Montezemolo vuole entrare con la sua Italo nella rete ferroviaria statale tedesca per farvi correre 30 treni ad alta velocità. La Germania non è proprio d’accordo. Allora l’ex manager Ferrari ha rilasciato un’intervista al Corriere. Illuminante, per diversi motivi.
In pratica il rampollo dei marchesi di Montezemolo loda la concorrenza in quanto “principio sano e naturale”, capace di migliorare la qualità della vita quotidiana dei cittadini (al di là delle ingerenze dei governi nazionali), delinea come positivo per la crescita generale il fatto che alcune aziende estere ne rilevino di italiane e viceversa e si lamenta del tentativo del governo tedesco di bloccare Italo.
Ora, è proprio vero che Italo è un'azienda nata senza alcun tipo di assistenza pubblica? È davvero frutto della lotta per la sopravvivenza in un mercato concorrenziale? Italo è stata fondata grazie ai capitali di fondi d’investimento, imprenditori già ricchi (Della Valle) e banche (Intesa). In seguito sono entrati Allianz e Blackrock, gestori di piani assicurativi e pensionistici di milioni di persone. Infine il settore ferroviario è strutturalmente monopolistico perché la rete l’ha costruita lo Stato.
Fondi, imprenditori e banche investono quando sono sicuri di un ritorno, sapevano benissimo che l’alta velocità sarebbe stato un progetto favorito da regolamenti europei e di certo non saranno passati sottotraccia gli appoggi e gli accessi di cui godeva Montezemolo. Non per nulla sta usando il giornale più diffuso in Italia per pressare il governo tedesco. Ciò ha poco a che vedere con la concorrenza, come la dichiarazione di ottimismo sulla riuscita dell’operazione: “sa, abbiamo tra i nostri azionisti la maggiore compagnia d’Europa che si chiama Allianz ed è tedesca”. Questo è un argomento politico, non di concorrenza.
Se prendiamo sul serio l'idea del mercato concorrenziale, dovrebbe essere irrilevante chi siano gli azionisti. Il fatto stesso che Montezemolo lo menzioni suggerisce che egli sa bene che l'accesso ai mercati non dipende soltanto da prezzi, qualità e produttività. Ci vogliono rapporti tra governi, peso politico degli investitori, capacità di lobbying, relazioni privilegiate, informazioni preventive: tutto ciò non manca a Montezemolo.
Poi Luca Cordero pone al giornalista una furbesca domanda retorica: “il governo tutela gli interessi della Germania o dei tedeschi?”. Se il servizio ferroviario fosse gestito da privati, questi potrebbero concentrare le tratte dove conviene. Ovvio che anche il pubblico concentra i servizi, ma perlomeno questo ha obblighi sociali. Si potrebbe pensare di lasciare la costosa alta velocità ai privati e il pubblico libero di concentrarsi sulle zone trascurate, ma se le tratte più frequentate e onerose sono fonte di guadagno per il solo privato, come potrebbe sostenersi il pubblico? I prezzi scenderanno, ma per chi usa l’alta velocità: a che classe sociale e fascia di reddito appartengono?
Più che altro mi colpisce la visione poco scientifica tanto degli individui (umani e materiali), quanto delle leggi economiche (concorrenza = calo prezzo = miglior qualità della vita). Elementi da sottoporre tanto ad analisi storica, quanto a verificazione empirica, come "la concorrenza è un fatto naturale", sono passati a ideologia per cui salta ogni distinzione basilare tra descrizione obiettiva e prescrizione normativa.
Una cosa è dire "in questo settore, in queste condizioni storiche, la concorrenza ha prodotto una riduzione dei prezzi". Un’altra è dire “la concorrenza è naturalmente benefica". La prima è un'ipotesi verificabile. La seconda è un’idea particolare della società eletta a norma generale. Per Montezemolo l’Europa dovrebbe guardare ai fatti e non produrre ideologia: inizi prima lui.
Un ottimo punto di partenza sarebbe sottoporre concetti quali "concorrenza", "efficienza", "interesse dei cittadini" o "naturale" a indagine storica ed empirica anziché farne principi autosufficienti.
Le vicende del Partito Socialista spagnolo e del premier Sanchez sono utili per l’Italia e per l’Europa. In particolare merita menzione il fatto che Felipe Gonzalez, storico ex segretario del Psoe, abbia suggerito a Sanchez di convocare le elezioni il prima possibile. La stessa cosa desiderata dall’altro storico leader del Partito Popolare José Aznar secondo cui, pur di governare, il centrodestra potrebbe allearsi con gli estremisti di Vox. Sanchez non vuole e non ha torto. I sondaggi e le recenti elezioni regionali suggeriscono che il Psoe verrebbe sconfitto dal Pp alleato a Vox: soltanto un socialista pazzo potrebbe andare al voto proprio mentre la stampa martella il suo governo per un scandalo interno.
Allora, perché Felipe Gonzalez ha proposto al segretario di infilare la testa esattamente nella bocca del coccodrillo? Non è pazzo, è soltanto coerente con la sua cinquantennale storia politica. Dagli anni ’70 si occupa infatti di trasformare la sinistra nella destra o, se non fosse possibile, spalancargli le porte del palazzo. E gli riesce davvero benissimo!
Segretario del partito per ben 23 anni, già nel 1979 ebbe una splendida idea di sinistra: rinunciare al marxismo. Nei cinque anni precedenti si adoperò affinché il Psoe potesse egemonizzare l’area di sinistra. Il Partito Comunista fu cannibalizzato e Partito Socialista Popolare e Socialista Catalano costretti a federarsi al Psoe. Allora propose la rinuncia a Marx che venne inizialmente rifiutata. Gonzalez si dimise, convocò il congresso e venne rieletto con la maggioranza sufficiente per seppellire per sempre Marx.
La fortuna arride agli audaci e, nel 1982, la coalizione di centrodestra Ucd si sfalda, perde il governo e convoca le elezioni nazionali: il Psoe trionfa con la maggioranza assoluta dei voti. Come nel ’86 e ’89. Altra vittoria nel ’93 e Gonzalez fu capo del governo dal ’82 al ’96. A livello interno continuò la politica egemonica inglobando Socialdemocratici e Centristi della peggior specie.
A livello esterno varò una serie di riforme per rendere più moderno il mercato del lavoro, sostenibile il sistema pensionistico e aumentare la produttività. Questa politica causò enormi tensioni con il sindacato finché il segretario lo accusò apertamente di “espandere l'economia a spese dei lavoratori”. Soliti sindacalisti. Infine si rimangiò prontamente la promessa di non portare la Spagna nella Nato.
Nel 2000 il Psoe elesse un nuovo segretario, José Zapatero. Al governo dal 2004, produce una quantità industriale di leggi per i diritti individuali: adozioni e matrimoni omosessuali, aborto, divorzio, cannabis, eutanasia, generalità per transgender e diritti per le scimmie antropomorfe. Poi, l’ossessione per le regole: parità di genere, fumo, modelle magre, panini grassi, pubblicità sexy, gomme masticabili, siesta, immigrazione, monumenti storici.
Regola tutto, tranne il mercato. Alimenta, con incentivi e sgravi fiscali, la pericolosa bolla del settore edilizio, giunta a rappresentare l’11% del pil e poi esplosa nel 2008. Stessa ricetta per il settore auto, imbottito di sovvenzioni in cambio di investimenti spesso rimandati dalle case produttive. Cede poi al mito per cui un paese diviso e poco abituato alla concorrenza avrebbe giovato dalla concessione di autonomie locali in base a competenze e investimenti pianificati.
Il punto è che anche la sinistra spagnola ha finito per abbracciare una visione sempre più individualistica della società. La solidarietà keynesiana è stata progressivamente sostituita dalla libertà di mercato. Alla centralità della classe operaia si è sostituita quella delle minoranze identitarie, all’obiettivo della piena occupazione quello della tutela della concorrenza. La politica ha smesso di essere uno strumento per trasformare la realtà e si è trasformata in terapia per renderla più sopportabile.
Il futuro d’Europa sarà giocoforza legato al recupero di una solidarietà tra nazioni che è patrimonio storico della sinistra politica, del socialismo democratico e del liberalismo riformato di Keynes. La sinistra europea pare aver eletto a nuovo faro quel Pedro Sanchez rinnegatore di Gonzalez, ma non di Zapatero. Sanchez è molto più interventista della vecchia guardia del Psoe (tasse sulle banche, tetto ai prezzi del gas, aumento del salario minimo), tuttavia non è tornato al socialismo dei lavoratori, ma a un intervento di mercato.
Sotto la sua guida la Spagna ha saputo ottenere importanti vantaggi, soprattutto nel settore energetico. In realtà questi risultati vengono utilizzati in funzione della politica interna. Se Sánchez proponesse di condividere con il resto d’Europa tecnologie, infrastrutture e capacità energetica per favorire l’autonomia del continente, il suo governo cadrebbe all’istante.
La solidarietà richiede cooperazione tra nazioni e classi sociali. La sinistra di governo l’ha sostituita con una competizione regolata tra individui. La sinistra radicale, da Mélenchon a Wagenknecht, non punta a costruire un’autorità europea capace di riequilibrare il continente, ma a rafforzare lo Stato nazionale affinché possa liberarsi dei vincoli esterni e spendere in deficit.
In entrambi i casi, la solidarietà finisce per arrestarsi al confine nazionale. Ed è proprio lì che comincia il problema dell’Europa contemporanea.
La Spagna abolì nel 2005 la siesta per i dipendenti del settore pubblico, l’abitudine che prevedeva la riduzione delle attività tra le 12 e le 15.
Ignacio Busqueras, capo della Commissione per la razionalizzazione degli orari, la definì “fascista/franchista” e “sessista”. Poi, contraria al benessere umano: dopo l’abolizione ognuno “avrà finalmente diritto a 8 ore di sonno, lavoro e svago”. Inoltre, sono riconducibili ad essa la bassa “produttività, la bassa natalità, le separazioni, l'abbandono scolastico e l'alto tasso di incidenti stradali”. Per finire, era ora di adattare gli orari spagnoli a quelli “di riferimento per il mondo imprenditoriale”.
La siesta non è fascista, a meno di considerare tale anche la liturgia delle ore di San Benedetto, nella cui suddivisione del giorno l’ora sesta era proprio quella tra le 12 e le 15. La pausa del dopo pranzo è usanza diffusa dal Sudamerica al Sud-est asiatico, quindi molto prima e molto oltre i tempi e i luoghi nei quali visse Franco.
La siesta non è sessista, a meno di considerare una conquista per la moglie il fatto di poter lavorare i campi quanto il marito o il fatto che lui possa sistemare i tovaglioli mentre lei finisce di sarchiare 40 ettari. Semplicemente la Spagna, la Francia del sud, l'Italia sono sempre stati paesi poco industrializzati, coltivati a latifondo e basati sull'agricoltura, quindi era ovvio che il lavoro nei campi fosse in capo agli uomini e le faccende domestiche alle donne. Questo modello non era certo un'idea dei servi della gleba.
La siesta non è incompatibile con i ritmi biologici, l’uomo non si è evoluto per rispettare le scadenze delle 8 ore: non siamo robot con un interruttore. Quello delle 8 ore è un mito della società industriale dell’ottocento. Esistono ricerche scientifiche secondo cui l’energia fisica cala nel periodo centrale della giornata indipendentemente dalla digestione e storiche secondo cui il sonno è stato continuo, bifasico, segmentato…
La siesta non danneggiava la serenità familiare, facendo esplodere tensioni e portando al crescere di divorzi e al crollo della riproduzione. Forse la siesta era una delle ultime occasioni familiari per condividere le stesse contraddizioni innescate dalla società del consumo e non mi pare la situazione di fertilità della popolazione autoctona spagnola sia migliorata dopo l'abolizione, anzi.
Infine, Busqueras è un imprenditore e ciò sconfessa il suo tentativo di mettere la discussione sul piano del confronto tra fascismo e democrazia. L'imprenditore, il lavoratore, la famiglia o la siesta non sono entità da giudicare in astratto, ma elementi il cui significato dipende dai rapporti economici in cui si trovano. La siesta non è né giusta né sbagliata, ma adatta ai rapporti tra elementi richiesti da un sistema economico basato su agricoltura e latifondo. Nemmeno il sistema o i singoli elementi sono giusti o sbagliati di per sé, ma adatti a perseguire gli scopi che una società si impone.
Per questo può essere interessante chiedersi quale idea di essere umano stia dietro ai diversi argomenti: una figura definita principalmente dalla sua funzione produttiva, oppure una figura con esigenze fisiologiche, relazionali e culturali non coincidenti con la massimizzazione della produttività. Questa è una questione filosofica e politica molto più ampia del dualismo tra progresso e arretratezza.
Chi era a capo del governo spagnolo che sterilizzò il dibattito politico anche su tematiche minori quali la siesta? Zapatero. A me gli Stati Uniti sono oltremodo indigesti, ma da qui a tifare per Zapatero ne passa.
Buona parte della teoria del liberalismo si basa sull’idea che agli uomini spetti il riconoscimento di alcuni diritti. Agli uomini in quanto uomini. Chiamiamolo “naturalismo”. Il liberalismo è comunque passato per un’evoluzione storica. Quando guadagna consensi fra i ceti medi europei del primo Ottocento, deve adattarsi ad un moderatismo col quale condivide poco oltre la paura della democrazia. Alla base di questo timore sta una concezione secondo cui l’uomo, prima che individuo, è membro di una comunità con degli specifici tratti che vanno oltre i diritti del singolo. Chiamiamolo “tradizionalismo”. Se il liberalismo è teoricamente legato al naturalismo, lo è praticamente anche al tradizionalismo e questa contraddizione è ancora viva al suo interno.
Nel senso che alcune anime belle liberali dicono "cari tradizionalisti, i vostri legami culturali, storici non hanno alcun valore", mentre alcune cattive coscienze tradizionaliste controbattono "cari liberali, i vostri diritti naturali non hanno alcun valore". Così vengono delegittimati sia gli aspetti di utilità al vivere comune delle tradizioni, sia del ritenere gli uomini portatori di diritti inalienabili e inviolabili.
Soprattutto, viene dato spazio alla retorica con cui le élite liberali di governo, specialmente in Europa, danno dei sovranisti ai movimenti che si richiamano alla tradizione per manifestare preoccupazioni relative all'immigrazione, oppure del rossobruno a chi non vede nei diritti naturali inscritto anche quello di libera circolazione dei capitali.
Che fare, dunque, per uscire dalla retorica? Rivedere la teoria e la pratica. Intanto, quello di Bruxelles è un tipo di liberalismo fondato sulla concorrenza (correttivo a monopoli, scarsa innovazione, prezzi alti) e sul mercato (garanzia per l’equilibrio sociale). Questo liberalismo è adatto a determinati periodi storici e proprio la sua crisi, visto che concorrenza e mercato non riescono ad evitare concentrazioni di potere e diseguaglianze estreme, permise alle società del Novecento di integrare principi di riformismo sociale e pubblico intervento senza diventare dittature.
Poi, va benissimo proporre il recupero di istanze relative al sovranismo e alla tradizione per superare l’attuale assetto dell’Ue. Con quali applicazioni pratiche, però? L’Ue nasce come strumento per garantire la concorrenza tra Stati membri, tutti si sfidano a chi esporta di più e gli squilibri vengono incentivati: chi importa troppo è costretto a “riforme strutturali” che abbattano la domanda interna e chi ha la bilancia commerciale attiva è indicato come modello di efficienza.
Una possibile soluzione almeno in parte lenitiva consiste in un meccanismo compensativo keynesiano. Nella pratica si tratta di istituire una soglia massima di import/export per ogni paese europeo. Se esporti troppo, devi contribuire a investimenti nei paesi che importano. Se importi troppo, devi investire per ridurre la dipendenza. L’obiettivo di chi si richiama al sovranismo ed alla “vera sinistra” è questo?
Perché insistere a rispettare il patto di stabilità credendolo utile alla crescita è da anima bella, ma proporre per l’Italia di nazionalizzare qualche gruppo industriale, tornare al gas russo e incentivare l’immigrazione “regolare” per tornare più competitivi di Germania, Francia e Spagna è da cattiva coscienza. Sovranismo e tradizione devono essere recuperati per superare un modello politico concorrenziale, non per rinforzarlo.