Se si è a favore di Roggero contro i rapinatori, ma anche delle forze dell’ordine contro Fakir (senza voler neanche saperne delle indagini) perché “è ora di dare una regolata ai malfattori, ai criminali, ai drogati e agli immigrati”, allora qualcosa non torna. Sostenere Roggero (farne cioè l’incarnazione di rivendicazione politica) significa negare l’autorità esterna della polizia, sancirne l’illegittimità della prerogativa di tutelare la sicurezza e impedirne il mantenimento dell’ordine sociale. I poliziotti che hanno arrestato Fakir, su cui saranno svolte delle indagini, non avrebbero potuto agire come Roggero agi verso i rapinatori.
Ipotizziamo non ci fossero altri metodi per eseguire l’arresto, il personale medico fosse stato impossibilitato ad evitare la morte di Fakir e quest’ultima fosse inevitabile. I cittadini si sono affidati alle autorità terze, le quali hanno evitato che Fakir potesse mettere gli altri in pericolo. Non hanno evitato potesse morire, ma la morte, per quanto tragica, è avvenuta nel tentativo di evitare il caos e in presenza dell’ambulanza. Se quanto ipotizzato risultasse vero, l’ordine sarebbe stato garantito. Se risultasse falso, occorrerebbe analizzare a fondo il singolo caso e le modalità generali di ingaggio di polizia e soccorritori.
Insomma, bisognerebbe assicurare che le forze dell’ordine riescano davvero a garantirlo, l’ordine. Se invece si fa di Roggero un simbolo politico, si propone che il cittadino che si fosse sentito minacciato da Fakir avrebbe potuto cacciare il revolver in mezzo alla strada e rincorrere a fucilate il disturbatore, fino al termine del pericolo. Un altro cittadino ignaro avrebbe potuto sentirsi minacciato dai proiettili fischianti e pensare di sparare con la sua colt a chi sparava a Fakir. Un altro avrebbe potuto spaventarsi e chiamare la polizia per inseguire i pistoleri. I quali avrebbero potuto ferire un passante, il quale avrebbe a sua volta chiamato un’ambulanza. Magari si sarebbe messo ad urlare. E qualcuno avrebbe potuto percepirla come una minaccia…
Sarebbe questo l’ordine a cui pensano Salvini e Vannacci? Permettere a chiunque di difendersi come vuole e non indagare mai i poliziotti? Mi sembra la ricetta per un casino pazzesco.
Viviamo in una società del desiderio e questo è pacifico. Basta guardare la tv, la pubblicità spinge continuamente sui nostri desideri di possedere un’auto più potente o più green, un cellulare più grande o più veloce, un detersivo più profumato o più efficace, una pelle più abbronzata o più idratata. Tutto per apparire. Vengono reclamati piani per ottenere a rate ciò che non ci si può permettere, agevolazioni di credito a portata di clic. Programmi di giochi a premi durano più di un film e gli intermezzi sono popolati di stimolo al desiderio di possesso di corpi perfetti. I miti sono i Musk e i Bezos, possessori di ricchezze sterminate e inventori di sistemi espansivi della possibilità di consumare. Le località da raggiungere sono Montecarlo e Dubai, Times Square e City Life, città che ospitano classi agiate senza il problema di dover lavorare o città nelle città, dove rifugiarsi da caldo e rapinatori, drogati, prostitute, borseggiatori.
La distanza tra chi ha e chi non ha continua a crescere e, nonostante il tenore di vita delle masse sia salito, tutte le statistiche più aggiornate riguardo la società occidentale denunciano l’erosione della classe media e l’aumento, anche relativo, delle fasce di popolazione in povertà assoluta. Mentre la politica si limita a studiare il metodo per garantire l’accesso alle classi superiori ai membri delle inferiori, le generazioni “ribelli” ascoltano i trappisti addobbati di collane, gioielli, orologi e pistole, o tiktoker che insegnano l’autostima e il giusto equilibrio tra pochette e mascara.
L’autosufficienza è definita dalla possibilità di non dover lavorare e poter pagare per ottenere ciò che si vuole. È una questione di apparenza e visibilità che hanno del tutto sostituito competenza e credibilità. Possono essere ottenute con tutti i mezzi, dalla scommessa azzardata alla rapina violenta. Siamo nell’era dei casi Adinolfi e Roggero.
Sperare di poter restaurare le epoche di Cicerone e Machiavelli, quando il desiderio, la ricerca della ricchezza e dello sfarzo che permettevano alla classe elevata di evitare il lavoro manuale erano molto criticati, non è molto sensato. Rievocare il senso cristiano di diffidenza verso l’adattamento al mondo (quando la chiesa deragliava, nascevano le tensioni, i San Francesco, Savonarola, Lutero e Calvino), mi pare anche più proibitivo.
Credo sia necessario invocare le prerogative minime di uno Stato: garantire la sicurezza dei confini e la distribuzione delle possibilità di vivere dignitosamente per tutti. Le condizioni che permettono ad alcune nazioni di concentrare ricchezza sul proprio territorio, causando la circolazione sfrenata di risorse finanziarie, umane e ambientali devono essere smantellate. Lo Stato deve usare le proprie capacità per garantire servizi degni e posti di lavoro qualitativamente adeguati e distribuiti equamente tra zone diverse. Si tratta di progetti di multipolarismo delle valute, compensazione import/export internazionale e di lavoro pubblico garantito già proposti da economisti ovunque stimati e riconosciuti.
Di certo uno Stato forte presuppone dei cittadini disposti ad accettare di poter essere giudicati a posteriori, con calma, da persone estranee, per le loro azioni e reazioni anche in casi eccezionali di pericolo o turbamento. Accettare che ogni azione compiuta vale in un sistema di relazioni e che anche la reazione più giustificata potrebbe avere conseguenze per quel sistema di relazioni.
Di certo, in una società del desiderio, di ricchezze invidiate e bramate, di umanità troppo varie che mescolano usanze disparate con l’aumento di disoccupazione, discriminazione e povertà, ogni apertura alla possibilità di “rimedio fai da te” risulterebbe nefasta.
La situazione appare francamente disperata.
A destra non c’è alcuna novità, nessuna resistenza, nessuna intraprendenza. C’è la solita doppiezza, almeno. Volkswagen e Stellantis, dividendi record e stabilimenti vuoti, lamentano la concorrenza cinese innescata dalle “follie green” dell’Europa. Come fosse stata la Von der Leyen a vietare di utilizzare i lauti guadagni (sospinti dalle pubbliche agevolazioni) per innovazione degli impianti, anziché per garantire ricchi buy-back agli azionisti e stipendi ai Tavares di turno.
La destra ha aggredito Stellantis e la voce sicura del ministro Urs(s)o ha tuonato verso Elkann: “caro John, hai ragione! Da adesso il governo provvederà a picconare il Green Deal e credere alle tue promesse, tu nel frattempo dedicati alla Juve!”. È riuscito a convincerlo, pensate. Poi, Trump ha detto che l’Europa è una sanguisuga e gli Usa sono costretti a pagarle la difesa. Come fosse stato il dottore a ordinare agli americani di portare basi e bombe in giro per il mondo. Meloni, Tajani e Crosetto hanno ruggito compatti: “è vero!”.
Permane invece la sana abitudine di tenere il piede in due scarpe. Perché l’occidente deve rimanere unito (tradotto, gli Stati Uniti non possono lasciare la Nato), ma intanto partecipiamo alle velleità autonomiste dei volenterosi. Israele non si condivide né condanna, alla guerra non si contribuisce né contesta. Poi, appena c’è un voto segreto, i franchi tiratori spuntano come funghi. Strano.
L’unica novità è Vannacci, un continuo esercizio di autocompiacenza e commiserazione, una celebrazione laica del risentimento degli ex ceti medi ansiosi per una proletarizzazione incalzante, gente in cerca di consolazione e colpevoli. Gente che, al posto della resistenza alle contraddizioni della società odierna, reclama soltanto una scusa per potervisi abbandonare. E dove sarebbe la novità?
A sinistra, a volte, sarebbe meglio non guardare. Possibile non si riesca ad allearsi? La sinistra “sinistra” si divide tra battibecchi con la sinistra che prende i voti e gli ammiccamenti furtivi con le destre più impresentabili. Potere al popolo scatena una lite in piazza con il Pd, mentre Sara Wegenknecht propone intese con AfD. In Francia, Melenchon e Le Pen si ritrovano spesso su questioni di rilievo (acciaierie). La sinistra “riformista” non si accompagna molto meglio: finché la Schlein non perde occasione di civettare più con CaRenzi che Conte (Ucraina-Ue-Usa-Israele), Sanchez affida le sorti del traballante governo spagnolo all’appoggio, addirittura, dei separatisti baschi e catalani. Se la sinistra estrema preferisce quasi l’estrema destra alla sinistra moderata e quest’ultima rincorre la fantomatica “vittoria al centro”, dev’esserci una causa comune.
La sinistra moderata, dagli anni ’90, ha finito per abbracciare una visione individualistica della società. La solidarietà keynesiana è stata sostituita dalla libertà di mercato. Alla centralità della classe operaia è subentrata quella delle minoranze identitarie. Si è pensato che la competizione regolata tra individui avrebbe potuto fare molto di più per il benessere della cooperazione tra nazioni e classi sociali.
Per alcuni settori economici ciò è stato positivo, il Pil è certamente cresciuto, ma la ricchezza non è stata ripartita. Ne sono conseguiti disaffezione popolare per la politica (Sanchez non si appoggerebbe ai separatisti, altrimenti) e impossibilità strutturale di immaginare alternative (le dirigenze dei partiti socialisti europei, dai laburisti a Psoe e Pd, sono infestate di “moderati”, che hanno costruito quell’europeismo competitivo di cui si lamentano e non può bastare sacrificare una Picierno ogni lustro a cambiare le cose).
E, se la sinistra di sinistra prende già pochi voti, potrebbe prenderne di più proponendo un piano di compensazione import/export su base comunitaria? Di condividere condizioni di vantaggio e contribuire a risolvere gli svantaggi di altri paesi?
Anche perché è difficile risvegliare l’idea della solidarietà dopo anni di scientifica distruzione delle condizioni materiali che la rendono possibile.
Il populismo è stato del tutto delegittimato, credo, da quando si è iniziato a parlarne, ad analizzarlo e criticarne le manifestazioni, a dargli dei confini precisi e stabilire cosa vi rientri e cosa ne vada escluso. Oggi un populista è indicato come retrogrado, razzista, omofobo, nazionalista, negazionista climatico, anti-scienza, refrattario alle regole (specialmente quelle per il suo bene), maschilista, illiberale, anti-democratico e, in definitiva, nostalgico.
Il populismo potrebbe rappresentare quel sentimento innato di cautela verso tutto ciò che è cambiamento troppo veloce. Quell'atteggiamento, dettato anche da motivi biologici, che porta le persone ad accompagnarsi con i propri simili, a diffidare di qualcosa di regalato, di ciò che genererà valore futuro o che ha valore astratto, di ciò che è attività contemplativa, di ciò che promette soddisfazioni aggirando il sacrificio del lavoro e di ciò che appare “realtà costruita” piuttosto che “esperienza effettiva”.
Tutte queste cose si rispecchiano nel linguaggio (normativo più che descrittivo) dei luoghi comuni: "mogli e buoi dei paesi tuoi"; "con la cultura non si mangia"; "un soldo risparmiato è un soldo guadagnato"; "chi va piano va sano e va lontano"; "non fare il passo più lungo della gamba" eccetera.
Ora, tale istinto può dare origine ad un effetto sgradevole come il razzismo, ma rende anche un certo senso del limite per le capacità dell'essere umano. Spinge chi lo segue a pretendere da se stesso, a contenere desideri e ragionevoli aspettative e farsi bastare ciò che si è e si ha. Questa autosufficienza è problematica per una società basata sul consumo e sullo stimolo dell'economia con strumenti di agevolazione del credito, sussidi e agenzie sostitutive dell'autorità familiare e delle comunità. Fornisce anche, questo “spirito”, una buona resistenza ai tentativi di sperimentazione sociale calata dall’alto, senza fare i conti con la realtà.
Quando il populismo era più che altro un modo di sentire, una serie di convinzioni diffidente verso finanza, globalismo e multinazionali trovava tutela da parte dei partiti di massa. Da quando il populismo è stato “scientificamente indagato”, le sue istanze sono diventate slogan da ripetere e vendere ad un pubblico disposto a comprarli. L’analisi scientifica modifica l’oggetto indagato e il soggetto indagatore, nasce da una situazione concreta, cerca ciò che potrebbe risultare utile e rende utilizzabile ciò che scopre. Soprattutto la scienza svela "ciò che sta dietro ai fenomeni", ma rischia di dare la sensazione che "dietro ai fenomeni non vi sia nulla".
Da quando ne è stato fatto oggetto scientifico, è stato molto più semplice da parte di chi predilige l'ordine vigente identificare il populismo con le sue manifestazioni (razzismo). Se dietro il razzismo non c’è niente, non è necessario porsi domande su cause, effetti o rimedi. Tale modo di fare è stato interiorizzato dagli stessi alfieri del populismo. Provate a dare del razzista ad un populista: risponderà “certo!”.
L’oggetto scientifico diventa utile e, nella situazione concreta della politica spettacolare, è più facile prendere voti vendendo slogan razzisti piuttosto che analisi di economia e flussi migratori globali. Un simile modo di fare ha cambiato il populista, appiattendolo sulla truculenza di messaggi vuoti, rendendolo incapace di elaborare proposte alternative che vadano oltre modelli scadenti (tornare a chiamare gli omossessuali "invertiti" o al saluto fascista dicendo che in realtà è romano).
Il populismo odierno è molto autocompiacente. La frase tipo riguardo il razzismo è "gli immigrati rubano il lavoro, distruggono i nostri valori, approfittano di noi". L'autoindulgenza, l'autocommiserazione, l'ansia di non potersi permettere di vivere come la popolazione ricca, di poter scivolare in quella povera e la dipendenza dalle grandi organizzazioni rendono la massa dei cittadini più semplice da controllare e propensa a curare le proprie ansie con il consumo. Il populista di oggi non reclama indipendenza, ma cerca chi ne ascolta il risentimento e giustifica gli sfoghi contro chiunque tranne se stesso.
Di veri populisti io in giro non ne vedo e proprio coloro i quali ci si richiamano, da Vannacci a Vox e da AfD a Farage, contribuiscono a trasformare il populismo da resistenza attiva alle contraddizioni della modernità in risentimento passivo in cerca di consolazione.