Il sorpasso alla giapponese

“Dazi e guerre, ma l’export vola!” titolava il tg5, commentando i prodigi dell’export italiano balzato al quarto posto della classifica degli squilibri. Perché la strategia di puntare tutto sulle esportazioni è naturalmente antidemocratica per il paese che la persegue, punta sulle necessità croniche o la deindustrializzazione dei paesi che la subiscono ed innesca pericolose reazioni di protezione tra blocchi commerciali. Agevola soltanto le aziende parte del meccanismo, non certo lavoratori e classe media cui impone disciplina salariale, taglio della spesa pubblica e compressione della domanda interna; agevola anche la grande finanza che si occupa di gestire i flussi di ritorno di capitali verso chi importa ed il finanziamento dei deficit e non è nemmeno lungimirante, dato che prima o poi il castello di carte delle disuguaglianze tra Stati su cui poggia verrà travolto da crisi di produzione o della domanda dei mercati esteri. L’unica mossa lungimirante sarebbe quella di proporre, ora che si è in posizione di forza, un meccanismo di compensazione import/export che impegni chi registra grossi surplus a sostenere chi patisce deficit: ci guadagnerebbero tutti, gli esportatori si garantirebbero mercati più stabili, smettendo di imporre austerità alla popolazione e gli importatori potrebbero ricostruire le proprie industrie senza battaglie daziarie. Ma non accadrà mai, occorrerebbe abbattere il privilegio del dollaro ed inimicarsi i fondi d’investimento che comprano titoli di debito e aziende italiane in difficoltà. Accadrà, per semplice funzionamento del capitalismo, che alla prossima crisi della bilancia commerciale tutta l’impalcatura moralista costruita sull’esaltazione dell’export (dal virtuosismo del rapporto deficit/Pil al 3% al plauso per le poche pretese e la laboriosità calvinista) ci verrà rovesciata in testa: abbiamo voluto troppi agi, speso troppo per le pensioni, lavorato poco efficacemente, serve la spending review, i giovani sono sfaticati eccetera eccetera. Intanto festeggiamo la cucina patrimonio dell’Unesco e la trasformazione della nostra economia in prodotti d’eccellenza che garantiranno rendite sempre più elevate ad elite sempre più ristrette ed ammanicate ad una politica che semplicemente ignora la perdita di consenso e voti della grande massa, dei licenziati dalle fabbriche di acciaio o automobili in dismissione. Viva il Made in Italy, sigh!

Ambo!

L’Italia sbaglia a mio avviso tanto da destra quanto da sinistra. Il governo Meloni è accanitamente realista ed è una posizione molto interessante, anche razionale. Potrebbe l’Unione europea, dopo anni di austerità masochista, di teoria e prassi della competizione interna tra Stati che hanno prodotto la totale crisi di valori come la solidarietà politica tra popoli con interessi diversi, potrebbe mai ricreare ADESSO ciò che ha distrutto negli ultimi due DECENNI? La premier risponde chiaramente no e non saprei che torto darle. E se l’Europa continuasse con la solita musica al suo interno, provando a mettere i bastoni tra le ruote agli Stati Uniti, allora meglio chiamarsene fuori e dare ragione a Trump. Meglio con gli Usa e contro Russia e Cina piuttosto che in Europa e contro Usa, Russia e Cina. Il partito di opposizione nazionale, il PD, propone, tramite la segreteria Schlein, idee alternative ed innovative. “O l’Europa fa un salto in avanti di integrazione politica oppure rischia di essere schiacciata”. Giusto! “L’Europa sarà federale o non sarà. Significa proseguire nella strada degli investimenti comuni europei come il Next Generation EU per puntare sull’autonomia strategica europea”. Bellissimo! “Nessuno Stato da solo avrà la forza di competere con Usa, Russia e Cina”. Ecco, qui casca tutto. La Schlein è retriva e vorrebbe rinforzare l’Europa soltanto per iscriverla ad una zuffa infinita contro altre potenze, una gara a chi conquista prima i mercati più grandi e costruisce il sistema di deterrenza militare più efficace ed un’eterna competizione tra complessi industriali, da vincere per “difendere la democrazia, il welfare europeo e i principi dello stato di diritto che tutelano tutte le cittadine e i cittadini”. Mi sembra la stessa logica e la stessa dinamica che ha prodotto gli squilibri nel commercio mondiale che hanno portato alla situazione odierna. La Meloni propone di battere Russia e Cina alleandoci con gli Usa. La Schlein propone di battere Usa, Russia e Cina alleandoci con l’Europa. L’Europa dovrebbe dotarsi al suo interno di un meccanismo di compensazione automatica degli squilibri import/export; poi dovrebbe proporre a Russia e Cina di parteciparvi; infine tutti dovrebbero obbligare gli Usa a parteciparvi. Un meccanismo secondo cui chi esporta oltre una determinata percentuale del proprio fabbisogno di un prodotto qualsiasi (elettricità, auto, vino), contribuisce ad un fondo che sosterrà gli importatori nella ricostruzione interna. Ci sarebbero da sopportare dei licenziamenti, dei limiti di produzione e la perdita d’importanza di alcuni prodotti di eccellenza, ovvio. Però i paesi europei non sono deboli come quelli africani o dipendenti da esportazioni come la Russia: possono assorbire le conseguenze senza pregiudicare il benessere degli europei. I licenziati potrebbero essere riassunti nei settori sguarniti e i costi di produzione (energia) abbattuti. Pechino e Mosca dovrebbero pagare qualcosa, ma garantirebbero ai propri colossi industriali ed energetici la domanda costante di un mercato florido e ricco come quello europeo. Inoltre scriverebbero le regole insieme a Bruxelles. Vedrebbero anche terminare il privilegio del dollaro senza sparare un proiettile. Quello della competizione commerciale tra Stati è un sistema antidemocratico, perché fa pagare alla popolazione scelte politiche di parte; ipocrita, perché i paesi in surplus lo sono grazie a quelli in deficit cui fanno la morale; anticristiano, perché non perdona la difficoltà e ne approfitta; antiumano, perché ignora la sofferenza di popoli costretti a migrare e prepara il terreno allo scontro frontale tra chi percepisce il deficit come dipendenza ed il surplus come vitale, più delle vite che muoiono per difenderlo.

Realismo e multilateralismo

Il privilegio del dollaro, il suo ruolo di riserva mondiale capace di mantenerne alto il valore indipendentemente dalla quantità, è ancora effettivo. Continua a rappresentare il 60% delle riserve di valuta internazionali ed il 90% degli scambi valutari a livello mondiale; i dollari fuoriusciti dagli Usa per le importazioni di beni, rientrano in buona parte sotto forma di acquisti di titoli di debito e di azioni di aziende americane. Questo fa crescere Wall Street, abbassa i tassi di interesse e rafforza la domanda di dollari nel mondo. E con ciò ritorniamo al privilegio del dollaro. Ultimamente, però, le cose si sono complicate. Cinesi, russi, arabi, indiani e compagnia hanno iniziato a rilevare pezzi vitali della finanza Usa, soppiantandone la struttura industriale e li hanno resi dipendenti dalle loro materie prime necessarie per Apple, Microsoft, Nvidia. Possono inoltre estrarre maggiori quantità di idrocarburi e mandare in crisi l’industria gas/petrolifera americana. Stanno cercando di sganciarsi dal sistema del dollaro (BRICS, SCO) e ormai sono dotati di tecnologie e ritmi di produzione militare in grado di minacciare seriamente la NATO. Al loro interno gli Usa sono sempre più diseguali, la ricchezza è concentratissima in poche località e oligarchie, le fabbriche sempre più vuote, il debito interno posseduto da fondi privati che fanno schizzare i tassi di interesse. Washington deve cominciare a scegliere: o il welfare e la reindustrializzazione o la NATO, l’occupazione degli alleati e le guerre per procura. Trump è realista e, con retorica della forza, ha denunciato la realtà e dichiarato la scelta: la NATO e le sue guerre non saranno più preoccupazioni americane. Ciò che importa sono la classe media ed il controllo di centro e sud America; con la Cina e gli altri la competizione sarà economica e non politica; ognuno avrà la propria zona di influenza: io lascio in pace voi e voi lasciate in pace me. Trump è scaltro: se riesce a mantenere Europa, Russia, Cina, India come Stati sovrani rivali, gelosi delle proprie prerogative nazionali e delle rispettive monete, allora li può battere o comunque contenere perché gli Stati Uniti sono più forti dei loro avversari singolarmente presi. Il privilegio del dollaro serve per resistere; per resistere serve il privilegio del dollaro. Ora, perché Trump attacca a testa bassa e senza sosta, tra tutti, solo l’Europa? Perché ne ha una paura bestiale! L’Europa lo terrorizza più della Cina. Non “questa” Europa, ma quella delle origini, del multilateralismo. Quel valore originario è potentissimo e, al di là delle sue storture, inefficienze, regole ottuse e tensioni nazionaliste, l’Unione europea rimane un grande progetto di cooperazione tra Stati pronti a cedere sovranità particolare per il benessere generale. Se l’Ue proponesse al suo interno un meccanismo di compensazione import/export come quello proposto da Keynes (il più grande degli economisti, diamine!), potrebbe tornare a crescere. Se proponesse anche a Russia e Cina di partecipare ad un meccanismo conveniente per tutti, per gli Usa sarebbe la catastrofe: dovrebbero scegliere tra la rinuncia al privilegio del dollaro (non previsto e avversato da Keynes) e la sottomissione ad una realtà economica più forte (Ue, Russia e Cina formerebbero un colosso). L’Europa deve difendersi con il cervello, unire il realismo di un mondo squilibrato negli scambi al multilateralismo inscritto nel suo dna. Costruire bombe e missili e dichiarare come Macron: “Imporremo dazi alla Cina se non investirà in Europa”, significa scendere al livello di Trump, dove lui vuole portarci e dove sa che può batterci. Lui vuole una nostra reazione furente. Ma in guerra può molto più la disciplina del furore, diceva Machiavelli.

Eurofuturo

UNA PROPOSTA PER IL FUTURO D'EUROPA Guardando alla situazione attuale della UE. 1) Dopo la nascita dell’euro, la normativa prodotta da Commissione, Consiglio e Parlamento ha istituito un regime, al di là delle pur presenti limitazioni, di concorrenza commerciale tra Stati e acuito tutto ciò con una stringente regolazione su deficit, aiuti di stato, finanziamento diretto della banca centrale, restrizioni tariffarie, accordi sulla produzione e tutto quanto di simile potesse aver alterato il mercato nella determinazione di prezzi, quantità prodotte, salari e distribuzione della produzione all’interno del mercato unico europeo. In linea di massima. 2) L’idea di fondo era probabilmente quella secondo cui la competizione avrebbe da sé selezionato le migliori aziende, figure professionali e tipi di produzione e allo stesso tempo stimolato innovazione e generato talmente tanta crescita, viste le condizioni tecnologiche e di accumulazione finanziaria nel Continente dei primi anni duemila, da garantire anche agli esclusi dal mercato una vita dignitosa. 3) La crescita e il benessere diffusi avrebbero anche mantenuto la concordia tra nazioni sempre bellicose finendo per stemperare tutte le contraddizioni utili alla vitalità di una comunità politica, capitale/lavoro, destra/sinistra e rendita/redistribuzione su tutti. L’impasse del comunismo cinese, la caduta di quello sovietico, la dissoluzione dei Balcani e la protezione armata della Nato avrebbero dovuto liberare nuove immense aree da lacci alla legge del mercato e assicurare da ogni tipo di minaccia esterna. 4) Questo non è successo purtroppo, oppure sarà successo per alcuni segmenti di popolazione e secondo alcuni parametri macroeconomici (Pil, occupazione, bilancia commerciale), ma non convince tanto i vinti (Italia, Grecia) quanto i pareggiatori (Francia) e i vincitori (Olanda, Germania, Polonia): tutti questi paesi, i più importanti d’Europa vedono la crescita di movimenti antieuro, nazionalisti di destra impastati di xenofobia e protezionisti di sinistra pronti a riversare spesa pubblica nei propri settori in crisi, indipendentemente dal contesto intraeuropeo. 5) All’esterno Russia e Cina, ma anche India e paesi del golfo, hanno usato il mercato contro di noi per invaderci di prodotti e però hanno applicato abbondantemente quanto da noi vietato per superare le nostre capacità tecniche e innovative. Gli Usa sono decisi ad abbattere l’Unione per spolpare di dazi e acquisti di gas e petrolio i singoli paesi europei. 6) Occorre anche riflettere su di un mondo economico basato sul modello-monopoli ( https://www.facebook.com/photo/?fbid=25163306719957477&set=a.129702880411207 ) , nel quale l’Unione vanta grossi surplus in alcuni settori (manifattura) e grossi deficit in altri: squilibri. 7) Negli stessi settori all’interno della UE si ripetono gli stessi squilibri. Dall’energia alla siderurgia, dalla viticoltura all’automobile permangono squilibri da medi a molto elevati. I surplus (della Francia nel vino, della Germania nell’acciaio) sono percepiti come punto d’onore, i deficit (dell’Italia nell’energia) come onte all’orgoglio nazionale e danno origine a inefficienze, sprechi e crisi produttive e occupazionali, su cui s’innestano movimenti antiunitari. 8 ) Ora che anche i presunti vincenti del modello si trovano alle prese con la sostanziale stagnazione (Pil tedesco allo zero virgola e conseguente crisi di industrie sud ed est europee), si profila una grande occasione di cambiamento: a livello intraeuropeo, per tutti i settori più rilevanti si tratta di istituire un meccanismo secondo cui chi esporta oltre una determinata percentuale del proprio fabbisogno di un prodotto qualsiasi (elettricità, auto, vino), contribuisce ad un fondo che sosterrà gli importatori nella ricostruzione interna. 9) Ci sarebbero da sopportare dei licenziamenti, dei limiti di produzione e la perdita d’importanza di alcuni prodotti di eccellenza, ovvio. Però i paesi europei non sono deboli come quelli africani o dipendenti da esportazioni di materie prime (e privi di welfare) come la Russia: possono assorbire le conseguenze senza pregiudicare il benessere degli europei. I licenziati potrebbero essere riassunti nei settori sguarniti e i costi di produzione (energia) abbattuti. 10) Sarebbe straordinario proporre di aderire al progetto a Cina, Russia e Nordafricani. Pechino e Mosca dovrebbero pagare qualcosa, ma garantirebbero ai propri colossi industriali ed energetici la domanda costante di un mercato florido e ricco come quello europeo. Inoltre scriverebbero le regole insieme a Bruxelles. Il nord Africa guadagnerebbe stabilità e noi potremmo avere molti meno problemi di immigrazione. Io credo sarebbe qualcosa da tentare, ma subito: l’Europa è oggi in lieve surplus rispetto al resto del mondo ed è un mercato ricco. Se proponesse il sistema da una posizione di deficit, sembrerebbe un appello disperato, una richiesta d’aiuto. Da una posizione di equilibrio, sarebbe una proposta cooperativa, non opportunistica. Non fare nulla ancora per molto il nostro mercato diverrà sempre meno attraente e degno d’ascolto.
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