Grazie Piersilvio, davvero grazie mille per le ultime tre serate che ci hai regalato, grazie per aver creato un monopolio radioteletabletsmartvisivo che va dal Manzanarre al Reno, grazie per aver dimostrato che il risultato economico del privato non è l’unica via d’acceso al benessere pubblico, grazie per il cinismo cui ricorri a piene mani pur di vedere salire i ricavi e grazie per il modo ridicolmente patetico con cui cerchi di dissimularlo, enfatizzando valori come rispetto di sé, fiducia, altruismo, solidarietà, famiglia e stabilità di rapporti e relazioni: tutto ciò che i tuoi palinsesti disintegrano furiosamente.
Ci proponi un gustosissimo gioco a premi che non richiede alcun tipo di ragionamento, a parte l’intuito di azzeccare cinque parole messe in fila, non ispira alcuno spirito di gruppo nei concorrenti, dato che devono soltanto essere più veloci degli altri per farli fuori o sperare capiti loro la sfortuna della bancarotta, e spinge al massimo sul desiderio maschile per il corpo di una modella piazzata di fronte al tabellone.
Poi c’è il piatto forte di Temptation Island! Prendi delle coppie che di fatto non lo sono già più o comunque mai lo sono state, a sentire i discorsi lunari che fanno e vedere come si rapportano. I partner sono tutti uguali e non hanno nulla con cui occupare la giornata a parte chiedersi cosa stia facendo il partener. Inserisci queste coppie in un ambiente formale (tutti sanno di venire tentati) e ripreso da tutte le angolature h24, ma ci racconti che stiamo assistendo ad un “vero viaggio nei sentimenti”. Durante il tragitto altro non vediamo se non l’idea di una fedeltà malata, fatta di possesso del corpo altrui: da “io devo essere fedele a te perché tu sei il mio limite” a “tu devi essere fedele a me perché io non ho limite”. La fedeltà assume valore non perché permette di superare una scappatella, ma perché innesca in chi la percepisce violata una reazione furibonda: grasso che cola per le visualizzazioni. Trasmetti, Piersilvio, agli adolescenti che ti seguono il concetto per cui avere una relazione consista nel controllare ossessivamente il compagno, stargli sempre addosso perché non possa essere infedele (cioè disonorare la mia immagine).
Questo investimento di energie per tenere sotto la lente il partner, questo tentativo di evitare le tensioni è ciò che effettivamente sfibra le relazioni e genera proprio le tensioni che potrebbero essere evitate impegnando parte delle energie per seguire la famiglia, i figli, i suoceri e mantenendo cerchie vitali di amici del calcetto o amiche della palestra. Cioè non stando sempre a stretto contatto e non incentrando tutto sulla fedeltà.
La Meloni, ospitando il premier portoghese, ha dichiarato di essere con lui concorde riguardo il sostegno incondizionato all’Ucraina (difesa sempre legittima), ma anche molto preoccupata per la situazione del Medioriente (l’Iran può difendersi, ma l’aggressore ha anche dei diritti, povero diavolo). Al di là del fatto che il diritto alla difesa valga, per Fratelli d’Italia, davvero soltanto “per le persone per bene”, io mi chiedo: com’è possibile che la presidente sia più preoccupata per il Medioriente che per l’Ucraina?
La bomba atomica ce l’hanno Putin e Trump, non Zelensky e l’Iran: a rigor di logica e cinismo, l’Italia dovrebbe frenare Zelensky e Trump, non Putin e l’Iran. In realtà continua il ridicolo gioco dei nani a tirare le gonne di Biancaneve per riceverne carezze.
L’Italia e Israele sostengono il pericolo più grave di tutti sia quello a loro più prossimo, affinché gli Stati Uniti non vi si ritirino. Nel sistema di difesa comune europeo, l’Italia sarebbe alla mercé di Francia e Uk per le capacità nucleari, delle forze convenzionali tedesche e delle isterie dei baltici. Meglio sudditi sostanziali che sovrani formali.
L’agguato ucraino ad una nave cargo iraniana nel Mar Caspio, inoltre, testimonia qualcosa. Zelensky è paragonabile a Putin, nel senso che entrambi sono a capo di una cricca che rappresenta il miglior compromesso tra gli interessi di lobby e gruppi di potere interni ed esterni ai loro paesi. A tali gruppi importa nulla delle sorti delle rispettive popolazioni, basta poter mantenere il controllo sulle dinamiche di conflitto interno e una certa indispensabilità nel sistema politico internazionale. Putin è importante per l’Europa, gli Stati Uniti, la Cina: i potentati europei possono spingere sul riarmo, le coalizioni di volontari, le privatizzazioni, il superamento dell’unanimità eccetera; gli americani lo lasciano tranquillamente minacciare gli europei; i cinesi guadagnano dalla dipendenza di Mosca. Zelensky è utilissimo in quella che è a mio avviso la strategia politica estera americana: creare un grande caos.
Nemmeno sente l’esigenza di dissimulare: almeno avrebbe potuto dire che la nave iraniana stava portando droni in Russia da sparare verso Kiev, per mostrarsi come costretto da esigenze di autodifesa dagli alleati del suo aggressore. Adesso va di moda. Invece no! L’ambasciatore ucraino in Israele ha affermato che la nave muoveva verso l’Iran. Ha poi aggiunto “Israele e Ucraina stanno combattendo lo stesso nemico".
Ecco, di questo sono convinto anche io. Infatti Zelensky è paragonabile anche a Netanyahu e come lui risponde perfettamente all’esigenza americana di mantenere sanguinanti le ferite est europea e mediorientale. La Meloni, dicendosi preoccupata solo per la seconda, partecipa e legittima al gioco dei nani, con il colmo di rendere omaggio alla reale fonte di preoccupazione per l’Italia.
Biden, Trump, Zelensky e Netanyahu sono stati e sono per l’Italia molto più pericolosi di Putin e l’Iran. Gli americani hanno influito sulla salita al potere di Zelensky, l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e nella Ue, assecondato le pretese del governo di Kiev verso il Donbass e riempito il paese di armi facendo saltare gli accordi di Minsk e Istanbul. Gli ucraini hanno fatto saltare il North Stream 2, del quale l’ex segretario Usa Rex Tillerson ebbe a dire “è una minaccia per l’Europa” (2018, prima presidenza Trump). Israele ha reagito al 7 ottobre con un imponente programma di espansione verso Libano, Iraq e Siria, allargando la guerra all’Iran e mobilitando l’islam radicale contro i paesi occidentali.
Ho fatto un post riguardante la formula uno nel quale scrivevo che, al pari di tutti gli sport, dovrebbe rispondere al criterio della drammaticità. Come un dramma teatrale, dovrebbe rappresentare delle persone che impiegano doti eccezionali per raggiungere traguardi inaccessibili. Vincitori e perdenti sono eroi e sconfitti, trattati con rispetto e pietà. Il loro misurarsi con prove difficili dovrebbe ispirare nel pubblico la voglia di riempirsi la vita dei migliori obiettivi, delle sfide più complesse, dei confronti più stimolanti. Senza sete di guadagno e timore del fallimento, sicuri poi di meritare la considerazione altrui solo per aver intrapreso una strada impervia e rischiosa. Secondo me la formula uno del 2026 ha perso drammaticità.
Molti mi hanno risposto dicendo: “prima guida un’auto di formula uno e poi potrai parlare”. Qui però non si tratta di capacità fisiche, si tratta di capacità di intuire il drammatico della nostra vita e, forse, sopravvivere 30 anni ad una malattia rara che ne prevedeva 15 mi ha aiutato a sviluppare una minima capacità intuitiva del dramma.
Mi ha fatto vedere e conoscere persone che hanno spinto il proprio corpo verso limiti pericolosi pur di raggiungere traguardi alla loro portata intellettuale, senza accettare il primo “per te va bene così” o la prima proposta di accesso alle semplificazioni. Persone che lottano contro rimpalli burocratici condotti da persone sane che condannano, a colpi di firme ritardate, altri più sfortunati a temere la fine della loro vita. Famiglie che sacrificano tutto pur di permettere ai membri più deboli di vivere minimi aspetti di normalità. Senza aspettarsi nulla in cambio, perché i figli sanno perfettamente che oltre i sacrifici non ci saranno cure, come i genitori sanno che per loro non ci saranno pubblici elogi.
Il senso di questo post è che, quando si parla di fini ultimi, di come il mondo dovrebbe essere costruito e di cosa debba essere considerato virtuoso o meritevole di rispetto, non ha senso espellere dal dibattito chi non avrebbe le giuste competenze. Le competenze per discutere di fini ultimi si ottengono solo discutendo di fini ultimi. Non significa tutti possano dire tutto di tutto, ma se solo gli esperti possono parlare di fini ciò vuol dire farne dei mezzi.
Non è una difesa della disabilità in genere o, peggio, di quella che riguarda me. È una difesa della democrazia, perché chiunque nel proprio piccolo può intuire il dramma ed i suoi protagonisti.
Se si è a favore di Roggero contro i rapinatori, ma anche delle forze dell’ordine contro Fakir (senza voler neanche saperne delle indagini) perché “è ora di dare una regolata ai malfattori, ai criminali, ai drogati e agli immigrati”, allora qualcosa non torna. Sostenere Roggero (farne cioè l’incarnazione di rivendicazione politica) significa negare l’autorità esterna della polizia, sancirne l’illegittimità della prerogativa di tutelare la sicurezza e impedirne il mantenimento dell’ordine sociale. I poliziotti che hanno arrestato Fakir, su cui saranno svolte delle indagini, non avrebbero potuto agire come Roggero agi verso i rapinatori.
Ipotizziamo non ci fossero altri metodi per eseguire l’arresto, il personale medico fosse stato impossibilitato ad evitare la morte di Fakir e quest’ultima fosse inevitabile. I cittadini si sono affidati alle autorità terze, le quali hanno evitato che Fakir potesse mettere gli altri in pericolo. Non hanno evitato potesse morire, ma la morte, per quanto tragica, è avvenuta nel tentativo di evitare il caos e in presenza dell’ambulanza. Se quanto ipotizzato risultasse vero, l’ordine sarebbe stato garantito. Se risultasse falso, occorrerebbe analizzare a fondo il singolo caso e le modalità generali di ingaggio di polizia e soccorritori.
Insomma, bisognerebbe assicurare che le forze dell’ordine riescano davvero a garantirlo, l’ordine. Se invece si fa di Roggero un simbolo politico, si propone che il cittadino che si fosse sentito minacciato da Fakir avrebbe potuto cacciare il revolver in mezzo alla strada e rincorrere a fucilate il disturbatore, fino al termine del pericolo. Un altro cittadino ignaro avrebbe potuto sentirsi minacciato dai proiettili fischianti e pensare di sparare con la sua colt a chi sparava a Fakir. Un altro avrebbe potuto spaventarsi e chiamare la polizia per inseguire i pistoleri. I quali avrebbero potuto ferire un passante, il quale avrebbe a sua volta chiamato un’ambulanza. Magari si sarebbe messo ad urlare. E qualcuno avrebbe potuto percepirla come una minaccia…
Sarebbe questo l’ordine a cui pensano Salvini e Vannacci? Permettere a chiunque di difendersi come vuole e non indagare mai i poliziotti? Mi sembra la ricetta per un casino pazzesco.