Non avendo molto da fare oltre che tirare fino al giorno dopo, ho svogliatamente scartabellato alcuni dati sulle elezioni tedesche.
I Land tedeschi più popolosi (Vestfalia, Baviera, Wurttemberg, Bassa Sassonia, Assia, Renania) sono stati tutti interessati dal elezioni tra 2022 e 2026, mentre hanno votato in queste settimane i cittadini di Sassonia Anhalt, Meclemburgo e Berlino, per un totale di 31,5 milioni di voti espressi circa.
Su 9 Land variamente assortiti (est/ovest; città/provincia; economia), la formazione di sinistra Die Linke, l’unica in grado di fermare l’estrema destra secondo molti osservatori, ha superato l’AfD soltanto a Berlino. La sinistra va bene nelle città e questo è assodato. Considerando tutte le regioni, AfD ha più che triplicato Die Linke per numero totale di voti, raccogliendone 4,7 milioni contro 1,5 circa.
Si può reperire la composizione del voto, anche se solo per Wurttemberg, Renania e Sassonia Anhalt. Si valutano fasce d’età, occupazione, istruzione e reddito. Per quanto riguarda AfD, il consenso è abbastanza distribuito per età, altrettanto tra liberi professionisti, impiegati e pensionati, ma con un picco fra operai e lavoratori dipendenti e nettamente sbilanciato verso i ceti di istruzione e reddito medio-bassi. Per quanto riguarda Die Linke, la fattura è netta tra fasce d’età in tutti e tre i territori, ma, se in Renania impiegati, operai e laureati sono molti di più, in Wurttemberg e Sassonia c’è più omogeneità (anche se i più istruiti sono il doppio dei meno e i professionisti un terzo degli altri occupati). Non molto rilevante infine la fascia di reddito.
Dunque.
AfD non ha davanti a sé grandi scelte da compiere, perché si è costruita un’identità ampia e solida. Tra i 25 e i 70 anni le percentuali sono almeno del 20% con la concentrazione massima tra i 35 e i 60 (l’età media tedesca è di 45 anni e il 40% della popolazione ha tra i 25 e i 55 anni). Poi, i confini netti tra lavoratori e livelli di istruzione e di reddito, da un lato includono le fasce più popolose e dall’altro definiscono chiaramente l’elettore medio dell’AfD, permettendo ai vertici di organizzare adeguatamente messaggi politici e codici comunicativi.
Die Linke invece, banalmente, prede il voto di settori di popolazione troppo ristretti. Se arrivano soltanto voti di giovani e ben istruiti, se la categoria occupazionale e la fascia di reddito non sono così influenti per le preferenze a Die Linke e se quest’ultima è proprio l’unica soluzione per sventare l’ascesa del neonazismo, allora siamo nei guai.
Il Corriere della Sera, fatalità, spiega che la sinistra che volesse tornare a vincere le elezioni dovrebbe parlare ai giovani, usando i social media. Sembrerebbero i buoni consigli di un maestro non più in grado di dare cattivi esempi. Sembrerebbe quasi che qualcuno preferisca l’AfD a Die Linke. Ma ne riparlerò domani.
Perché il segreto per tirare fino al giorno dopo è averne motivo.
Alcuni appoggi che mi servirebbero per imparare a camminare da solo. Sono convinto li saprei trovare, sapessi dove si trovano, li saprei sicuramente trovare.
Realismo. La realtà è la situazione nella quale siamo chiamati a sperimentare la vita, il vivere. Questa situazione è concreta e, definendo le nostre possibilità, diventa il nostro mondo. Nel mondo siamo per agire; agire significa scegliere; scegliere comporta responsabilità e la responsabilità svaluta intenzioni e individui in favore di effetti e gruppi.
Responsabilità. Se nel mondo in cui agiamo esistono anche gli altri e se le scelte hanno degli effetti sul mondo, ciò che scegliamo ha effetti sugli altri. Ciò ricorda che, prima che giuste o sbagliate, le scelte sono concrete (non estetiche) e tragiche (non indifferenti). Il fallimento può causare la morte e la fine del mondo: la responsabilità toglie scorciatoie.
Individuo e individualismo. La situazione, le scelte, gli effetti e le responsabilità sono diverse per tutti e dunque tutti sono diversi. La diversità della scelta non ne scioglie però il legame con gli effetti e la responsabilità, rende anzi più rilevante la stessa scelta. Se ogni situazione è diversa, ogni scelta fa la differenza.
Individuo e comunità. La responsabilità, si potrebbe pensare, blocca il singolo e frustra il talento. Ma se è vero che noi e gli altri formiamo il mondo, forse anche il mondo forma noi. Se il mondo nasce dalle scelte di tutti, tali scelte sono determinanti per formare un mondo adatto a noi: l’individuo superiore non è sostituibile, come il mondo che lo rende possibile.
Utopismo. Sono da rifiutare narrazioni che neghino il sacrificio e il costo necessari per la costruzione di un mondo soddisfacente e di un’identità personale degna; il ruolo decisivo e l’essenza concreta di ogni scelta possono proteggere dalla visione estetica della vita, secondo cui la forma può rimediare agli effetti reali.
Vittimismo. Il fallimento, prima o poi, avverrà. Eppure pensare di doverlo evitare in ogni modo è più utile di pensare ci siano modi accettabili di fallire, modi ammirevoli di fallire e modi per cui il nostro fallimento non ricadrà sugli altri. Pensare ciò è la porta d’accesso all’autoindulgenza.
Teleologia. Ne deriva una specie di finalismo. Non nel senso che le cose siano già orientate verso un fine prestabilito. Piuttosto che dobbiamo organizzare i nostri obiettivi in funzione della nostra situazione reale e non dimenticare che, se la forma può servire una realtà, la realtà non può servire ogni forma.
Basta ai governi del palazzo, dice Giorgia Meloni.
Peccato non abbia specificato quale, palazzo. Del Quirinale o di Montecitorio? Di Via della Scrofa o del Nazareno? Per il Quirinale occorre passare per forza. Per Via della Scrofa o del Nazareno occorrerà passare a prelevare il designato dal Quirinale. L’unico veramente eliminabile, è, almeno di fatto, Montecitorio.
Ahimè, l’idea del “bivacco di manipoli” non hai mai goduto di tanta popolarità quanto negli ultimi 30 anni, i decenni della Seconda Repubblica, quella che aveva chiuso con l’ideologia e reso obsoleto l’antifascismo.
Ora, intendiamoci, io una nuova legge elettorale come lo Stabilicum l’avevo messa in conto a settembre del 2022 e decisi di pagarla a mo’ di scotto per una nuova postura verso gli Usa, l’Ucraina, l’agenda Draghi, il Patto di stabilità. Così mi sono beccato, oltre alla solita postura, anche una legge elettorale che di nuovo non ha assolutamente nulla.
Quando si dice del fiuto politico!
Il solito tentativo di esautorare il Parlamento, il movimento di un pendolo impazzito che oscilla dalla democrazia diretta alla democrazia confezionata, dall’”uno vale uno” a cinque stelle all’“i cittadini devono scegliere la coalizione, il programma e il candidato premier”. In entrambi i casi le prerogative parlamentari vanno, detto nei termini più puri della materia giuridica, a farsi benedire.
Per molti il ragionamento sarebbe: “Siccome la gente non vota più, facciamole votare il capo del governo, così si sentirà veramente rappresentata”.
In Italia vige una narrazione secondo cui per riavvicinare gli elettori occorrerebbe demolire le garanzie costituzionali del parlamento, del suo ruolo e del ruolo dei deputati. In realtà sarebbero proprio quelle garanzie a fare sentire rappresentati i cittadini e più responsabili gli eletti, basti pensare che i deputati secondo dettato costituzionale sono responsabili verso la nazione, non verso la corrente di partito. Invece di seguire la costituzione, la premier Meloni vorrebbe che i cittadini votassero dei meri esecutori del programma prestabilito.
Al di là degli accapigliamenti tra proporzionale (più favorevole ai partiti) e maggioritario (più favorevole ad elettori/eletti), a contare davvero, oltre a chi gli eletti sono chiamati a rappresentare, sono il tipo di partiti e di elettori che formano il sistema.
Abbiamo un sistema dei partiti in crisi di consenso, nel quale i partiti sono molto verticali e organizzati attorno al capo/segretario/premier.
Abbiamo dei cittadini sempre più distanti dalla politica "perché tanto non cambia nulla, tanto sono tutti uguali”.
Il partito più importante della maggioranza propone una legge del tutto proporzionale (con le preferenze fino ad un certo punto), che alza il numero di firme necessarie per presentare una lista alle forze non già in parlamento, mentre diffonde la retorica per cui gli elettori devono decidere chi governa e qualsiasi alleanza parlamentare è una sorda manovra di palazzo.
Allora mi sorge il dubbio: i partiti vogliono riavvicinare la gente alla politica o cercano di non perdere il controllo del potere sul parlamento visto il calo strutturale dell'affluenza?
Se volessero aumentare l’affluenza non eliminerebbero i collegi uninominali, aumenterebbero l’autonomia degli eletti e degli elettori con agevolazioni alle candidature e al voto elettronico, con procedure di recall e di sfiducia costruttiva. Ma se aumentasse l’affluenza, anche di un 20%, ci sarebbe un terremoto degli equilibri faticosamente costruiti: Forza Italia dovrebbe tornare a difendersi dalla Lega, Fratelli d’Italia difendersi da entrambi, il PD trattare con la vera sinistra senza lasciare da parte Conte e il centro (s)moderato piomberebbe nell’irrilevanza co(s)mica.
“Però, se non si limitano i parlamentari, perderemo stabilità. Guardate la Prima Repubblica!”.
Se già nella Prima Repubblica con partiti strutturati i governi cadevano come mosche, cosa potrebbe accadere oggi con partiti più verticali e leggi elettorali che favoriscono il verticalismo?
Una volta il segretario di partito che avesse voluto sfilarsi dalla maggioranza avrebbe dovuto trattare con i propri parlamentari che avrebbero potuto dire "guarda che noi siamo stati eletti, rappresentiamo la popolazione e secondo noi la maggioranza deve rimanere questa". Oggi che il parlamentare è delegittimato e il segretario decide le liste, chi si opporrebbe al calcolo privato dello stesso segretario?
L’instabilità dei governi origina dal verticalismo dei partiti, non dalla bizzarria dei parlamentari. Chi ha fatto cadere i governi Conte I e Draghi? I governi Letta e l’ultimo Berlusconi? I parlamentari irresponsabili o le manovre di partito?
Non si può prevedere di limitare nei fatti i parlamentari, mentre si rafforza il verticismo di partito. Non si può a meno di non pensare affatto alla democrazia.
Romano Ferrari Zumbini pone una questione rilevante, riguardo AfD e il modo con cui l’intero “arco costituzionale” tedesco (Cdu, Spd e Verdi in sostanza) cerca di erigergli attorno un muro, veicolando l’equivalenza AfD = nazismo in modo ossessivo. La domanda è: si tratta di istituzioni a difesa della democrazia o di un gruppo di partiti, in crisi di consenso, a difesa della propria posizione da un altro partito?
L’elettore medio di AfD è lo sconfitto della globalizzazione, l’operaio, l’artigiano/imprenditore, l’agricoltore, il dipendente pubblico, il pensionato. Il vincitore deve innanzitutto sentirsi autonomo (slegato da tradizioni e luoghi, libero di definire la propria identità e posizione sociale) e, in quanto tale, essere pronto a seguire tendenze di mercato e lavoro, flussi di capitali e informazioni, esigenze di produttività e sviluppo, nel rispetto di vincoli finanziari e contenimento della spesa pubblica. Se lo fa, vince, altrimenti perde e la responsabilità è sempre sua.
Questo tipo di cittadino è possibile in una società politicamente neo-liberale. Anziché uno Stato che usa politica industriale e monetaria per perseguire obiettivi comuni, mentre cerca di mantenere al suo interno risorse (naturali, finanziarie, personali) e produzioni, è preferibile uno Stato che si impegni in istituzioni sovranazionali per costruire un ampio spazio nel quale politica industriale e monetaria, allocazione di risorse e catene di produzione siano affidate al mercato.
Secondo Verdi, Spd e la sinistra Cdu, la patria è un retaggio del passato, l’identità tedesca un ricordo da diluire nel “multi-kulti”, l’essere tedeschi è una questione di residenza in Germania (e capacità di contribuire al suo Pil) e le persone devono essere libere di autodefinirsi dalla nascita alla morte. Chi non è del tutto d’accordo, è del tutto nazifascista. Questa visione è aderente al paradigma neo-liberale e può raggiungere vette di violenza che nulla hanno da invidiare a quelle di AfD.
Purtroppo anni di certe politiche hanno abituato gli sconfitti a ragionare nei termini dei vincitori e così AfD, se da un lato propone di recuperare il ruolo dello Stato garante della sicurezza, dell'ordine, della frontiera e dell'identità, dall’altro può farlo solo nei termini neo-liberali. Non puoi proporre a uno sconfitto che si sente responsabile soltanto per se stesso di spendere i soldi pubblici per aiutare gli altri sconfitti. I soldi pubblici sono i suoi e gli altri se la sono cercata.
Per l’”arco costituzionale” il neo-liberalismo è sufficiente e per AfD è (in buona parte) necessario. È lui la vera minaccia alla democrazia. Al di là della situazione tedesca occorre guardare al riflesso di tutto ciò per l’Italia.
Innanzitutto è bene che, chi pensa di giocare a dare patenti di fascismo a forze anti sistema utili a rafforzare il sistema, perché tanto non supereranno il 10%, faccia molta attenzione. Pensavano così anche in Germania e il risultato è stato che Cdu e Spd superano di 5 punti appena i consensi di AfD. Nel ’56 il partito comunista tedesco è stato deferito alla corte costituzionale dal parlamento e dichiarato fuorilegge. AfD, da tutti definito nazista, non è mai stato deferito.
Poi, è bene ricordare che principi economici cari all’AfD (centralità dell'impresa, del contenimento della spesa o della riduzione del peso dello Stato) sono già al governo da tempo e in larga parte d’Europa (Schauble, i risanamenti di Portogallo, Spagna, Italia, Grecia e il rigore dei frugali non sono invenzioni di AfD). In Italia, le stesse tematiche accomunano gli stessi gruppi: i “fascisti” (Meloni) e l’”arco costituzionale” (Monti).
Infine, si dice, dai banchi dell’opposizione, che agli italiani non interessa nulla della legge elettorale, perché prima verrebbero le bollette, la spesa, la benzina e gli stipendi bassi. Fosse così, sarebbe grave. La legge elettorale è il dispositivo attraverso cui il sistema dei partiti trasforma i voti in potere parlamentare. Per questo, in una fase di crisi della rappresentanza, il modo in cui viene costruita può essere una delle questioni più democratiche che abbiamo davanti.