Figuriamoci l’idea della cooperazione tra Stati.

Generazione Z

Quando se ne vanno certi personaggi menomati nel fisico, ma non nella testa e, anzi, con una forza mentale tale da convincersi a “mettere in pratica” le proprie difficoltà, dando loro un “senso” altrimenti inesistente, a me rimane un pizzico d’amaro in bocca. Perché la potenza delle imprese riuscite mette in ombra qualcosa di più difficile da notare e forse per questo motivo anche più elevato. Quando ti trovi bloccato nelle tue aspettative fisiche immediate da un corpo che non ti segue, beh, credetemi, ti scoppia dentro un turbinio nervoso dalle conseguenze tremende, in grado di spingerti sull’orlo dell’abisso. E se non fai il passo decisivo è per l’affetto incondizionato ed il lavorio incessante di persone che ti amano ingiustificatamente. Così, con un continuo processo di problemi sempre nuovi, tentativi di soluzione e mezzi e fini continuamente ridefiniti gli uni dagli altri, persone apparentemente consumate dalla vita ne sono i veri consumatori. “Tutto per niente, per poi morire”, verrebbe da dire. È proprio vivendo, in realtà, che quel “niente” può diventare “tutto”. La parte più autentica, bella perché vera, di questo processo rimane oscura per chi guarda da fuori.
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